Scego Igiaba

Adua

Pubblicato il: 7 ottobre 2015

Adua – Paternale – Zoppe. Adua – Paternale – Zoppe. Adua – Paternale – Zoppe. L’andamento del romanzo di Igiaba Scego, scrittrice italiana di origini somale, è sempre lo stesso. Un ritmo sinuoso e persistente come quello di una danza africana. Adua si chiama Adua perché suo padre ha voluto imporle il senso di una storica battaglia: “Ti ho dato il nome della prima vittoria africana contro l’imperialismo. Io, tuo padre, stavo dalla parte giusta. E non devi mai credere il contrario“. Il tono perentorio ed inflessibile è quello che qualifica tutte le “paternali” del romanzo, inserti che scandiscono il fluire parallelo del racconto, nel tempo e nello spazio, di una figlia e di suo padre. Una cadenza che si ripete costante: Adua è a Roma, è una donna ormai matura e vive nel presente; suo padre Zoppe è in Somalia negli anni ’30 e lavora per i conquistatori italiani come interprete. Lo scorrere delle “parti” ci descrive in maniera insolita e diversa la storia quasi dimenticata di quel lontano, inutile e persino un po’ goffo, progetto imperialista che aveva invaghito gli italiani nei primi decenni del ‘900.

Adua è arrivata a Roma negli anni Settanta, fuggita da un padre totalmente anaffettivo che le ha insegnato che l’amore non esiste e sedotta dall’idea di poter diventare una novella Marilyn. In realtà ha solo diciassette anni, belle gambe e pochissimo senso pratico. Il cinema l’ha trascinata in un mondo che non conosce e dal quale esce repentinamente così come vi era entrata. L’unica traccia rimasta di quella che doveva essere una carriera scintillante, è un filmetto sconcio e ormai conosciuto a pochi che suo padre non le ha mai perdonato. Adua è ormai una donna matura ma ha sposato un giovane immigrato approdato a Lampedusa e rimasto a bere gin scadente dalle parti della Stazione Termini, a Roma. Forse tra i due c’è solo un po’ d’affetto oppure, semplicemente, un patto di convenienza tacita e temporanea tra una buona samaritana e un disperato alla ricerca di una strada per il Nord Europa.

La vita al presente di Adua, le sue confidenze con il bellissimo elefante scolpito dal Bernini di Santa Maria sopra Minerva, il suo rapporto altalenante con un marito troppo giovane che lei chiama Titanic un po’ per scherzo e un po’ per scherno si miscela alla vicenda di Zoppe, suo padre, discendente di indovini e visionario a sua volta. Zoppe è cresciuto con i gesuiti che gli hanno insegnato l’italiano e lo hanno allontanato dal percorso già tracciato dagli antenati. Zoppe si fa quindi interprete per un esercito di invasori nutrendo il sogno di guadagnare denaro e, magari, raggiungere l’Italia. E’ una sorta di privilegiato ma è e rimane servo degli italiani. Le visioni che ogni tanto lo sorprendono giungono dalle profondità più recondite della sua coscienza. Arrivano a ricordargli chi era e, forse, a presentargli il conto di colpe che si ostina a rimandare indietro anche se, ad un certo punto, prendendo atto del tradimento che si va consumando ai danni del suo popolo e del suo Paese, si sentirà esattamente come Giuda.

Le voci di Adua e di Zoppe si muovono nel tempo rievocando età diverse, intrecciando episodi personali e recuperando suggestioni intime e lontane. La scrittura della Scego è agile e leggera, fatta di frasi brevissime e condensate. Adua parla in prima persona, Zoppe in terza. Quasi a ribadire una diversità formale, una differente combinazione in grado di evitare confusioni ma capace comunque di creare una rappresentazione complessa ed articolata di un periodo della nostra Storia che forse abbiamo deciso di dimenticare fin troppo in fretta. Igiaba, infatti, ha scelto di soffermarsi con estrema attenzione e passione su eventi e passaggi che meritano di essere rievocati e mantenuti vivi nella nostra memoria. E lo ha fatto con voci e sguardi che arrivano dal Continente in cui affondano anche le sue radici. A questo tema, di per sé già piuttosto arduo e spinoso, ha deciso di affiancare, seppur con minore evidenza, la questione tutta attuale dei migranti che sbarcano in Italia. Il giovane Titanic, pur essendo un personaggio minore e quasi impercettibile, consente alla scrittrice di creare un contatto tra due umanità apparentemente lontane ma accomunate da un unico sogno: la libertà.

Edizione esaminata e brevi note

Igiaba Scego è nata a Roma nel 1974 da una famiglia di origini somale. Si è laureata in Letterature Straniere presso “La Sapienza” di Roma. E’ una scrittrice, giornalista oltre che studiosa di tematiche legate alla transculturalità e alla migrazione. Il suo romanzo d’esordio risale al 2003 e si intitola “La nomade che amava Alfred Hitchcock”. A questo libro ne sono seguiti altri: “Rhoda” (2004); “Pecore nere. Racconti” (2005); “Amori bicolori. Racconti” (2007); “Oltre Babilonia” (2008); “L’albero di nessuna pietà” (2009); “La mia casa è dove sono” (2010); “Roma negata” (2014); “Adua” (2015). Collabora regolarmente per testate come “la Repubblica”, “Il Manifesto”, “L’Unità” ed “Internazionale”.

Igiaba Scego, “Adua“, Giunti Editore, Milano, 2015.

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