Camus Albert

Riflessioni sulla pena di morte

Pubblicato il: 21 maggio 2017

Quando Camus scrive le sue “Rèflexions”, nel 1957, in alcuni Paesi europei vige ancora la pena di morte. In questo saggio l’autore adotta un metodo d’analisi serio e pragmatico, lontano, per sua ammissione, da atteggiamenti immaginifici e sentimentali. E spiega: chi parteggia per la pena di morte pone, tra i suoi primi argomenti, l’esemplarità del castigo: l’uccisione di un colpevole deve avvenire davanti agli occhi di più persone possibili affinché sia da monito per chiunque. Eppure ciò non accade: in Francia le esecuzioni (decapitazioni) avvengono in luoghi chiusi e se ne parla sempre con molta circospezione. Inoltre, spiega Camus, “affinché la pena di morte sia veramente esemplare, bisogna che sia spaventosa“. Ma neanche questo si verifica perché dare pubblicità ad un atto di morte rischierebbe “di provocare disgusto e rivolta nella pubblica opinione“. Camus è drastico e cinicamente oggettivo: “bisogna uccidere pubblicamente oppure confessare di non sentirsi autorizzati a uccidere“. Ma è anche lucidamente umano: “perché la società dovrebbe credere a questo esempio, che non impedisce il delitto, e i cui effetti, se esistono, sono invisibili?

Giustiziare un uomo non intimidisce chi non sa che compirà un delitto né potrà intimidire un irriducibile assassino. L’esemplarità della pena di morte è mera ipocrisia. Dunque, afferma Camus, diamo alla pena di morte il nome che realmente merita: vendetta. La vendetta è, infatti, “il castigo che sanziona senza prevenire“. Il “taglione” è un puro atto del sentimento, rientra nel campo della natura istintiva, non della legge.

L’uccisione di un condannato non è una semplice morte, ma è una morte doppia perché al condannato si impone un’altra condanna: la sofferenza data dalla paura e dall’attesa. La pena capitale è, quindi, tutt’altro che indolore. Il condannato sa in anticipo che verrà ucciso, ma non può intervenire, né convincere, né difendersi. Non gli rimane che rinchiudersi nel silenzio impotente della propria distruzione. Alla prima vittima, l’innocente, se ne aggiunge un’altra, la colpevole. Dice Camus: la pena di morte pretende “di punire una colpevolezza sempre relativa con un castigo definitivo e irreparabile“. Infatti una peculiarità innegabile della pena capitale è, senza dubbio, il suo essere definitiva. Se non lo fosse, si dovrebbe ammettere che i colpevoli sono recuperabili per la società, la quale, invece, non essendo in grado di risolvere il problema delle “belve”, si limita ad annullarlo. E qui Camus pone una domanda importante: “Chi può garantirci che nessuno dei giustiziati fosse recuperabile? O meglio, chi può garantirci che nessuno fosse innocente?” La possibilità dell’errore permane sempre e comunque. Un delitto impunito infetta, ma un’innocenza condannata insudicia allo stesso modo. Decretare la condanna a morte di un uomo significa stabilirne l’impossibilità di riscatto. Nessuno però gode di tale potere decisionale. Il diritto alla vita spetta anche al peggiore degli uomini, in caso contrario la vita morale diviene impossibile.

A diversi decenni di distanza, il saggio di Albert Camus risulta essere ancora di un’attualità che, sfortunatamente, sconcerta. Quando questo testo non sarà più così attuale forse potremo dire di aver compiuto uno dei progressi più rilevanti che l’umanità abbia mai realizzato.

Edizione esaminata e brevi note

Albert Camus nasce nel 1913 a Mondovi, Algeria, da una umile famiglia francese residente nel Paese nord-africano. Albert studia ad Algeri, ma le condizioni economiche in cui vive sono piuttosto precarie. Lavora come attore e giornalista. Si trasferisce in Francia e, nel dopoguerra, diventa il caporedattore del giornale “Combat”. La sua affermazione, in campo letterario, giunge nel 1942 con il romanzo “Lo straniero” e con il saggio “Il mito di Sisifo”. Nel 1957 gli viene assegnato il Nobel per la letteratura. Egli è considerato, assieme a Sartre, il più grande esponente dell’esistenzialismo francese. Camus muore il 4 gennaio 1960 a causa di un incidente stradale: la sua auto si schianta contro un albero lungo la Sens-Parigi. Tra i suoi capolavori: “La peste” (1947), “L’uomo in rivolta” (1951), “La caduta” (1956), “Caligola” (1945), “I giusti” (1950).

Albert Camus, “Riflessioni sulla pena di morte”, SE, Milano, 2006. Traduzione di Giulio Coppi.

Pagine internet su Albert Camus: Wikipedia / Filosofico.net / Nobel Prize / Rai Letteratura