Rusconi Roberto

Il gran rifiuto. Perché un papa si dimette

Pubblicato il: 20 marzo 2013

Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato“.

Con questo messaggio, l’11 febbraio 2013, papa Benedetto XVI annuncia al mondo la sua decisione di rinunciare al papato. “Il gran rifiuto. Perché un papa si dimette” è un saggio, molto lucido e molto lineare, col quale Roberto Rusconi riesce a spiegare che la scelta di Joseph Ratzinger non è unica né eccezionale. Nel corso della storia, infatti, molti pontefici hanno abbandonato il loro ruolo. Qualcuno per costrizione, qualcuno a causa di deposizioni forzose, qualcun altro per non essere perseguitato. In ogni caso, la storia della Chiesa è costellata da una miriade di papi rinunciatari.

Sono stata tra le allieve di Roberto Rusconi. Ho seguito, al tempo, il suo corso di Storia del Cristianesimo presso l’Università dell’Aquila ed ammetto di aver ritrovato in questo saggio tutta la dedizione, la chiarezza e l’intelligenza di un docente in grado di trasmettere con precisione e, nel contempo, con semplicità il suo sapere. Rusconi segue, nella sua esposizione, una cronologia molto precisa e metodica. Parte dai tempi in cui il cristianesimo è solo una delle varie religioni presenti a Roma e ricostruisce in pochissime pagine quale fosse la fisionomia della Chiesa dei primordi. L’elenco dei primi papi non è semplice da ricostruire e le date lasciano adito a parecchi dubbi. Eppure già nei primi decenni successivi alla morte di Cristo ci si ritrova alle prese con delle destituzioni. Il primo successore di Pietro ad essere allontanato da Roma sembra stato Clemente I, vissuto al tempo in cui l’impero romano era governato da Nerva (96-98) e Traiano (98-117). La prima autentica rinuncia al ruolo episcopale, però, arriva un po’ più tardi, nel 235, da parte di Ponziano il quale, secondo quanto descritto da alcuni antichi documenti, sarebbe stato deportato in Sardegna su decisione di Massimino Trace deciso a colpire i capi delle Chiese cristiane. Ponziano viene torturato e condannato ai lavori forzati e, dopo poco, sceglie di rinunciare alla sua carica. E’ evidente che le persecuzioni imperiali romane abbiano avuto, durante questa fase, un peso ragguardevole circa l’esistenza in carica dei vescovi romani. Spiega Rusconi: “la situazione delle comunità cristiana a Roma, anche per effetto delle persecuzioni da parte delle autorità imperiali, era piuttosto fluida, per non dire confusa e contraddittoria“.

La Storia procede e con essa anche il ruolo della religione cristiana e dei suoi papi. Anche quando, dopo l’editto di Costantino, il cristianesimo diviene “religio licita”, i contrasti con il potere imperiale non si estinguono. Sono numerosi, infatti, i casi di papi perseguitati o costretti all’esilio. Per diversi secoli la Chiesa dipende dal potere imperiale: il processo di liberazione è lento e faticoso e porta a continui contrasti tra pontefici diversi eletti contemporaneamente che decidevano di destituire reciprocamente l’antagonista. Tempi di papi e di antipapi.

Un capitolo a parte, come intuibile, merita il caso di Celestino V, “l’unico pontefice indiscutibilmente legittimo a rinunciare volontariamente al papato“. La scelta di Celestino V è stata tirata in ballo ed assimilata a quella Benedetto XVI. In verità si tratta di due rinunce ben diverse. Nella attenta disamina che il professor Rusconi dedica al caso di papa Ratzinger, infatti, sono messe in luce una serie di circostanze che spiegano e giustificano la sua decisione. Per comprendere il perché di una scelta tanto radicale, Roberto Rusconi si sofferma prima di tutto sul “profilo individuale, intellettuale e religioso” di Joseph Ratzinger. Ricostruisce la sua carriera ecclesiastica e sottolinea una lenta, graduale trasformazione che lo porta ad assumere, nel tempo, posizioni sempre più conservatrici: “I vivaci ma confusi anni che seguirono la conclusione del Concilio Vaticano II lo indussero a un giudizio fondamentalmente negativo nei confronti degli esiti dei lavori conciliari, e soprattutto delle modalità di attuazione dei suoi indirizzi, che andavano manifestandosi nel mondo cattolico. In un certo senso, il maturo professore di università era passato gradualmente da innovatore a conservatore, ponendo le premesse per la fisionomia di un prelato programmaticamente restauratore“.

