Hodgman Helen

Tasmania Blues

Pubblicato il: 30 settembre 2016

Prendo informazioni direttamente da Wikipedia: “La Tasmania si trova a sud-est del continente [australiano], da cui la separa lo Stretto di Bass. Prende il nome da Abel Tasman, che la scoprì nel 1642; Tasman l’aveva battezzata invece Terra di Van Diemen (dal nome del finanziatore della sua spedizione – nome che rimase in uso fino al 1856). L’isola ha una superficie di 64.410 km², ed è pertanto la 26-esima isola del pianeta“. E poi: “I primi ad abitare la Tasmania furono gli aborigeni tasmaniani: alcune testimonianze preistoriche dimostrano che i loro antenati vi giunsero non più tardi di 35.000 anni fa, quando ancora la Tasmania non era un’isola (la definitiva separazione dall’Australia avvenne infatti non più di 10.000 anni fa). All’arrivo degli europei all’inizio dell’Ottocento la popolazione degli aborigeni tasmaniani ammontava a circa 5000 individui. A causa dell’isolamento geografico, la società tasmaniana era tra le più arretrate tra le società primitive. Il contatto con i coloni europei fu fatale per i tasmaniani: nell’arco di un decennio si produsse un conflitto che degenerò in un vero e proprio genocidio della popolazione tasmaniana da parte dei coloni europei. Gli ultimi tasmaniani furono confinati presso l’isola di Flinders, andando incontro all’estinzione nella seconda metà dell’Ottocento. L’ultima tasmaniana di sangue puro è generalmente considerata Truganini (1812-1876)“.

È in Tasmania che la scozzese Helen Hodgman si è trasferita alla fine degli anni ’50. Ed è questa l’isola che fa da sfondo, e non solo, al romanzo d’esordio della scrittrice, “Blue Skyes”, uscito per la prima volta nel 1976 e poi ripubblicato un paio di volte nei decenni successivi. Molti lo definiscono un classico della letteratura australiana che, confesso, non conosco affatto ma che, per ovvie ragioni, deve possedere necessariamente una storia piuttosto breve. Romanzo scarno, “Tasmania blues”, un po’ asettico, a tratti grottesco e di sicuro estremamente cinico. Ho apprezzato lo scrivere immediato e diretto mentre ho trovato le tematiche e le atmosfere un po’ trite e abusate. Ci si ritrova semplicemente dentro la vita a doppia faccia di una giovane moglie e madre. Una moglie e madre nolente, a dire il vero. Una ragazza che recita la propria particina quotidiana di moglie, di casalinga e di mamma alquanto distratta e poco materna. La vita di questa donna è scandita dal nulla o dalla semplice noia e di certo l’eccesso di un cielo sempre troppo azzurro di una terra senza piogge non può aiutare.

Non serve neppure andare alla vicina spiaggia, anche se è proprio la spiaggia la ragione per cui lei e suo marito James vivono dove vivono. Non serve la figlia Angelica e neppure l’arrivo di una nuova vicina troppo dedita a far crescere il suo prato o da spiare da dietro le tapparelle. Lei si ritrova a vivere ore gonfie di insofferenza: “Erano giorni infiniti, l’orologio segnava invariabilmente le tre del pomeriggio, qualsiasi cosa gli si facesse. Potevi provare a metterlo sottosopra. Potevi cercare di coglierlo in fallo, spuntando improvvisamente da dietro la porta per prenderlo di sorpresa. Non importava cosa escogitavi, il giorno finiva in quel momento e non rimaneva più nulla con cui colmarlo“. Le uniche distrazioni che si concede arrivano, sistematicamente e con metodica invariabile, al martedì a al giovedì. “Il martedì e il giovedì. In quei giorni potevo decollare e dimenticare la strada, la spiaggia e le tre del pomeriggio“. Scarica la figlioletta dalla suocera e va a trovare i suoi amici-amanti: Jonathan è quello del martedì, proprietario di un bar ristorante, “il migliore dell’isola“, nonché suo ex datore di lavoro; Ben è quello del giovedì, artista un po’ stravagante ed assurdo sposato, tra l’altro, con Gloria, migliore amica della nostra protagonista e voce narrante.

La scansione stereotipata, indolente e ripetitiva degli atti della moglie che sta in casa ad accudire la figlia e ad aspettare suo marito, si contrappone all’indole irriverente, scanzonata e poco convenzionale della stessa durante i martedì e i giovedì di ogni settimana. Ovviamente il romanzo, poiché romanzo, deve contemplare qualche elemento di dissesto che, ovvio, arriva immancabilmente ed anche opportunamente, direi. Nonostante tali piccoli o grandi drammi, non c’è mai veramente una scossa autentica utile a ribaltare il sistema. Si rimane nel solito piattume esistenziale, in quell’egoistico microcosmo domestico e dentro la banalità di una mente a suo modo comunque affascinante. Devo immaginare che leggere questo libro nel 1976 abbia avuto un certo impatto, oggi, alla luce di tutti i libri e film e riviste e serie che ruotano attorno alle stesse questioni, la forza di questa storia, almeno secondo il mio punto di vista, tende a ridimensionarsi un bel po’.

Edizione esaminata e brevi note

Helen Hodgman è nata a Colchester, regione dell’Essex, in Scozia, nel 1945. Si trasferisce con la famiglia in Tasmania nel 1958. Nel 1975 scrive il suo primo romanzo, “Blue Skies”, pubblicato da case editrici inglesi ed australiane e in tedesco da Knauss. Due anni dopo firma un romanzo di successo, “Jack & Jill”, vincitore del Somerset Maugham Award nel 1979. In seguito pubblica “Broken Words” (1988), che si aggiudica il Christina Stead Prize nel 1989, “Passing Remarks” (1996), “Waiting For Matindi” (1998), “The Bad Policeman” (2001). Helen Hodgman attualmente vive a Sydney.

Helen Hodgman, “Tasmania Blues“, Edizioni Socrates, Roma, 2016. Traduzione dall’inglese di Valentina Rossini. Titolo originale “Blue Skies”, 1976.

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