Calamandrei Piero

Un incontro con Piero della Francesca

Pubblicato il: 10 maggio 2015

L’iniziativa delle Edizioni Henry Beyle di ristampare “Verrà a Firenze la Madonna del Parto?”, l’articolo di Piero Calamandrei (“Il Ponte, anno X, numero 3, marzo 1954), tra l’altro col titolo più felice di “Un incontro con Piero della Francesca”, potrà essere apprezzata sotto diversi punti di vista. Innanzitutto abbiamo avuto l’opportunità di rileggere la prosa ineccepibile di un giurista – letterato che di questi tempi è stato citato spesso a sproposito e che proprio in quanto intellettuale di ampie vedute – niente a che vedere con molti legulei contemporanei – ha dimostrato un interesse profondo e duraturo per le arti figurative e l’arte in generale. Nel caso poi della Madonna di Monterchi questo interesse si innestava con gli avvenimenti più recenti della Resistenza e degli usi e costumi di un popolo contadino ingenuo e nel contempo affezionato alle proprie tradizioni. Calamandrei rievoca difatti una gita domenicale della primavera del 1938 quando, con gli amici Pancrazi, Paoli, Russo e Calogero, gli capitò di passare dal paesino di Monterchi, tra Arezzo e San Sepolcro. Qui, incredibilmente chiusa nella cappelletta di un cimitero, si trovava la “Madonna del Parto”: “esiliata da secoli in quel recinto di morti, vive solitaria in attesa di una rinascita” (pp. 13). Passano gli anni, il ricordo di quel dipinto rimane vivido, ma poi arriva la guerra, la resistenza partigiana e, con le distruzioni, anche il rischio che tante preziose testimonianze del passato, fino a quel momento dimenticate e lasciate incustodite, vengano trafugate o finiscano in rovina. E’ noto del resto che Calamandrei fin dagli anni del dopoguerra si sia occupato del recupero delle opere d’arte, quasi fosse in piena sintonia con i più noti – oggi – “Monument men”. Nel caso specifico della Madonna del Parto il giurista fiorentino, una volta terminata la guerra, pare sia stato presto rassicurato sulla sorte del dipinto di Piero della Francesca. Più drammatica invece la testimonianza degli abitanti di Monterchi, ed in particolare del CLN del paese che, come viene rievocato nell’articolo, giunsero in delegazione proprio a Firenze per parlare col Magnifico Rettore dell’ateneo, ovvero con Piero Calamandrei in persona. La delegazione, mostrando un “attaccamento geloso” alle cose d’arte, raccontò di un fantomatico tentativo di furto del dipinto da parte di due nazifascisti. In realtà i due, quasi malmenati ed allontanati dalla folla e dalle parrocchiane inferocite, non erano altri che il professor Mario Salmi dell’Università di Firenze e il dott. Procacci delle Gallerie Fiorentine, ben intenzionati a trarre in salvo l’opera altrimenti esposta ai bombardamenti o davvero ad un trafugamento. Ma a parte questo equivoco piuttosto grottesco, la sorte fu benevola, il dipinto rimase incolume in quel di Monterchi e, superando resistenze dei paesani (“la Madonna non si tocca!”), alla fine si riuscì addirittura a portarlo a Firenze per un restauro.

Dicevamo della prosa del giurista toscano, ma in realtà questa natura di intellettuale a tutto campo si coglie anche dalle descrizioni competenti dell’opera di Piero della Francesca, non disgiunte da considerazioni e descrizioni altrettanto acute sul contado toscano. Del resto la rivista “Il Ponte”, mensile di politica e letteratura fondato proprio da Calamandrei nel 1945, intendeva “la presenza della politica come garanzia della nuova ricerca letteraria e culturale di un Italia democratica” (oggi invece sembra avvenire esattamente il contrario). Tutti elementi che possiamo ritrovare nell’articolo del 1954 e che ricordano molti passaggi del celebre discorso di Calamandrei, “L’Italia ha ancora qualcosa da dire”, pronunciato dieci anni prima alla riapertura dell’ateneo fiorentino, quasi fosse una premessa al futuro art. 9 della Costituzione: “Mai come in questi mesi in cui sui bollettini di guerra cominciavamo a leggere con un tremito i luoghi della Toscana, abbiamo sentito che questi paesi sono carne della nostra carne, e che per la sorte di un quadro o di una statua o di una cupola si può stare in pena come per la sorte del congiunto, o dell’amico più caro”.

Una capacità di comprensione  nei confronti dell’arte e dei sentimenti popolari che Calamandrei, con una prosa ricca di sensibilità, evidenzia fino all’ultima pagina del suo articolo: “Ma quando Piero della Francesca dipinse per il borgo materno di Monterchi questa glorificazione della gravidanza con un realismo che allora dové apparire audacissimo, nessuno degli umili contadini per i quali questo dipinto fu fatto, si sentì offeso o distratto dall’audacia di questa rappresentazione, la quale rivelava al popolo, con un linguaggio di bellezza da tutti comprensibile, la dignità e la nobiltà religiosa del destino umano, che si perpetua attraverso la maternità. Rare volte, come dinanzi a questo capolavoro di Piero, lo spettatore anche non preparato avverte la miracolosa potenza rivelatrice e purificatrice dell’arte” (pp.37).

Edizione esaminata e brevi note

Piero Calamandrei, (1899-1956) fiorentino, docente universitario di diritto. Dopo la seconda guerra mondiale prese parte ai lavori della Costituente in rappresentanza del Partito d’Azione. Autore di numerosi saggi di politica contemporanea, nel 1945 fondò la rivista “Il Ponte”. Ha pubblicato opere letterarie come “Inventario della casa di campagna” (1945), “Uomini e città della resistenza” (1955) e racconti per bambini.

Piero Calamandrei, “Un incontro con Piero della Francesca”, Henry Beyle (Collana: Piccola biblioteca degli oggetti letterari), Milano 2015, pag. 48.

 575 copie numerate – carta Zerkall Bütten, caratteri Garamond monotype corpo 12
formato cm 13,50 per 19,50

Luca Menichetti. Lankelot, maggio 2015