Rusconi ipotizza addirittura che Ratzinger abbia pensato alle proprie dimissioni fin dal giorno della sua elezione al soglio pontificio. A sostegno di questa affermazione, il professore si sofferma su una serie di “indizi” che sembrano anticipare l’epilogo che conosciamo. Ovviamente alcuni eventi, analizzati col senno di poi e alla luce delle dimissioni dell’11 febbraio 2013, sembrano effettivamente assumere una valenza ben diversa da quella che parevano avere inizialmente. In questa parte del libro non possono mancare considerazioni relative allo stato di salute di Benedetto XVI, al grave problema dei preti pedofili e allo scandalo dei documenti vaticani sottratti dal domestico Paolo Gabriele. Eventi che devono aver avuto di sicuro la loro rilevanza nella scelta finale.

Dopo la rinuncia di papa Ratzinger si aprono, tra le altre, numerose discussioni in merito alla possibile pensionabilità dei pontefici. Rusconi evidenzia che “il papato contemporaneo è rimasto anacronisticamente, almeno sulla scena della storia, l’unica monarchia assoluta ereditata dai secoli precedenti“. Un mondo ipertrofico in cui la figura del papa è divenuta sempre più centrale e preminente. L’idea di trovarsi di fronte ad un papato a scadenza, chiaramente, diviene destabilizzante perché aprirebbe scenari imprevedibili potenzialmente in grado di mettere in discussione la struttura stessa della Curia romana. In ogni caso oggi ci troviamo a vivere una situazione piuttosto nuova per noi: l’esistenza di due papi. Uno in carica, l’altro emerito. E Rusconi avanza qualche timore: “La coesistenza di diversi pontefici ha caratterizzato gli scismi che hanno afflitto la Chiesa in tempi lontani“. Probabilmente non accadrà nulla di tanto eclatante, ma siamo sicuramente in presenza di un momento di svolta nella storia della Chiesa.

Edizione esaminata e brevi note

Roberto Rusconi si è laureato in Scienze politiche presso l’Università cattolica del S.C. di Milano. Ha insegnato Storia medievale presso l’Università di Trieste, Studi francescani presso l’Università di Perugia, Storia della Chiesa presso l’Università di Salerno e Storia del Cristianesimo presso l’Università dell’Aquila. Attualmente è professore ordinario di Storia del Cristianesimo e delle chiese all’Università Roma Tre. E’ stato visiting member presso l’Institute for Advanced Study di Princeton (New Jersey); visiting professor presso l’Université de Bretagne II (Rennes), la Universität Würzburg, la University of Notre Dame (Indiana), la University of California at Los Angeles, la Central European University (Budapest) e la Pontificia Universidad Católica di Santiago de Chile. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: “Profezia e profeti alla fine del Medioevo” (Viella 1999), “L’ordine dei peccati. La confessione tra Medioevo ed età moderna” (Il Mulino 2002), “Santo Padre. La santità del papa da san Pietro a Giovanni Paolo II” (Viella 2010), “La gloria degli altari. I papi santi nella storia della Chiesa” (Mondadori 2012), “Il gran rifiuto. Perché un papa si dimette” (Morcelliana, 2013).

Roberto Rusconi, “Il gran rifiuto. Perché un papa si dimette“, Morcelliana, Brescia, 2013.

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