O'Connor Flannery

Il cielo è dei violenti

Pubblicato il: 29 luglio 2012

“Il cielo è dei violenti” è il secondo romanzo di Flannery O’Connor. Ho iniziato a leggerlo senza sapere quasi nulla né del libro né della sua autrice. Ho percepito, fin da subito, il talento di questa scrittrice e, contemporaneamente, mi sono accorta che il suo stile e la storia narrata non hanno tempo. Flannery O’Connor potrebbe aver scritto “Il cielo è dei violenti” ieri mattina o tra dieci anni. Scopro poi che, in verità, il romanzo risale al 1960, ma non c’è nulla che lo faccia indovinare. L’America che traspare da queste pagine ha qualcosa di guasto e di perverso e, proprio per questo, di immutabile e permanente. E la O’Connor descrive questo mondo come farebbe un bravissimo regista capace di trasmettere significati e contenuti solo attraverso le immagini, i colori, le espressioni di un volto o le semplici azioni dei protagonisti.

Ci sono tre figure attorno alle quali si muove l’intera storia. Il vecchio Tarwater è un uomo che si crede profeta ed è ossessionato dal suo fondamentalismo religioso. Vive lontano dagli altri come un eremita ed ha scelto di rapire e tenere con sé il suo pronipote. Il bambino è cresciuto seguendo gli insegnamenti dell’uomo: “Il vecchio, che diceva di essere un profeta, aveva cresciuto il ragazzo insegnandogli ad aspettare a sua volta la chiamata del Signore, e a tenersi pronto per il giorno in cui l’avrebbe udita. L’aveva istruito sui mali che toccano a un profeta, quelli che vengono dal mondo, e sono trascurabili, e quelli che vengono dal Signore e lo purificano ardendolo, perché lui stesso era stato purificato ardendo più e più volte. Lui, aveva imparato attraverso il fuoco“. Una mattina qualunque, durante la colazione e senza quasi accorgersene, l’anziano Tarwater muore. Il nipote, pressappoco quattordicenne, non si scompone “Prima seppelliscilo, così non ci pensi più, gli disse la voce alta e sgradevole dell’estraneo. Il ragazzo si alzò e andò a prendere la vanga“. Ma il lavoro non va a buon fine per questo il giovane Tarwater sceglie di dare fuoco a tutto e di andarsene in città, lì dove era stato solo un paio di volte e per poche ore. Vuole raggiungere la casa di suo zio, il maestro Ryber, l’uomo che il vecchio aveva provato a convertire quando era appena un bambino. “Il ragazzo non aveva intenzione di andare dal maestro prima di giorno e, quando ci fosse andato, era deciso a mettere in chiaro che non era lì per ricevere la carità o per lasciarsi studiare per una rivista d’insegnanti. Cominciò a cercar di ricordare il viso del maestro, in modo da fargli abbassar gli occhi a forza di fissarlo nel pensiero, prima di affrontarlo nella realtà“.

Ryber è un uomo certo della sua razionalità e del suo sapere. Quando il ragazzo arriva a casa sua, egli spera di poter rimediare ai danni educativi e formativi che il vecchio con le sue follie religiose ha causato al giovane Tarwater. Il suo intento, però, è folle almeno quanto quello del prozio. Nessuna lezione e nessuna spiegazione logica, infatti, riescono a scalfire la mente e le convinzioni del ragazzo, le stesse che lo condurranno verso un atto violento, definitivo ed aberrante.

Da una parte la fede fanatica ed estrema, dall’altro la ragione esaltata ed assoluta. In ogni caso forme deviate del pensiero, entrambe portatrici di follia e disperazione. E’ in questi territori misteriosi e perversi che si muove la O’Connor scavando all’interno del pensiero religioso che, da fervente cattolica, conosce alla perfezione. La scrittrice ha il coraggio di descrivere legami e sentimenti logorati dall’esasperazione e, proprio nello scandagliare tali estremismi, riesce a ricreare atmosfere terribili e lucidissime. La sua prosa e densa e possente. I continui flashback che caratterizzano soprattutto la prima parte del romanzo costituiscono quell’impalcatura necessaria a ricreare l’immagine di un mondo malato e spaventoso che pare eterno, immutabile e, proprio per questo, angosciante e, contemporaneamente, estremamente affascinante.

Edizione esaminata e brevi note

Flannery O’Connor è nata a Savannah, in Georgia, nel 1925. A sette anni, insieme alla sua famiglia, si trasferisce a Milledgeville, la cittadina in cui vivrà per tutta la vita. Nel 1947 Flannery perde suo padre e nella fattoria appena ereditata decide di allevare pavoni. Durante gli anni del college e all’Università, la O’Connor frequenta corsi di scrittura e comincia a spedire i suoi primi racconti alle riviste. Il suo romanzo d’esordio appare nel 1952 e si intitola “La saggezza del sangue“. Negli anni successivi scrive una raccolta di racconti e un secondo romanzo: “Il cielo è dei violenti” (1960). Nell’arco di pochi anni Flannery O’Connor ottiene vari riconoscimenti letterari e parecchio successo. Nel 1950, però, la scrittrice inizia a manifestare i primi sintomi del lupus eritematoso, la malattia che aveva condotto alla morte suo padre. Inizia le cure ma il male procede inesorabilmente. Nel 1964 le viene diagnosticato anche un tumore. Muore nell’agosto dello stesso anno. Oltre alle due già citate, ecco altre opere della O’Connor pubblicate in Italia: “La schiena di Parker“, Rizzoli (1999);”Tutti i racconti“, Bompiani (2001); “Solo a presidiare la fortezza“, Einaudi (2001) e Minimum Fax (2012); “Nel territorio del diavolo – Sul mistero di scrivere“, Minimum Fax (2003 e 2010).

Flannery O’Connor, “Il cielo è dei violenti“, Einaudi, Torino, 1994. Introduzione di Marisa Caramella. Traduzione di Ida Omboni. Titolo originale: “The violent bear it away” (1960).

Pagine Internet su Flannery O’Connor: Sito dedicato (ita) / Wikipedia / New Georgia Encyclopedia (en)