Torossi Tevini Marina

L’Occidente e le parole

Pubblicato il: 11 Agosto 2012

Parole parole parole. Sempre queste fottute parole, parole di cortesia, parole di convenienza, parole opportune o opportunistiche, parole che si inchinano o che impongono. Parole che cercano di trasmettere la polpa di noi e dicono solo la buccia. E io sempre a dirle, queste parole dannate.

A scuola ai ragazzi a mia madre a tutti”. (p.32)

Marina Torossi Tevini è un’insegnante e una scrittrice che s’interroga molto sul proprio ruolo e sul proprio senso. E sul senso delle parole in un Occidente sempre più smarrito dietro falsi miti di benessere, di crescita economica indiscriminata, di desideri fittizi o di desideri naturali incrementati a dismisura.

Sono soprattutto i ragazzi – gli allievi di varie professoresse presenti nel libro – a venire influenzati e a pagare le conseguenze di tutto questo.

Sono giovani annoiati o fragili o semplicemente disinteressati a quella figura che, da dietro la cattedra, cerca di risvegliare la loro attenzione e di trasmettere loro il valore del passato, l’importanza di conoscerlo e di capirne la saggezza. Compito difficilissimo di questi tempi, in cui ogni autorità – che non sia il potere economico – tende a venire deposta e la cultura e l’arte vengono considerate ornamenti superflui.

Curiosamente all’interno della nostra società nessuno cerca davvero di rafforzare gli individui. Dovrebbe farlo la scuola, e invece è in preda a furori che non sono esattamente morali, dovrebbe farlo la cultura, e invece è in preda ad aspirazioni che con la moralità hanno ben poco a che vedere, dovrebbe farlo la famiglia, ma in mezzo agli affetti sinceri si giocano anche subdoli giochi di potere a cui fa buon gioco una certa fragilità, dovrebbe farlo la società, ma la nostra è una società ostaggio dell’economia, che per ipotesi non ha finalità morali”. (p.41)

Il primo racconto “Un inverno a Trieste”, quasi un romanzo breve, è una storia di formazione e di scoperta della propria vocazione nella vita. Anna è una giovane insegnante di Lettere Antiche che, dopo varie supplenze nella provincia di Venezia, ottiene un incarico annuale a Trieste. Figlia unica, benestante, abituata a una vita comoda in casa con i genitori a Venezia, finora ha aleggiato nella vita senza lasciarsi coinvolgere. A Trieste prende in affitto un miniappartamento e inizia a conoscere non solo colleghe, ma nuove persone di ceto sociale meno abbiente del suo, più vere, abitate da sogni e aspirazioni.

Anna ama discutere, confrontarsi, ha le sue idee alternative, si pone molti interrogativi sulla scuola e sugli alunni e, quando viene convocata dalla preside per aver dato un’insufficienza al figlio di un noto avvocato cittadino, capisce che ci sono ancora figli su cui è lecito infierire e figli quasi intoccabili.

A completare il tutto anche un mini-thriller con omicidio e commissario siciliano a indagare. Alla fine dell’anno, Anna capisce anche qual’è il suo posto nella vita

volevo comunque fare qualcosa, testimoniare il mio mondo, insegnare un po’ di saggezza”. (p.53)

Un ruolo importante in questo racconto viene rivestito anche da Trieste.

Trieste, non più città di confine, rimane pur sempre in qualche modo una città confinata, una città precaria, una città sull’orlo dell’abisso. Lo si avverte, questo senso di precarietà, ad ogni passo, a ogni svoltare d’angolo. È un’angoscia ma anche una pace, un mix strano di malessere e di allegria che nessun’altra città produce. Trieste è un paradigma. Un’allegoria dello scivolare dell’Occidente, una metafora del nostro declino. Per questo Trieste mi piace”. (p.45)

Se Venezia è la città della vita famigliare e comoda, seppur segnata dai contrasti con la madre, Trieste è una città vera, preposta alla scoperta e alla crescita personale.

Altri racconti, spesso moto brevi, secchi, fanno emergere episodi di brutale violenza in genere verso le donne, perpetrati perlopiù da uomini (in modo diretto o indiretto come in “Pelle e cioccolata”). Laddove la parola smette di esistere, rimane solo il gesto brutale, violento, che colpisce a tradimento. È come se una grossa pietra venisse posta sopra qualsiasi possibilità di dialogo. La mediazione del linguaggio viene eliminata e le conseguenze sono nefaste. Ecco allora ritornare la riflessione sulla parola, sulla cultura soprattutto antica e sulla necessità di tramandare qualcosa di quella saggezza secolare attraverso l’insegnamento. Scoprirsi vani, inutili o ignorati da quei ragazzi pieni d’inquietudini, incapaci di esprimerle se non con atteggiamenti violenti o autodistruttivi o superficiali, può portare alla morte, come accade alla professoressa di “Una donna senza qualità”.

La fede nella parola in Occidente sembra venir meno, eppure “Amare è parlare. Amare è scrivere. Io scrivo per manifestarmi e il mio è un atto d’amore”.(p.94)

Perchè e a chi parlare sono interrogativi importanti, specie nella scuola e le riflessioni non mancano nei racconti, alternate a parti interamente narrative.

La fiducia, nonostante tutto, non viene meno e ne fa fede l’ultima surreale narrazione “Il quadro”, in cui la protagonista letteralmente si trasferisce in un dipinto, trovando quel che solo l’arte può dare: il respiro dell’eterno.

Articolo apparso su lankelot.eu nell’agosto 2012

articolo apparso su lankelot.eu nell’agosto 2012

Edizione esaminata e brevi note

Marina Torossi Tevini nata a Trieste, laureata in Lettere Classiche, ha insegnato dall’82 al 2000 e ha al suo attivo numerose pubblicazioni.

http://digilander.libero.it/wholt/biog_marina_torossi_tevini.htm

Marina Torossi Tevini, L’Occidente e le parole, Prato, Campanotto editore 2012.