Rafanelli Leda

L’oasi

Pubblicato il: 1 gennaio 2018

La professoressa Milva Maria Cappellini, nell’ampia nota critica a “L’Oasi” di Leda Rafanelli, scrive che “alla fine tutto quello che sembrava discorde e incompatibile (l’anarchia, l’islamismo, il femminismo) trova una ragione e vigorosa coerenza nella vita, nella coraggiosa prassi quotidiana – militanza e amori, monili e libri, amicizie e solitudini – che dà voce e corpo alle idee e alle dottrine e le amalgama in una feconda complessità” (pp.281). Un breve passaggio che più specificatamente si riferisce al pensiero e alla biografia della Rafanelli ma che ha un senso se letto anche per illuminarci sulle tante contraddizioni, o apparenti contraddizioni, presenti nel romanzo pubblicato nel 1929 da “Étienne Gamalier”. Un autore dietro al quale si celava in realtà la traduttrice dell’opera, ovvero proprio Leda Rafanelli. Erano gli anni del fascismo e il tentativo, incredibilmente riuscito, di sfuggire alla censura del regime fu quello di non attribuirsi la paternità – o maternità –  di un romanzo che, pur in presenza di una trama sentimentale degna di un feuilleton, confutava pagina dopo pagina l’ideologia militarista, razzista e colonialista ormai predominante nella società italiana fascista e in parte anche in quella antifascista. La vicenda, ambientata nel nord africa tunisino prima durante e dopo la prima guerra mondiale, racconta il rapporto controverso della giovane “araba” Gamra col giornalista Henry Nattier. La donna infatti ha rotto i ponti con la sua famiglia di origine pur di vivere con questo colonialista francese, apparentemente affascinato dalle atmosfere e dai costumi esotici, ma ancor di più convinto della bontà dell’occupazione coloniale e della missione militare della Francia. Magari qualche turbamento dopo discussioni con la matura Jeanne (personaggio che fa pensare alla stessa Rafanelli) o con François Marcel alias Sidi-el-Kerim, ma poi in Henry riemerge sempre la sua più intima natura, l’incapacità di comprendere le ragioni degli “arabi”. Gamra, rinnegata dalla sua gente, ferita dai tradimenti dell’uomo e da un altro atroce inganno, si renderà conto di quanto avesse ragione la veggente Mabruka che le aveva preannunziato la separazione dall’uomo. In questo caso però non a causa di un’amante, come Anne, la frivola moglie di un colono: Nattier, fedele al suo credo, si arruola volontario allo scoppio della I guerra mondiale, e allora tutto cambia. L’epilogo però non è così tragico come era lecito immaginarsi e, soprattutto in virtù di questo abbandono, dalla fine di un vero e proprio equivoco sentimentale e culturale, all’interno dell’oasi “fioriscono insperate possibilità di rinascita”. Una rinascita che coerentemente si basa sulla negazione di ogni idea legata alla sopraffazione e alla mentalità colonialista. Non è infatti un caso se “L’oasi” in gran parte si caratterizza per i dialoghi tra il colonialista occidentale, incapace di cogliere la saggezza delle popolazioni colonizzate, la necessità di rispettare i loro diritti, e gli occidentali che invece in qualche modo si sono islamizzati, teoricamente portatori di valori di comprensione e riconciliazione. Contraddizioni che emergono anche nella diversa interpretazione dei valori della società “araba” e di quella occidentale: da un lato la sottomissione esplicita della donna al capofamiglia, dall’altro la doppiezza presente nelle famiglie occidentali, funestate da perenni  e reciproci tradimenti. Così Jeanne: “In Occidente è il vizio che impera, l’ipocrisia che trionfa. Ma tu non puoi comprendermi, ora, piccola Gamra. Soltanto ti consiglio di mettere l’animo in pace, e pensare che la donna non ha diritto alla fedeltà, se il suo padrone non gliela concede spontaneamente” (pp.34).

