Nissim Gabriele

Il tribunale del bene

Pubblicato il: 14 settembre 2012

Sottotitolo: “La storia di Moshe Bejski, l’uomo che creò il Giardino dei giusti“. Nei pressi di Gerusalemme c’è un luogo molto speciale che si chiama Yad Vashem, noto mausoleo commemorativo della Shoah. Lì si trova anche il Giardino dei Giusti nel quale, dal 1962 (anno della fondazione), si è deciso di piantare un albero di carrubo in ricordo di ogni giusto che ha rischiato la propria vita per aiutare gli ebrei. Il compito di scegliere le persone a cui attribuire tale riconoscimento è affidato ad una particolare Commissione istituita nel 1963. Il primo presidente della Commissione dei Giusti è stato Moshe Landau, noto soprattutto come giudice del processo Eichmann. Landau fu a capo della Corte che decretò la condanna a morte del gerarca nazista. A partire dal 1970 il ruolo di presidente della Commissione dei giusti è stato affidato a Moshe Bejski che ha mantenuto i poteri fino al 1995. Venticinque anni in cui la storia del Giardino dei giusti si è evoluta costantemente.

Il bellissimo libro di Gabriele Nissim ripercorre l’intensa e commovente esistenza di Moshe Bejski soffermandosi su quanto quest’uomo, seppur poco celebrato e relativamente noto, abbia saputo realizzare grazie ad una tenacia senza pari e ad una filosofia di vita che gli ha permesso di perseguire il bene in ogni sua forma, anche la più incredibile ed indecifrabile. Nissim inizia raccontando la vita di Bejski, la sua nascita (29 dicembre 1921) e la sua infanzia di ebreo polacco presso il villaggio di Dzialoszyce e, soprattutto, la coscienza di non essere mai stato accettato completamente dagli abitanti del luogo. Un senso di mancata appartenenza che Moshe avvertirà lungo tutto il corso della sua vita. Come molti altri ebrei, Moshe è stato perseguitato dai nazisti e costretto alla fuga. Dopo il cocente tradimento della gente del suo villaggio e di un suo ex compagno di scuola, è stato rinchiuso nel campo di lavoro di Plaszow dove ha avuto la sfortuna di imbattersi in Amon Goeth, “era un uomo che si identificava con il nazismo e con quel suo particolare lavoro perché gli permetteva di dare sfogo alle pulsioni più nascoste. Si trovava perfettamente a suo agio a Plaszow, ma avrebbe potuto dirigere un gulag alla Kolyma o un campo turco di deportazione degli armeni nel deserto di Des es Zor. Era la possibilità di disporre a piacimento degli esseri umani e il vederli soffrire che lo esaltava“.

Ma se da un lato Moshe Bejski è stato costretto a fare i conti con l’incarnazione e la “banalità del male”, dall’altro ha avuto la possibilità di incontrare ed essere salvato da Oskar Schindler, un controverso personaggio che è stato celebrato in tutto il mondo grazie al famoso film “Schindler’s List” di Steven Spielberg. Il regista americano ha potuto ricostruire la vicenda dell’industriale tedesco soprattutto grazie alla ricca documentazione messa a sua disposizione proprio da Bejski, anche se quasi nessuno sa che se quel film esiste lo si deve proprio ai suoi ricordi e alle memorie da lui raccolte nel tempo. Dopo la fine del nazismo, Moshe, da sempre convinto sionista, si è trasferito in Israele ed ha studiato legge. Come altri sopravvissuti, nel 1961, ha testimoniato al processo Eichmann, un’esperienza umanamente molto impegnativa, quasi devastante soprattutto quando Hauser, che lo interrogava, gli chiese perché loro, 15.000 prigionieri ebrei, non avevano mai avuto il coraggio di attaccare e ribellarsi a qualche centinaio di SS. “Dopo diciotto anni io non posso più… non posso più descrivere quella sensazione di paura. Oggi che mi trovo davanti a Voi, Vostro Onore, quella sensazione non esiste più e io suppongo che non ci sia nessuno in grado di descriverla… Quella paura impediva agli uomini che si trovavano sotto la minaccia dei poliziotti con le mitragliatrici in mano di avere la benché minima reazione…“.

