“L’idea era di sperimentare un personaggio che, contro ogni logica, non creasse empatia nel lettore. Lucas non ride, non piange, pare non provare emozioni. Vive secondo una rigida legge interiore ed è difficile riuscire a trovare uno spiraglio, un elemento al quale aggrapparsi per immedesimarsi. Volevo fabbricare un personaggio in grado di commettere atti atroci, qualcosa di imperdonabile, ma volevo allo stesso tempo che il lettore riuscisse in qualche modo a comprenderlo”. Le parole di Nicola Lucchi, intervistato da Antonio Benforte, ci raccontano non soltanto Lucas, il protagonista de “Il giardino dei fiori infelici, quanto l’atmosfera “estrema” – del resto confessata dallo stesso autore – che pervade tutto il romanzo.
Atmosfera “estrema” ben coerente per una vicenda che descrive povertà, isolamento sociale e conseguente violenza, ma che in sostanza viene raccontata dalla madre del protagonista – il giovane assassino – quel tanto che contribuisce a rendere la lettura, almeno di primo acchito, meno angosciante di quanto potrebbe risultare una storia di omicidi di bambini senza un apparente perché.
In questo senso sembra corretta la definizione di “opera gotica misteriosa”, perché accanto all’inevitabile “gotico” dettato dalla cupezza di una famiglia disfunzionale, i misteri non mancano, a cominciare dal movente dell’omicida. Movente che lentamente, molto lentamente si inizierà a comprendere, con tutto il seguito di disperazione che non risparmierà nessuno.
Dicevamo dell’atmosfera estrema ma che potremmo anche definire tetra. Definizione un po’scontata se andiamo a leggere l’incipit del romanzo: “Mio padre si appese al ciliegio. Lo fece anche il suo, ma scelse un ramo più alto”. Chi racconta è sempre Olga, la madre di Lucas, un ragazzo di ventidue anni, che ritroveremo poche pagine dopo, scortato dai carabinieri, accusato di avere ucciso dei bambini, tutti figli di personaggi noti del luogo, zona rurale di una vallata alpina, apparentemente nel secondo dopoguerra: “Non rividi mio figlio per tre giorni. Il quarto, tornò insieme al maresciallo e altri quattro carabinieri. Gli avevano promesso uno sconto di pena se avesse permesso di recuperare i corpi. Lucas aveva risposto che non aveva bisogno di sconti. L’unica cosa che aveva chiesto era la presenza di Don Raffaele” (p.13). Come scopriremo sarà una scelta tutt’altro che casuale, proprio per comprendere le motivazioni di tutti gli omicidi.
Poi inizia il lungo percorso lungo sentieri montani impervi per ritrovare i cadaveri, narrato da Olga ed inframmezzato dai ricordi del difficile passato di madre e figlio, in una famiglia che, vittima sia dei tedeschi sia dei partigiani, sembra aver ereditato un destino di emarginazione da tempi immemori. Destino che sembra essersi riprodotto anche nell’aspetto fisico di Lucas, un “figlio di nessuno” a tutti gli effetti, nato senza piangere e che mai e poi mai ha mai sorriso in vita sua. Salvo fingere al bisogno una sorta di ghigno, muovendo le labbra, secondo gli insegnamenti di suo nonno.
In sostanza Lucas appare veramente come una persona totalmente priva di emozioni e di empatia, e questa sua incapacità viene continuamente ribadita durante i colloqui con Don Raffaele. Persona talmente impassibile di fronte a quello che ha fatto, al punto da non sembrare nemmeno un assassino seriale motivato dal piacere di uccidere. E’ proprio su questa caratteristica di Lucas che Nicola Lucchi ha costruito il suo cupissimo romanzo e soprattutto il suo obiettivo: raccontare la complessità della colpa.
Da questo punto di vista sono chiarissime le parole di Lucchi, intervistato da Gianluca Garrapa di Satisfaction: “Alla fine della storia, però, intendevo permettere al lettore di riconoscere nella logica perversa di Lucas un senso. Lucas non può essere perdonato, ma in qualche modo può essere capito. Se, malgrado tutto, il lettore riuscirà ad affezionarsi a lui, allora avrò fatto un buon lavoro”.
In realtà probabilmente pochi lettori si affezioneranno al Lucas glaciale e senza rimorsi, ma altrettanto probabilmente penseranno che Lucchi abbia fatto un ottimo lavoro.
Edizione esaminata e brevi note
Nicola Lucchi, lavora come sceneggiatore ed è autore di romanzi e saggi. Tra le sue pubblicazioni per ragazzi la trilogia di Daniel Ghost e la dilogia I guardiani della memoria, entrambe edite da Gribaudo e Memorie di un boia che amava i fiori, Ediz. Illustrata (Bakemono Lab, 2020). Appassionato di storia di Hollywood, scrive di cinema per varie riviste specializzate ed è autore del volume Il sogno del cinema – La mia vita, un film alla volta, autobiografia del direttore della fotografia Dante Spinotti edita da La Nave di Teseo (2023).
Nicola Lucchi, “Il giardino dei fiori infelici”, Neo edizioni (collana “Iena”), Castel di Sangro 2026, pp. 180
Luca Menichetti. Lankenauta, luglio 2026
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