Travaglio Marco, Gomez Peter

Onorevoli Wanted

Pubblicato il: 29 aprile 2007

Cominciamo da subito con un interrogativo: i problemi del Parlamento italiano sono le quote rosa, le campagne acquisti di deputati e senatori ed una maggioranza governativa risicata?

A leggere i quotidiani sembrerebbe proprio di sì. Diversa prospettiva quella presentata dalla ferocissima coppia Travaglio-Gomez, dove l’attenzione viene posta su aspetti meno frequentati dai media.

Questi i numeri, almeno fino a due mesi fa: il nuovo Parlamento italiano e la rappresentanza nazionale in quel di Strasburgo al momento conta 25 condannati definitivi (o patteggiamenti), 10 prescritti definitivi, 8 condannati in primo grado, 1 assolto “per legge” (il dato non tiene conto dei casi Berlusconi, Previti, Brancher ed altri usciti dai loro processi per leggi votate nella precedente legislatura), 1 prosciolto per immunità (ovvero l’insindacabilità che ha evitato grane al leghista Speroni per reati considerati compiuti nell’esercizio delle funzioni parlamentari), 17 imputati in primo grado, 1 imputato in udienza preliminare, 19 indagati in fase preliminare. I partiti e il relativo numero di parlamentari con problemi di giustizia presenti o passati: Forza Italia (29), Alleanza Nazionale (14), UDC (10), Lega Nord (8), Movimento per l’autonomia (1), DC (1), PSI (1), Margherita (6), DS (6), UDEUR (2), Rifondazione comunista (2), Rosa nel pugno (1), Andreotti (senatore a vita: prescrizione per fatti anteriori al 1980).

La classifica dei reati (il totale non corrisponde a quello dei parlamentari, perché in “Onorevoli Wanted” sono conteggiati tutti i reati di cui è accusato ciascuno, e alcuni onorevoli devono rispondere o hanno scontato pene per varie fattispecie criminose): corruzione (18), finanziamento illecito (16), truffa (10), abuso d’ufficio, falso (9), associazione mafiosa (8), bancarotta fraudolenta, turbativa d’asta, associazione a delinquere, resistenza a pubblico ufficiale, falso in bilancio (6), attentato alla Costituzione, attentato all’unità dello Stato, struttura paramilitare fuorilegge (5), favoreggiamento, concussione, frode fiscale (4), diffamazione, abuso edilizio, lesioni personali (3), banda armata, corruzione giudiziaria, peculato, estorsione, rivelazione di segreto (2), omicidio, associazione sovversiva, istigazione a delinquere, favoreggiamento mafioso, aggiotaggio, percosse, violenza a corpo politico, incendio aggravato, calunnia, falsa testimonianza, voto di scambio, appropriazione indebita, violazione della privacy, oltraggio, fabbricazione di esplosivi, violazione diritti d’autore, frode in pubblico concorso, adulterazione di vini (1).

Di primo acchito la panoramica non risulta tanto rassicurante, bisogna ammetterlo. Comunque sia, non fosse altro per non aggiungere confusione a confusione, gli autori hanno voluto da subito precisare alcuni concetti e lo spirito che li anima: “prescrizione non è sinonimo di assoluzione: quando il giudice prescrive il reato vuol dire che il reato c’è stato e l’indagato l’ha commesso, ma no può più essere sanzionato” (pag. 18). E poi soprattutto: “Il fatto di comparire in questo libro non significa essere colpevoli. Significa semplicemente che, al momento dell’elezione, queste persone avevano alle spalle quanto meno un pesante sospetto di aver violato la legge. Una condizione che, in un qualunque altro paese civile, ne avrebbe impedito o sconsigliato la candidatura e l’elezione. Nei paesi civili, infatti, chi finisce sotto inchiesta abbandona la politica, o almeno la carica che ricopre, in attesa di chiarire la propria posizione dinanzi alla legge. Se poi la chiarisce, dopo essersi difeso con nude mani, senza coinvolgere il partito o le istituzioni che rappresenta, ritorna in campo. Altrimenti se ne resta a casa, o eventualmente in carcere. In Parlamento meglio di no. Il Parlamento come alternativa all’ora d’aria non è un bello spettacolo” (pag. 18-19). In sintonia Beppe Grillo, autore della prefazione e, col suo blog, artefice della recente iniziativa “onorevoli wanted”: “La Gandhi Peace Foundation, una tra le più importanti organizzazioni nel mondo per la difesa dei diritti civili, mi ha citato e mi ha inviato una lettera: “Nel nostro Parlamento abbiamo scoperto 16 pregiudicati di cui alleghiamo le fotografie, ma li abbiamo subito cacciati via a calci nel sedere”: che, per dei non-violenti gandhiani, non è male. Dall’Uzbekistan mi hanno fatto sapere che il loro Parlamento arriva al massimo di 18 condannati: 25 parevano troppi anche a loro” (pag.13).

