Torossi Lino

La sfinge del Montasio

Pubblicato il: 14 Giugno 2026

“Chi si avventurava in montagna, specialmente nelle Alpi Giulie, doveva sopportare delle scomodità non indifferenti e correre dei rischi che si ritenevano insuperabili dalle ragazze. Già sulle brevi e meno faticose rocce della Val Rosanda c’era ancora chi non vedeva di buon occhio una ragazza in cordata. Eugenio Grandi fu forse il primo dei giovani di quei tempi a volere la donna in montagna e aveva dovuto sopportare non poche critiche da parte dei suoi coetanei, tanto che li aveva abbandonati per andarsene tutto solo con quelle tre giovani, e quel giorno era fiero di averle guidate fin sulla più importante vetta dello Jaluz” (p.13).

Quanto ha scritto Lino Torossi nelle prime pagine de “La sfinge del Montasio” non anticipa soltanto le vicende di Grandi, delle tre ragazze, il successivo loro incontro con i due amici Paolo e Marcello, e la contrastata storia d’amore che prenderà vita tra le Alpi Giulie Orientali.

E’ vero che ad una prima lettura più superficiale si potrebbe identificare il romanzo di Torossi come incentrato per lo più soltanto su una storia d’amore,  ambientata negli anni trenta – quindi in piena età fascista con tutti i citati pregiudizi – con la montagna nelle vesti attore caratterista. In realtà la montagna, nel suo contesto storico, nel corso della lettura, diventa a tutti gli effetti la coprotagonista di un racconto che vede un gruppo di giovanissimi, tutti poco più che ventenni, alle prese con la passione totalizzante per l’alpinismo. Alpinismo vissuto come stile di vita e sempre con estremo coraggio. Non certamente il coraggio farlocco propagandato dalla retorica fascista del tempo: “Era il tempo in cui molti giovani affrontavano i rischi dell’arrampicata, ricchi soltanto della loro passione appena sbocciata, anche se poveri di esperienza e di mezzi” (p.10).

Coraggio che, di fatto, caratterizza anche la storia d’amore, per lungo tempo neanche espressa esplicitamente, tra Marcello Serra, musicista con possibilità di grande carriera, e Laura, ragazza “piena di sogni” incontrata proprio durante un’escursione ai laghi del Kriz. Storia contrastata, come del resto si conviene ad un racconto che comunque punta molto ad aspetti di puro romanticismo, non soltanto da parte dell’amico Paolo Valle, anche lui conquistato dalla personalità della ragazza, quanto dallo stesso spirito indipendente di Laura, lontanissimo dagli stereotipi dell’epoca.

Lo scrive giustamente Marina Torossi, la figlia di Lino, nella sua intelligente introduzione al romanzo: “le radici dell’indipendenza della donna triestina erano così forti che il regime non riuscì ad ottenere in queste terre in tutto e per tutto quello che aveva ottenuto altrove. Ne sono prova proprio i personaggi che compaiono in questo romanzo: donne di grande spessore e umanità, capaci di gestire con ammirevole consapevolezza ampi margini di libertà come Laura, o capaci di prendere decisioni difficili con grande autonomia come Silva” (p.8).

Da questo punto di vista Paolo e Marcello, i ragazzi della “sfinge del Montasio”, sembrano essere meno abili a gestire le proprie passioni e le proprie rivalità. Quel tanto da contribuire ad una conclusione tutt’altro che felice per i due potenziali amanti. La passione che però permea il romanzo – lo ripetiamo – non è solo quella tra un ragazzo e una ragazza. Si coglie perfettamente l’entusiasmo dei protagonisti – e quindi dell’autore, già socio del CAI – nella sfida continua ai propri limiti nel contesto ideale, a contatto con la natura impressionante  delle Alpi Giulie: “Abbandonarono la vetta con un certo rammarico, ma già mentre procedevano spediti sull’ampia e lunga dorsale del monte i loro animi esultavano nella speranza delle prossime conquiste” (p.64).

Ma giustamente, al di là del racconto sentimentale, uno degli aspetti più apprezzabili, in un romanzo peraltro inedito da decenni – ricordiamo che Lino Torossi in vita non pubblicò mai nulla – è proprio “il profilo di una gioventù che negli anni Trenta a Trieste riuscì a sfuggire alla retorica del regime grazie alla sua indipendenza mentale”. Indipendenza che Laura dimostrerà anche nel resto dei suoi giorni, con estremo coraggio e sacrificio personale, in quanto “amava la sua libertà e non intendeva sacrificarla nemmeno all’amore” (p.177).

Edizione esaminata e brevi note

Lino Torossi, (1906–1990), nato a Valle d’Istria e stabilitosi a Trieste dal 1920, fu alpinista, rocciatore e profondo conoscitore della montagna. Partecipò alla Resistenza sul Carso triestino e fu membro dell’Associazione Volontari per la Libertà. Solo dopo il pensionamento si dedicò con continuità alla scrittura, senza pubblicare nulla in vita. A cura della figlia Marina Torossi Tevini, nel 1996 è uscito il romanzo La valle del ritorno (Campanotto Editore).

Lino Torossi, “La sfinge del Montasio”, Campanotto Editore, Pasian di Prato 2025, p.184. Introduzione di Marina Torossi Tevini

Luca Menichetti. Lankenauta, giugno 2026