Alla base di tutto un impegno sociale e civile, sia contro il colonialismo sia contro il militarismo, che la Rafanelli perseguiva da diversi anni. Come ci ricorda Mirella Scriboni: “nel 1913 iniziano le pubblicazioni de «La Libertà», il giornale di Leda Rafanelli, che nei suoi articoli riversa tutta la sua passione un anticolonialismo vivificato anche dalla sua scelta di conversione alla fede musulmana […] Contro l’odio di razza la Rafanelli dichiara la propria affinità alla razza dei «nostri fratelli arabi» e una profonda contrapposizione, invece, alla minoranza di compatrioti «che ha tentato invano di aggiogare alla sua catena anche i liberi figli dell’Affrica grande»”[1].

Il romanzo, caratterizzato appunto da un copione degno di un feuilleton, da un linguaggio non privo di arcaismi, da alcune forme grammaticali desuete, pur non facendoci gridare alla riscoperta di un capolavoro, risulterà in ogni modo di grande interesse proprio per il suo essere opera in tutto e per tutto “laterale”. Peraltro quelle contraddizioni che possono risultare evidenti agli occhi del lettore contemporaneo probabilmente al tempo non erano poi così scontate. Dobbiamo aggiungere che molte apparenti stranezze della scrittrice ed anarchica Rafanelli sono state efficacemente analizzate   da Milva Maria Cappellini sia nella prefazione che nella nota critica, avendo colto oltretutto la modernità di un dialogo interculturale ante litteram. Al contrario molto più legate al suo tempo sono sembrate espressioni tipo “romanzo arabo”, oppure i riferimenti all’orientalismo e all’oriente in generale. Per quanto sia “L’oasi” è romanzo ambientato in Tunisia, quindi nord Africa. Un continente, in particolare se vogliamo riferirci all’Africa nera, che per secoli è stato marginalizzato, al punto che soltanto in più tempi recenti – anni ’70 del secolo scorso – fu deciso di “togliere il termine orientalismo dalla titolazione dei simposi dedicati alle scienze sociali e umanistiche dei paesi arabi e musulmani”.[2]

In altri termini: è un dato di fatto che l’africanistica, fino ad anni non molto lontani, sia stata coltivata come una branca dell’orientalismo, a sua volta inteso come l’insieme delle discipline di tutti i popoli non occidentali. Anche i frequenti richiami alla cultura araba, presenti nel romanzo, appaiono criticabili, come risultano a dir poco approssimativi i riferimenti indistinti ad oriente, beduini, arabi, mussulmani e berberi. Potremmo semmai parlare di arabizzazione, di lingua araba; e difatti in Tunisia l’etnia prevalente è quella autoctona nordafricana. Insomma, almeno da questo punto di vista, Leda Rafanelli era figlia del suo tempo, nonostante si atteggiasse a cultrice di Oriente e nipote di “zingaro tunisino”. Molto più indovinata è la definizione di “orientalismo anarchico e antagonista” che leggiamo nelle pagine di Milvia Maria Cappellini: di fronte ai dogmi occidentali, al totalitarismo eurocentrico, l’Oriente della Rafanelli si sostanzia in una promessa di conversione e liberazione. Quello che in fondo rappresenta l’epilogo della vicenda di Gamra, non privo di speranza e che non può prescindere dal pieno recupero delle sue radici culturali dentro l’oasi tunisina.

[1] Mirella Scriboni, “Abbasso la guerra. Voci di donne da Adua al Primo conflitto mondiale (1896-1915), BFS Edizioni, Pisa, 2008, pp.55.

[2] G.P. Novati, P.Valsecchi, “Africa: la storia ritrovata”, Carocci,  Roma 2005  pp. 33.

Edizione esaminata e brevi note

Leda Rafanelli, (Pistoia, 1880 – Genova, 1971) è stata una scrittrice italiana, esponente dei futuristi di sinistra. Autodidatta, anarchica e musulmana, ha scritto per le riviste La Rivolta (1910) e La Libertà (1913-14). Nel secondo dopoguerra si è guadagnata da vivere come insegnante di lingua araba, dipingendo calligrafie islamiche e scrivendo articoli per la rivista anarchica Umanità Nova.

Leda Rafanelli, “L’oasi. Romanzo arabo”, Corsiero Editore, Reggio Emilia 2017, pp. 296. Prefazione e nota critica di Milva Maria Cappellini.

Si segnalano due altre recensioni, su L’Alfabeta2 e Altritaliani.

Luca Menichetti.  Lankenauta, gennaio 2018