Effettivamente lo spettacolo che si presenta, fin dalle prime pagine, non è dei più strepitosi: i capitoli dedicati al caso Parmalat e ai furbetti del quartierino, ci mostrano un verminaio da paura, dove, anche a voler fare una critica “garantista”, viste le citazioni di politici comunque formalmente non indagati, l’immagine di alcuni nostri onorevoli ne esce assai malconcia. In altri termini: vicende complicatissime, labirinti di interessi confessati a denti stretti, dove la decenza proprio non sta di casa. A questo punto, tanto per chiarirci, è utile una digressione: gli equivoci quando si parla di Travaglio sono all’ordine del giorno, non fosse altro che i giudizi su di lui, del Travaglio giornalista, il più delle volte prescindono dai suoi scritti (relativi a fatti accertati e lì fedelmente riportati) che non tutti leggono, ma sono condizionati a priori dalle sue prese di posizione riguardo i protagonisti e le comparse che abitano il Palazzo; prese di posizioni tutt’altro che in sintonia con le consuete, ed a volte comprensibili, manovre tattiche e strategiche dei nostri mestieranti della politica.

Voglio riportare ancora un brano dal suo ultimo “La scomparsa dei fatti”: “Sono i frutti di un bipolarismo insano e malato. Così facendo appiattisce tutto sull’asse destra-sinistra e nega in radice la possibilità che esista qualcuno che si muova su altri assi: per esempio, i giudici sull’asse legalità-illegalità e i giornalisti sull’asse vero-falso (pag. 20)”. Il motivo del contendere tra gli estimatori e i detrattori di Travaglio, ammesso siano informati di cosa si sta parlando e non siano accecati dalla partigianeria politica, sta tutto qui.

Nel presentare e nel giudicare l’operato del nostro giornalista mi pare sia quanto meno corretto distinguere le ampie ed informatissime istruttorie (i fatti) che troviamo ad esempio in opere come “Intoccabili”, “Il processo”, “”Mani pulite”, “Lo chiamavano impunità”, Bravi ragazzi” , e che riportano fedelmente atti giudiziari, sentenze, dichiarazioni scritte nero su bianco e poi smentite, confidando nella labile memoria degli italiani, dai commenti e dalle analisi che da qui ne scaturiscono (le opinioni).
E’ ovvio poi che alcuni o molti dei giudizi di Travaglio, su certi suoi colleghi, o presunti tali, sui protagonisti, o figuranti, della politica e soprattutto le strategie per fare della politica italiana un qualcosa di decente, possano risultare discutibili; anzi a volte è proprio obbligatorio dissentire.
Malgrado l’ammirazione per la sua efficiente cattiveria e mancanza di riguardo verso chicchessia, atteggiamento proprio di ogni cronista che voglia fare il proprio mestiere e non il maggiordomo, non è sempre facile interpretare le sue simpatie ed antipatie professionali e politiche: tanto per dire quelle che possono essere sembrate delle liason, proprio da parte sua, giornalista di destra liberale cresciuto alla scuola Montanelli, con personaggi come Dario Fo, con il Giulietto Chiesa di “Cronache Marxziane”; oppure pensiamo ai giudizi lusinghieri su Giorgio Bocca e poi su Giampaolo Pansa, nonostante i due decani del giornalismo da tempo si parlino solo a suon di insulti; oppure ancora le battaglie civili in compagnia di Beppe Grillo, personaggio che al di là dei suoi indubbi meriti di guastatore totalmente antipolitico, talvolta si è proposto in maniera tale che, a paragone, un qualunque Turigliatto potrebbe apparire una sorta di moderatissimo democristianone.

E poi nonostante questa compagnia di personaggi che vedono in Gino Strada un guru della geopolitica, di inossidabili complottisti e di zelanti ammiratori di Chavez e Castro, il nostro Travaglio non si dimentica di ricordarci la sua formazione liberale, che la destra francese è ben altro rispetto la nostra, caratterizzata da dna più sudamericano che europeo, che lui con la cultura comunista non ha nulla a che fare, che la politica estera italiana è troppo condizionata da uno strabismo antiisraeliano. In altri termini: meglio non perdersi troppo nel comprendere certe simpatie o antipatie, magari sorvolare proprio su certe contraddizioni, forse più apparenti che sostanziali; molto più utile concentrare la propria attenzione sui contenuti dei demoralizzanti pamphlet; e qui, dove sono i documenti che parlano, c’è ben poco da contestare. C’è soltanto da prendere atto, magari chiedersi perché riguardo certe vicende l’informazione televisiva e della carta stampata sia stata così reticente, contribuendo così alla costruzione di luoghi comuni e leggende prive di qualsivoglia fondamento.

