De Lucia Michele

Il ducetto di Rignano sull’Arno

Pubblicato il: 26 febbraio 2017

“Se perdo il referendum sulle riforme costituzionali smetto di far politica”. Così parlò un noto esponente del Partito Democratico, investito – pare – di grandi responsabilità istituzionali. Non sappiamo se poi si sia davvero ritirato a vita privata, ma se avesse dato seguito a questa promessa – giungono voci che non sia così – allora tanto di cappello alla coerenza e all’onestà intellettuale. Pregi che Michele De Lucia, l’autore di “Il ducetto di Rignano sull’Arno”, non sembra riconoscere in Matteo Renzi, anche lui politico con grandi responsabilità, proprio come quello che aveva promesso il suo ritiro a vita privata. Quanto letto nel “Berluschino” – parliamo di una scalata al potere bulimica e senza scrupoli –  lo ritroviamo, con un carico di cinismo ancor più disturbante, in questa seconda opera dedicata al “Bomba” e alla sua cerchia di famigli.

La quarta di copertina, difatti, non sembra ricalcare la sobrietà un po’ paracula (e omissiva) dei più noti giornaloni italiani: “Gli affarismi della famiglia Renzi, fra intrichi societari, furbizie previdenziali, condanne per cause di lavoro, e sospetti di bancarotta fraudolenta. Il politicante Matteo Renzi comunicatore di balle: lo storytelling affaristico con l’amico scrittore Alessandro Baricco, e la Rai-tv renziana sempre più asservita al potere partitocratico, come una nuova Eiar. Banche e massoni: il decreto sulle Banche popolari con sospetti di insider trading, lo scandalo Etruria-Boschi col contorno di Flavio Carboni, e l’amicone generale della Guardia di finanza («Che stronzo! Ciao ciao»). Bramosia di potere renziana: come arrivare a palazzo Chigi con un colpo di mano, come manomettere la Costituzione in senso autoritario, come imporre una nuova legge elettorale incostituzionale, e come governare a colpi di decreti e propaganda. Per partito preso: l’angelo custode Marco Carrai (fede-affari-politica dal Lussemburgo a Tel Aviv), e il Pd ridotto a partito padronale e personale”.

Michele De Lucia è quindi tornato a raccontare, con lo stile tipico del pamphlet, non soltanto le manovre spregiudicate e le inconfessate complicità che hanno consentito la scalata alla Presidenza del Consiglio di un personaggio bulimico di potere. Molte pagine del “Ducetto” sono infatti dedicate al Matteo Renzi premier e ai suoi tentativi di assicurarsi, per innumerevoli anni, un comodo soggiorno a Palazzo Chigi e chissà dove altro ancora: ovvero il sostegno di lobby che poco hanno a che fare con gli ideali della cosiddetta sinistra, il disprezzo delle regole parlamentari, una legge elettorale e un progetto di Costituzione ad personam, uno storytelling costruito passo passo da spin doctor che hanno preso alla lettera l’adagio berlusconiano secondo cui “la media del pubblico italiano rappresenta l’evoluzione mentale di un ragazzo che fa la seconda media e che non sta nemmeno seduto nei primi banchi” (9 dicembre 2004).

Soprattutto il libro di De Lucia, proprio perché sostanzialmente occultato dai più noti organi di stampa, rappresenta una risposta al titolo di un articolo pubblicato dal “Fatto quotidiano” il 1 febbraio 2016: “E se tutto questo l’avesse fatto Berlusconi?”. Non soltanto la doppia morale e l’ipocrisia di una sinistra fedele più al partito che alle istituzioni e alla sua collocazione politica, ma, come ha scritto Piero Ignazi (2015), la constatazione che “l’innovazione politica renziana sembra più inverarsi nei mezzi (le slide, i tweet, il vortice presenzialista) che nei contenuti” (pp.151).

E’ anche vero che un agguerrito pamphlet come “Il ducetto” va apprezzato non semplicemente per la carica polemica contenuta nelle sue pagine, cosa che potrebbe tutt’al più gratificare coloro che proprio non sopportano di vedere la politica italiana ancora una volta condizionata da un gruppo di personaggi tanto arroganti quanto ignoranti. Il libro va apprezzato semmai per il lavoro di archivio, quello che ormai molti giornalisti non fanno più, spesso ridotti a passacarte degli uffici stampa di partito e perennemente smemorati. La leggenda, probabilmente uno storytelling vero e proprio, narrava, infatti, che i concetti di “credibilità”, “nuovo”, “rottamazione” fossero tutti in stretto rapporto, cementati da velocità ed ottimismo ad oltranza. In realtà sembra che le cose non siano andate proprio così.

Leggiamo infatti alcune affermazioni di noti politici che poi, appena qualche mese o anno dopo, avrebbero affermato e spergiurato esattamente l’opposto. Ma non solo. Alcune dichiarazioni, correttamente citate da De Lucia, durante l’ultima campagna referendaria, sarebbero stati utili slogan per i sostenitori del “No”. Ad esempio: “Per riscrivere la Costituzione oggi, lo facciamo insieme con una scelta di alto profilo, o ci affidiamo come negli ultimi anni, ai muri contro muri e ai referendum confermativi? (2006)”; “Con questa legge elettorale la gente non viene eletta: basta farsi mettere in lista e si è nominati. E in lista ti ci mettono i partiti, non la vittoria a un concorso a premi … E’ gente eletta solo a parole, in realtà nominata” (2007).

Insomma, frasi  che avrebbero fatto imbestialire l’ex premier nativo di Rignano e tutti i suoi sostenitori, impegnati anima e corpo ad approvare l’Italicum e la riforma costituzionale a maggioranza. Lecito quindi domandarsi chi mai fosse  il  gufo e rosicone, autore di quelle dichiarazioni.

Ve lo anticipiamo noi. E’ Matteo Renzi.

Edizione esaminata e brevi note

Michele De Lucia (Roma, 1972), laureato in legge, giornalista e scrittore, è stato tesoriere di Radicali italiani. Con Kaos edizioni ha pubblicato, fra l’altro: Il baratto (2008), Dossier Bossi-Lega nord (2011), Al di sotto di ogni sospetto (2013), Il Berluschino (2014), e Matteo Salvini sottovuoto spinto (2015).

Michele De Lucia, “Il ducetto di Rignano sull’Arno”, Kaos edizioni (collana Libertaria), Milano 2016, pag. 210.

Luca Menichetti. Lankenauta, febbraio 2017