Zusak Markus

La bambina che salvava i libri

Pubblicato il: 30 settembre 2013

Sarà forse onesto dire che, in tutti gli anni del dominio di Hitler, nessuno servì il Führer lealmente quanto me. Un essere umano non ha un cuore come il mio. Il cuore dell’uomo è una linea, il mio un cerchio. Io, inoltre, ho un’illimitata capacità di essere al posto giusto nel momento giusto. La conseguenza è che negli uomini trovo sempre il meglio e il peggio: vedo la loro bruttezza e la loro bellezza, e mi domando come la medesima cosa possa essere entrambe. Eppure, hanno la sola cosa che invidio: se non altro, gli uomini hanno il buon senso di morire“. Una voce narrante come questa si trova di rado. Perché la voce narrante de “La bambina che salvava i libri” appartiene alla Morte. Figura sfuggente, misteriosa che solitamente parla pochissimo. Invece qui, capitolo dopo capitolo, la Morte diviene acuta ed abilissima narratrice e ci racconta la storia di Liesel, la bambina che salvava i libri. Meglio: che rubava i libri. Perché i libri Liesel li rubava, come vuole il titolo originale (“The book thief”). E rubare non è propriamente la stessa cosa che salvare, anche se per certi versi Liesel rubando un libro lo metteva anche in salvo.

Devo riconoscere che mi sono avvicinata a questo romanzo con qualche pregiudizio. Avevo la sensazione che potesse trattarsi dell’ennesima sparata editoriale venuta da lontano. Sì, un successo planetario che, come tutti i successi planetari, m’ispira poco o nulla. Mi sbagliavo, per fortuna. Perché “La bambina che salvava i libri” è una lettura piacevole, coinvolgente e persino toccante. Zusak ha saputo addentrarsi, attraverso queste pagine, in uno dei periodi più dolorosi e cupi della Storia contemporanea con infinita spontaneità e delicatezza. Una storia che procede con una levità sorprendente, nonostante la Morte non disdegni mai di soffermarsi sugli orrori e sulle tragedie che, per ovvi motivi, conosce ed affronta, considerato il ruolo che da sempre le tocca svolgere.

Siamo nel 1939, pieno periodo nazista. Conosciamo la piccola Liesel Meminger poco prima dell’arrivo a Molching, cittadina dalle parti Monaco. Viene affidata a dei genitori adottivi: gli Hubermann. Poco prima di giungere nella nuova casa, in Himmerlstrasse (Via del Paradiso), la bambina ha compiuto il suo primo furto librario, il “Manuale del necroforo”, sottratto ai becchini che seppellivano il suo fratellino Werner, morto durante il viaggio in treno. Per arrivare al secondo furto servirà altro tempo e, soprattutto, servirà che Liesel impari a leggere.

Rosa Hubermann, la madre adottiva di Liesel, è un personaggio colorito: una donna armadio, sboccata, prepotente e piuttosto autoritaria. A fare da contrappeso c’è la figura di Hans, suo marito. Alto, magro, mite e dolcissimo. Proprio il papà che Liesel desiderava avere. Un uomo dagli occhi d’argento e appassionato suonatore di fisarmonica. A lui la bambina deve l’incontro con le parole e con la lettura. Perché “La bambina che salvava i libri” è anche questo: l’avvincente e rivoluzionaria scoperta del potere delle parole e della scrittura.

Liesel trascorre la sua infanzia in Himmerlstrasse assieme a Rudy, il suo amico del cuore dai capelli giallo limone. Un ragazzino vivace ed intelligente a cui Liesel può dire tutto e col quale può fare tutto. Persino recarsi di nascosto nella biblioteca della casa del sindaco per mettere a segno altri furti di libri. Nonostante questo legame profondo ed affettuoso, Liesel dovrà mantenere un segreto anche con Rudy. Ed il segreto si chiama Max, un giovane pugile ebreo che papà Hans sceglie di nascondere in cantina per diverso tempo e che, proprio tra le umide pareti del suo rifugio in casa Hubermann, in mezzo a secchi di vernice e teli, insegna a Liesel la bellezza di nuove parole e di nuove storie.

Ovviamente l’atrocità della Guerra arriva a toccare anche gli abitanti di Molching. E la Morte non può che compiere il suo immancabile dovere raccogliendo tra le sue braccia migliaia di anime tra cieli rossi di sangue e di bombe. Un orrore che Liesel impara ad affrontare grazie ai libri e alla sua infinita sensibilità. “La bambina che salvava i libri” è una storia che sa essere crudele e tenerissima, amara ed ironica, poetica e spietata. Non ci sono mai autentici colpi di scena perché la voce narrante, cinica ed onnisciente, ci anticipa senza troppi fronzoli quello che avverrà nelle pagine successive. Eppure, nonostante ciò, la lettura non è mai veramente immaginabile. Zusak è noto per essere autore di libri per ragazzi e forse “La bambina che salvava i libri” è nato per essere letto da persone molto giovani. In realtà credo che questo libro possa essere letto con soddisfazione da chiunque perché è un buon libro e merita il successo che ha già ottenuto in tutto il mondo.

Edizione esaminata e brevi note

Markus Zusak è nato nel 1975 a Sidney, in Australia. Suo padre è austriaco e sua madre è tedesca. Ed è dalle esperienze dei suoi genitori che Zusak si è ispirato per scrivere “La bambina che salvava i libri”, il suo libro più famoso tradotto in una quarantina di lingue. Prima di questo romanzo, Zusak ha pubblicato altri quattro libri: “The Underdog” (1999), “Fighting Ruben Wolfe” (2000), “When Dogs Cry” (2001) e “The Messenger” (2002).

Markus Zusak, “La bambina che salvava i libri“, Sperling & Kupfer, Milano, 2013. Traduzione di Gian M. Giughese. Illustrazioni di Trudy White. Titolo originale: “The book thief” (2005).

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