Non approfondiamo troppo: in questi casi lo scoramento è in agguato e un bel pelo sullo stomaco potrebbe risultare sicuramente utile.

“Onorevoli wanted”, insieme alle ormai antiche inchieste su “mani pulite” e il PDS milanese, e ad altre precedenti opere, dai più forse più citate che lette, contribuisce a sfatare la favola di Travaglio-Gomez intenti a sputtanare solo e soltanto il Cavalier Berlusconi e i suoi famigli.

Non possiamo proprio dire “solo e soltanto”; è più corretto “anche” o al più “soprattutto ma anche” L’indice delle sezioni e capitoli potrà chiarire le idee:

–         La banda Parmalat (Il lattaio che comprò il Parlamento)

–         La Banda Furbetti (il banchiere che comprò il Parlamento)

–         La Banda Berlusconi (Silvio Berlusconi; Cesare Previti, Marcello Dell’Utri; Massimo Maria Berruti; Aldo Brancher; Romano Comincioli)

–        Compagni che sbagliano (Massimo D’Alema; Cesare De Piccoli; Vladimiro Crisafulli; Vincenzo De Luca; Vincenzo Visco; Andrea De Simone)

–         Margherita appassita (Enzo Carra; Pierluigi Castagnetti; Luigi Cocilovo; Ciriaco De Mita; Andrea Rigoni; Romolo Benvenuto)

–         Camerati che sbagliano (Ugo Martinat; Altero Matteoli; Silvano Moffa; Domenico Nania; Vincenzo Nespoli; Francesco Proietti Cosimi; Francesco Storace; Giuseppe Valentino; Gianni Alemanno; Carmelo Briguglio; Antonio Buonfiglio; Giuseppe Consolo; Riccardo De Corato; Marcello De Angelis)

–        Padania penale (Umberto Bossi; Mario Borghezio; Matteo Brigando; Roberto Calderoli; Davide Caparini; Roberto Castelli; Roberto Maroni; Francesco Speroni)

–         Udc: io c’entro (Lorenzo Cesa; Salvatore Cuffaro; Francesco Saverio Romano; Calogero Mannino; Vittorio Adolfo; Vito Bonsignore; Giampiero Catone; Aldo Patriciello; Teresio Delfino; Giuseppe Drago)

–         La Banda Tangentopoli (Giampiero Cantoni; Paolo Cirino Pomicino; Gianni De Michelis; Giorgio La Malfa; Antonio Del Pennino; Egidio Sterpa; Alfredo Vito; Carlo Vizzini)

–        Il resto delle quote marron (Gabriele Alberini; Giulio Andreotti; Alfredo Biondi; Franco Brusco; Francesco Caruso; Stefano Cusumano; Sergio D’Elia; Paolo Del Mese; Roberto Di Mauro; Daniele Farina; Giuseppe Firrarello; Raffaele Fitto; Pietro Franzoso; Franco Antonio Girfatti; Gaspare Giudice; Luigi Grillo; Lino Jannuzzi; Franco Malvano; Giovanni Mauro; Pasquale Nessa; Gaetano Pecorella; Antonio Tomassini; Roberto Tortoli; Denis Verdini).

Ogni capitolo, quasi una sorta di dizionario, ci racconta le vicende giudiziarie più o meno gravi, in corso o già concluse, riferite all’onorevole di turno; praticamente un’integrazione alla “Navicella Parlamentare”. Una massa di balle e documenti taroccati? Le fonti giudiziare prodotte difficilmente possono far pensare a complotti; ma se anche fosse – a fronte della pubblicazione di “Onorevoli wanted” – ad oggi non mi risulta in atto alcun procedimento per diffamazione (ovviamente attendo smentite), tutt’ora uno degli strumenti più efficaci per contrastare dichiarazioni offensive e mendaci.Tra l’altro le furibonde polemiche che hanno visto protagonisti la coppia Travaglio-Gomez e i politici citati dalle loro inchieste per lo più non hanno avuto oggetto la veridicità delle “rivelazioni”, bensì l’opportunità di divulgarle al grande pubblico e “l’uso delle inchieste a fini politici”. Tralasciamo l’osservazione che un elettore disinformato è più che altro un inconsapevole burattino, oppure il sospetto che la scuola alberghiera abbia rimpinguato oltremisura le redazioni con suoi diplomati, c’è da chiedersi semmai se il cosiddetto uso politico delle altrui disavventure giudiziarie debba indurre la classe giornalistica a mettersi la mordacchia.

