Scola Ettore

La più bella serata della mia vita

Pubblicato il: 9 Agosto 2009

Dopo il successo di pubblico e critica ottenuto con una delle più belle commedie italiche dei Settanta, Dramma della gelosia. Tutti i particolari in cronaca (del 1970, interpretata da un trio in stato di grazia: Marcello Mastroianni, Giancarlo Giannini e Monica Vitti), Ettore Scola torna a lavorare con Alberto Sordi (il primo incontro artistico tra i due avvenne in occasione di Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa, del 1968) in una delle più singolari opere della cinematografia scoliana, La più bella serata della mia vita. Tratto da un noto lavoro di Durrenmatt, La Panne, il film ne segue fedelmente lo spirito e gli snodi essenziali, palesandosi allo spettatore come una commedia beffarda sulla giustizia e sul destino, una favola nera e surreale che vira nel satirico e nel grottesco, fino ad inquietare e a far riflettere per la sua ambigua morale. Riassumiamone brevemente la trama.

Alfredo Rossi è un industriale romano residente a Milano, di passaggio in Svizzera per trasferire illegalmente 100 milioni di lire. Incorso in noie con un vigile, arriva tardi per il deposito in banca. Costretto ad attendere il giorno successivo per la riapertura, si mette in cerca di un albergo ma la sua attenzione viene catturata da un’avvenente motociclista che si fa seguire – in una sorta di gioco a non farsi prendere – fino alle montagne. Qui la macchina di Alfredo si ferma per un misterioso guasto, mentre la ragazza si dilegua. Solo e sperduto nell’ incantevole natura di montagna, l’uomo si trova costretto a chiedere ospitalità nel luogo più prossimo alla piccola disavventura: un castello di proprietà di un Conte, in cui dimorano quattro magistrati che gli prospettano un singolare gioco di ruolo. Dovrebbe prestarsi a fare l’imputato in un processo sulla sua vita. O meglio: su ciò che della sua vita è più oscuro e nebuloso, quanto meno passibile di giudizio e conseguente pena. In un primo momento perplesso, Alberto accetta non tanto perché convinto di passare una serata alternativa, quanto per aver scorto le grazie di una splendida e giovanissima cameriera. In un’atmosfera giocosa e goliardica, il processo comincia con una tavola imbandita di gustose pietanze e di vini pregiati, e scherzando e ridendo si avventura, in men che non si dica, nel privato di un uomo piccolo borghese che ha fatto carriera attraverso loschi espedienti, innocue malefatte e colpi di fortuna, raggiungendo una posizione di prestigio grazie alla morte di un suo superiore che non lo aveva affatto in simpatia. In una sarabanda di confessioni volute o facilmente estorte grazie al vino che scorre a fiumi, Alberto a fine serata di trova addirittura condannato alla pena capitale. Ma, in fondo, è solo un gioco. O forse no?

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L’idea di Durrenmatt è suggestiva e ricca di allegorie che invitano a interrogarsi sulla natura umana, e Scola le fa sue con buon mestiere e con una salda capacità di far cinema. La più bella serata della mia vita è un film di impianto evidentemente teatrale, che non ha cedimenti narrativi se si eccettua qualche lieve ridondanza, e che è sorretto da un ottimo Alberto Sordi a totale agio nei panni di un personaggio decisamente nelle sue corde. Scola è sapiente nella scelta del protagonista, ma anche nell’affiancargli due ottime spalle come Pierre Brasseur (deceduto sul set, a fine lavorazione) e Michel Simon, rispettivamente nei panni dell’avvocato e del procuratore, affidando il ruolo dell’ angelo della morte a uno dei volti più aggraziati e angelicati del cinema di genere dei Settanta, quella Janet Agren – qui giovanissima e bella più che mai – protagonista di numerose commedie sexy dell’epoca. La bellezza femminile come allegoria della morte, come tentazione continua e diabolica: in tutti i momenti nodali della pellicola la giovane appare – che sia motociclista o cameriera – e sostanzialmente condanna Alberto al suo destino. La vera condanna a cui va incontro Alberto non è, in effetti, come la pellicola ingannevolmente può sembrar suggerire, quella emanata pomposamente da quattro giudici in pensione colti e annoiati (e paraculi: alla fine il gioco ha il suo prezzo salato in denaro), ma bensì il suo narcisismo e la sua egolatria, il suo non saper resistere a un bel corpo di donna, il suo essere a tutti gli effetti un piccolo borghese italiano e – aggravante – addirittura romano. Eh sì, addirittura romano che si finge milanese, perché il milanese fa più rima con dottore, “cumenda”, industriale. Qui in effetti Scola cade un po’ troppo nello stereotipo, considerando i romani – per certi versi non a torto – come i campioni di narcisismo e di vaniloquio-sproloquio. È proprio il vaniloquio alcolico che tradisce Alberto nel processo-farsa, al punto di alterare e confondere i ruoli del pubblico ministero e dell’avvocato difensore, fino ad applaudire la propria sentenza di morte.

