Farese Giovanni

Luigi Einaudi

Pubblicato il: 24 luglio 2012

Giovanni Farese l’ha scritto chiaramente nell’introduzione al libro: “è una biografia divulgativa, che può esser letta da tutti. Il rischio è duplice: che il volume risulti troppo facile per gli specialisti e troppo difficile per quanti non lo sono”. E’ vero che appena centoquaranta pagine non possono che rappresentare un’infarinatura un po’ sommaria sulla vita e le opere di un grande personaggio come Einaudi. Quel tanto però, come suggerito dallo stesso Farese, per poi acquisire strumenti e curiosità tali da volerne poi approfondire vita e opere, anche grazie alla bibliografia essenziale presente al termine del volume. Una biografia “per analogie e relazioni” che, meno attenta al lato della vita privata e familiare, tende semmai a concentrarsi sulla formazione intellettuale di Einaudi ed appunto sulle sue relazioni con colleghi e studiosi.  E’ la storia dell’economista, dello statista ma anche del giornalista, ovvero di un ruolo che è sempre stato di Einaudi fin dalla giovinezza: uno studioso che ha voluto sempre mettere al centro dei suoi interessi la discussione pubblica sull’economia del Paese, consapevole di quanto sia necessario il controllo dell’opinione pubblica su coloro che governano. Un po’ quel “cane da guardia del potere” che abbiamo letto altrove e che ai nostri tempi pare sia molto poco praticato.

La figura di Einaudi emerge nel suo stile severo e “sobrio”. “Sobrietà” è una parola oggi molto in voga, se andiamo a leggere le cronache politiche del nostro post- berlusconismo apparente, ed è forse uno dei tanti modi per far digerire l’indigeribile; salvo dover ricordare come certa sobrietà puramente formale non significhi affatto toccare rendite di posizione e privilegi. Quello che colpisce di Einaudi, sobrio autentico, sono le affermazioni che misurano chiaramente la distanza tra il suo liberalismo e liberismo e quello dei tanti usurpatori odierni. Farese in qualche modo rimprovera Einaudi di non aver colto la carica riformatrice di Keynes e del welfare state, ma parimenti ne coglie i grandi meriti, ovvero il suo voler legare sempre la ricerca teorica con l’attenzione alla realtà. In questo senso non appare affatto contraddittorio che un liberale come lui abbia potuto guardare “con sincera simpatia allo sforzo collettivo di elevazione personale e sociale di tanti contadini e operai che lottavano per una condizione di vita migliore[…] Una società in cui chi lavora va avanti”. Il socialismo che in fondo non disdegna affatto è “romantico, perfettamente compatibile con l’ideale della libertà, e in un certo senso al suo servizio. Non ha simpatie per il socialismo di Stato, burocratico, demagogico e livellatore, che porta l’ideale della libertà sul palmo di una mano solo per meglio stritolarlo”.

In Einaudi, a differenza di Croce, liberalismo e liberismo non sono concetti facilmente separabili: l’azione dello Stato doveva proporsi per “sottrazione”, volta a eliminare, attraverso la politica economica, tutti quei vincoli (dazi, protezioni, monopoli, rendite) che impediscono il dispiegarsi degli effetti del meccanismo di mercato. “Azione, questa, non meno regolatrice, che richiede una continua opera di vigilanza da parte del legislatore”. Altro passaggio fondamentale della biografia di Farese è il rapporto tra l’economista piemontese e Ropke, uno dei padri dell’economia sociale di mercato: dello studioso svizzero Einaudi apprezzava la distinzione tra capitalismo (modo di produzione fondato sull’accumulazione del capitale, indipendente dalle forme di governo politico che lo presidiano) e l’economia di mercato (che ruota intorno al libero meccanismo di formazione dei prezzi). Einaudi, liberale autentico, “non cade nell’equivoco che non vi sia posto per l’azione dello Stato”; che invece ha precisi compiti “di costruzione e di incessante regolazione del mercato contro le distorsioni che ne impediscono un funzionamento meno imperfetto”. E poi ancora: “Per Einaudi una società ben ordinata è, come per Mill, dotata di una classe media abbondante. Le disparità si limitano alle punte più alte e alle punte più basse: la questione diventa come abbassare quelle più alte senza attentare ai diritti di proprietà individuali e come innalzare le più basse senza attentare alle finanze pubbliche. Dipende dalle istituzioni, dalle buone istituzioni. E dagli uomini” (pag. 106).

Appunto, gli uomini. Ricordiamo ancora che in Italia quasi tutti si fanno chiamare liberali, magari pure liberisti, e al governo ci raccontano che stanno facendo riforme “liberali”; ma poi non si capisce dove stiano quell’abbassare le punte più alte delle disparità, il contrasto ai monopoli e alle rendite. Niente di tutto questo perché probabilmente, anche al governo, i presunti liberali (o semplici usurpatori?), sobri quanto si vuole, altrimenti si ritroverebbero a contrastare se stessi e i loro conflitti d’interesse. Un libro in qualche modo istruttivo al di là della semplice divulgazione sulla vita e opere di un grande economista: ci mostra come, nell’Italia del 2012, di un Einaudi non ci sia alcuna traccia.

 

Edizione esaminata e brevi note

Giovanni Farese (Napoli, 1981) laureato in Scienze Politiche presso l’Università Orientale di Napoli (2003) e una borsa di studi del Ministero del ministero dell’istruzione e della ricerca scientifica del governo giapponese (2004), ha conseguito il Dottorato di ricerca in Storia e teoria dello sviluppo economico presso la LUISS Guido Carli (2007). Dal 2010 è ricercatore presso la Facoltà di Economia dell’Università Europea di Roma, dove insegna Storia del pensiero economico nelle Facoltà di Economia e di Scienze Storiche. Inoltre insegna Storia e teoria dello sviluppo economico presso la Facoltà di Economia della LUISS Guido Carli. E’ Managing Editor di “The Journal of European Economic History”.

Giovanni Farese, Luigi Einaudi. Un economista nella vita pubblica, Rubbettino, Soveria Mannelli 2012

Luca Menichetti. Lankelot, luglio 2012