La nascita del Giardino dei Giusti è un evento speciale. All’inizio le regole fissate per la scelta dei Giusti furono rigide ed applicate con grande intransigenza da Landau. Con l’avvento di Moshe Bejski, però, gli schemi prefissati iniziarono ad essere messi in discussione e trasformati. Il Giusto era solo colui che aveva messo a repentaglio la propria vita per salvare quella di un ebreo? Oppure il titolo di Giusto poteva essere attribuito anche a chi, pur non arrivando alla morte, aveva comunque operato per il bene e la protezione degli ebrei vittime della persecuzione nazista? E poi: una persona che si era macchiata di un qualsiasi delitto o di comportamenti non proprio ortodossi poteva comunque aver diritto all’onore di un albero nel Giardino di Yad Vashem? Il bene, come imparò presto Bejski, poteva annidarsi ovunque, esattamente come il male. Alla sua Commissione toccava il compito di identificarlo e comprenderlo, senza pregiudizi o altri tabù. Non potevano esistere barriere religiose, politiche, etniche o ideologiche. Un percorso arduo perché disseminato di storie di ogni genere, testimonianze complesse e frequenti ambiguità da chiarire. Accanto alle vicende eroiche, e fin troppo spesso misconosciute, di uomini e donne che hanno rischiato il lavoro, la posizione sociale e persino la vita per evitare agli ebrei di finire in un campo di sterminio, si presentavano ai Giudici anche quelle di personaggi equivoci alla ricerca di una gloria che non potevano meritare. Il lavoro di Moshe Bejski e della Commissione che ha presieduto per 25 anni non è mai stato semplice ed ha implicato una serie ininterrotta di interrogativi, di riflessioni e di indagini scrupolose. Per Moshe Bejski era fondamentale che gli ebrei sopravvissuti alla Shoah dedicassero al ricordo e alla celebrazione del bene ricevuto la stessa attenzione e la stessa cura riservate al ricordo della Shoah. Dimenticare il bene è un atto colpevole e disumano esattamente come quello di scordare il male. Per questo esiste il Giardino dei Giusti: per fare in modo che la memoria di chi ha agito con coraggio perseguendo il bene non venga dimenticato. Ogni albero ed ogni targa del Giardino dei Giusti rappresenta, secondo la logica di Moshe, un messaggio al mondo intero. Il male, come sappiamo, si è riproposto in decine di altri luoghi e di altre forme anche dopo Auschwitz. L’antidoto può essere solo uno: la responsabilità individuale. “Un senso di sollievo può venire dalla consapevolezza che si può arrestare il male a partire dal proprio ambito, dalle proprie possibilità, da proprio senso di responsabilità. Ogni uomo, se vuole, può gestire un minuscolo spazio di libertà in cui è totalmente sovrano“. L’insegnamento di Bejski, fortunatamente, è stato ascoltato e seguito: nel mondo, oggi, esistono numerosi Giardini dei Giusti.

Edizione esaminata e brevi note

Gabriele Nissim è nato a Milano nel 1950. Ha scritto e scrive per svariate riviste e quotidiani italiani e si è sempre occupato di problematiche sociali, politiche e storiche. Tale attività lo ha portato a scrivere varie opere e ad ottenere diversi riconoscimenti. I suoi libri: “Ebrei invisibili: I sopravvissuti dell’Europa orientale dal comunismo a oggi” con Gabriele Eschenazi (1995); “L’uomo che fermò Hitler” (2001); “Il tribunale del bene” (2003); “Storie di uomini giusti nel Gulag” (2004); “Una bambina contro Stalin” (2007); “La bontà insensata” (2011). Tutti i testi sono editi per Mondadori.

Moshe Bejski è nato il 20 dicembre del 1921 a Dzialoszyce, nei pressi di Cracovia. E’ vissuto in Polonia ma, a seguito dell’occupazione nazista del 1939, è stato tenuto prigioniero in un campo di lavoro. Deve la sua salvezza ad Oskar Schindler che lo trasse dal campo assieme ad altri ebrei. Al termine della Seconda Guerra Mondiale, Moshe ha deciso di emigrare in Israele. Qui ha studiato legge ed è divenuto un Giudice delle Corte Costituzionale isreliana. Ha testimoniato contro Eichmann e, nel 1962, è diventato membro della Commissione dei Giusti di Yad Vashem che, dal 1970, ha presieduto. Ha condotto tale incarico fino al 1995 dopodiché ha iniziato a dedicarsi all’educazione dei giovani. Moshe Bejski è morto il 6 maggio del 2007 ed è sepolto nel cimitero di Kiryat Shaul a Tel Aviv.

Gabriele Nissim, “Il tribunale del bene“, Mondadori, Milano, 2003.

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