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La pellicola si tiene bene in equilibrio, mantenendo per tutta la durata l’ambiguità e il sottile mistero, eccedendo in toni grotteschi per mescolare un po’ le carte in tavola. Scola non fa mancare delle improvvise atmosfere macabre, quando viene evocata la morte, ed anche le scenografie hanno il pregio di prestarsi, a seconda della luce offerta da una convincente fotografia, a una duplice suggestione: ora farsesca, ora tenebrosa. I temi fiabesco-letterari sono evidentissimi, con tanto di castello e di ambientazioni gotiche, più una divagazione onirica sempre perfettamente in bilico tra gli artifici spaventevoli e il grottesco; il retrogusto intellettualistico dell’opera di Durrenmatt anche, tanto che i giudici avevano in precedenza intavolato immaginari processi nientemeno che a Socrate e Gesù, e che nelle arringhe conclusive fa capolino anche Demostene. La sensazione che prevale nello spettatore è che si sia di fronte a un’opera beffarda e morale – non dunque moralista, beninteso -, e che l’epilogo in un certo senso non possa essere altro che quello di una resa dei conti tra l’industriale e il proprio destino, nonostante la farsa. Così infatti puntualmente avviene, e l’ultima sequenza, che rallenta fino quasi al fermo immagine ogni singolo fotogramma, si sofferma sul riso amaro e sospeso del protagonista, che nei pochi secondi che lo separano dalla fine sembra aver compreso il senso della “serata più bella della sua vita”, quel destino beffardo che è venuto a prenderlo proprio quando la sua vita piccolo borghese è all’apice delle sue possibilità di riuscita, sotto le sembianze angeliche dell’ultimo desiderio del condannato.

Pur attingendo totalmente dall’opera di Durrenmatt, il film di Scola accosta, per vaga suggestione, in una cornice e con una forma assai differente, il capolavoro di Ingmar Bergman, Il posto delle fragole, laddove nella pellicola del regista svedese la sentenza arrivò – peraltro d’assoluzione – al protagonista in uno stadio totalmente onirico. Ma dire cosa sia veramente sogno e cosa sia realtà, in questa favola dai risvolti inquietanti tradotta in immagini da Ettore Scola, non è poi così importante determinarlo. Ciò che resta è un film godibile, abbastanza trascurato e fin troppo avversato dai critici cinematografici del tempo. Una piacevole e intelligente variazione sul tema della critica al modus vivendi dell’italiano medio borghese, tanto in voga nella commedia del Bel Paese post sessantottina, mutuata peraltro da un’opera dai motivi universali che non poteva non avere come protagonista Albero Sordi. Da recuperare e riscoprire.

Federico Magi, agosto 2009.

Edizione esaminata e brevi note

Regia: Ettore Scola. Soggetto: Friedrich Durrenmatt. Sceneggiatura: Ettore Scola, Sergio Amidei. Direttore della fotografia: Claudio Cirillo. Montaggio: Raimondo Crociani. Interpreti principali: Alberto Sordi, Charles Vanel, Pierre Brasseur, Michel Simon, Janet Agren, Giuseppe Maffioli, Claude Dauphin, Dieter Ballmann, Hans Ballmann. Scenografia: Luciano Ricceri. Musica originale: Armando Trovatoli. Produzione: De Laurentiis – Intermaco (Roma) – Columbia (Parigi). Origine: Italia / Francia, 1972. Durata: 108 minuti.