Mi riferisco – sia ben chiaro – ad un giornalista che sia coerente nel conservare analogo atteggiamento quando ad essere sotto tiro sono personaggi che fanno riferimento alla propria area politica; ammesso che ci sia. La risposta se la darà ognuno di voi in scienza e coscienza. L’osservazione, riferita ad un professionista che non voglia essere indulgente con chicchessia, e in particolare ai pamphlet della nostra coppia di cronisti, ha una sua ragion d’essere: le cooperative, la disinvoltura di Consorte e dei suoi referenti politici sono state oggetto delle attenzioni di Travaglio (ampi stralci sono contenuti in “La banda furbetti”); la cosa a sinistra non è stata affatto gradita e difatti si sono incrementati gli strali da parte di noti militanti e giornalisti di area (il primo che mi viene in mente è Staino); oltre a qualche difficoltà nel partecipare ai festival dell’Unità. Come dire: tutto bene quando la mannaia colpisce gli avversari politici, meno gradevole, in assenza di autocritica, quando la canzone “la verità fa male lo sai” te la cantano a casa tua.

Ma torniamo a “Onorevoli Wanted”. Colpisce la precisione al millimetro dell’istruttoria e la quantità di documentazione prodotta: non c’è dubbio che il famigerato e misteriosissimo archivio di casa Travaglio dia i suoi frutti.Una mole di notizie che rischia di mettere in crisi anche il più attento lettore, un po’ come è successo con opere tipo “L’odore dei soldi”: spesso e (mal)volentieri le vicende che vedono implicati i nostri onorevoli, oltre ad essere di per sé estremamente complesse (vedi la vicenda Parmalat, che pure non ha visto alcuna retata) sono appesantite da inquietanti e sconcertanti intercettazioni e dalle ricostruzioni di manovre politico-finanziarie presenti in pubblici verbali. A parte le condanne già passate in giudicato, è probabile che alcune delle inchieste e dei processi in corso non riveleranno comportamenti tali da dover essere sanzionati penalmente, ma se vogliamo guardare alla correttezza, coerenza, trasparenza e senso dello Stato, quale bene comune e non intrallazzo privato, il panorama che si presenta ai nostri occhi è comunque squallido. Molto squallido.

Al termine di questo ampio dizionario enciclopedico di piccole e grandi o grandissime nefandezze ad opera dei nostri onorevoli, torna prepotente l’interrogativo iniziale, cui peraltro si accompagna il solito inquietante dubbio: Montecitorio e Palazzo Madama sono davvero specchio coerente della nostra società civile? Ammettiamo pure, come è stato già detto e ridetto, che Travaglio e Gomez siano dei piccoli Wishinsky e che abbiano costruito le loro fortune grazie ad uno strumentale giustizialismo, c’è da chiedersi allora perché tutto quanto riguarda queste vicende, che investono il rapporto fiduciario tra eletto ed elettore, non sia stato abbondantemente divulgato dai cosiddetti mass-media e l’ingrato (o grato) compito sia sempre stato lasciato alla ferocissima coppia di cronisti.

Questa purtroppo è una domanda retorica.”Tanto chissenefrega se fa gli affari suoi. L’importante è che faccia i miei interessi”. (un anonimo della cosiddetta società civile)

Edizione esaminata e brevi note

Marco Travaglio ha scritto sul Giornale, La Voce, adesso scrive su Repubblica, l’Unità e Micromega (in epoca berlusconiana esempio non isolato di giornalista di destra che scrive in riviste e quotidiani di sinistra). Tra le sue opere, Bananas (Garzanti, 2003), Montanelli e il Cavaliere (Garzanti, 2004), Berluscomiche (Garzanti, 2005). Con Saverio Lodato, Intoccabili (Bur, 2005). Con Peter Gomez, Regime (Bur 2004), Inciucio (Bur, 2005), Le mille balle blu (Bur, 2005) e Onorevoli Wanted (Editori Riuniti, 2006).

Peter Gomez, cronista giudiziario de L’Espresso e collaboratore di Micromega, ha lavorato a Il Giornale ai tempi di Indro Montanelli e a poi a La Voce. È conosciuto al pubblico soprattutto per i testi pubblicati con Marco Travaglio, ma è autore anche di “O mia bedda Madonnina” e “Piedi puliti”.

Peter Gomez, Marco Travaglio – Onorevoli Wanted – (prefazione di Beppe Grillo) – Editori Riuniti – pag. 730 – € 18,00

http://it.wikipedia.org/wiki/Marco_Travaglio,

http://www.banane.splinder.com/,

http://www.marcotravaglio.it/

recensione già pubblicata su ciao.it il 2 marzo 2007 e qui parzialmente modificata.

Luca Menichetti. Lankelot, aprile 2007