Politkovskaja Anna

Per questo. Alle radici di una morte annunciata. Articoli 1999-2006

Pubblicato il: 6 marzo 2016

Prima che fosse uccisa Anna Politkovskaja andava ripetendo che i metodi di Putin stavano generando un’ondata di terrorismo senza precedenti. Nello stesso tempo la cosiddetta guerra al terrore di Bush e Blair aveva ingenerato un tale circolo vizioso di vendette, ritorsioni, disastri, da risultare controproducente, favorire l’estremismo e, oltretutto, puntellare il regime dell’ex agente del Kgb. Tutte argomentazioni che troviamo negli articoli scritti dalla Politkovskaja tra il 1999 e il 2006, poi raccolti grazie al lavoro tenace dei giornalisti di “Novaja gazeta”, dei figli e della sorella. Articoli, non certo editoriali intesi come opinioni separate dai fatti, che rappresentano al meglio il lavoro della giornalista moscovita, autentico segugio senza paura, capace di rappresentare, con stile vigoroso e chiarezza esemplare, la progressiva involuzione della Russia contemporanea. Un lavoro che – facile comprenderlo – è stato motivo del suo assassinio (“Per questo”): il racconto ostinato, senza remore, di ingiustizie, di violazioni dei più elementari diritti umani, di indecenti complicità – in Occidente spesso interpretate in maniera distorta e con grande indulgenza – che l’ha resa bersaglio di coloro che non potevano più tollerare il cosiddetto controllo democratico da parte dell’informazione; quello che la stessa Politkovskaja definiva “giornalismo sanitario”. Dicono qualcosa anche le parole rivolte idealmente a Blair, tipico esponente politico di un Occidente distratto e cinico: “Io faccio il mio mestiere, tu il tuo. E non pestarmi i piedi. Very english. Perché se un cameriere deve distribuire il dessert e si trova davanti qualcuno, quel qualcuno è d’impaccio, foss’anche il primo ministro” (pp.472). Un giornalismo che, tra il 1999 e il 2006, ha rivolto il suo sguardo su innumerevoli scenari, i conflitti dell’area caucasica in primis, paradigmatici di un certo modo di intendere il potere, tra i sadismi in uso nell’esercito russo nei confronti delle reclute, le ragioni economiche del conflitto ceceno, misteriosi rapimenti e altrettanto enigmatiche uccisioni come quella di Aslan Maschadov. Ed inoltre i retroscena dell’attacco al teatro Dubrovka, con tanto di intervista Chanpaš Terkibaev , forse terrorista, forse agente infiltrato, forse l’uno e l’altro, gli strani maneggi prima e dopo la tragedia di Beslan: “due anni dopo il sistema lavora ancora per eliminare i ‘probabili estremisti’ e non per salvare la vita ai propri concittadini. Non si cercano i colpevoli, ma si lavora per ‘fare numero’, per i rendiconti in alto loco” (pp.403). Tutte cronache circostanziate che costrinsero la Politkovskaja a lavorare sostanzialmente in clandestinità, minacciata, spesso fermata, emarginata dagli stessi colleghi che lavoravano al soldo del governo: “L’informazione epurata che abbiamo in Russia – la menzogna globale orchestrata dai funzionari di Stato in favore di una giusta immagine della Russia di Putin – sta degenerando sotto gli occhi di tutti in una tragedia che le autorità non riescono a gestire” (pp.18). Dopo aver letto le cronache circostanziate dalla Cecenia, dal Dagestan, dal Kabardino-Balkaria, le vicende che hanno coinvolto i militari russi, le storie sui signori della guerra, il caso dei fratelli Arba e Adam Citaev, dell’attivista dagestano per i diritti umani Osman Boilev (“torturato perché aiutava la gente a scrivere denunce a Strasburgo, alla Corte Europea dei Diritti dell’uomo”) e di tanti altre vittime di una mentalità che, in presenza un’economia turbocapitalista e mafiosa, rimane profondamente sovietica, non c’è da stupirsi dell’ostracismo riservato alla Politkovskaja da parte delle autorità.

Parole sempre impietose e che intendono quindi mettere nero su bianco la realtà di una Russia troppo simile all’Urss, caratterizzata da autoritarismo, tribunali compiacenti, torture nelle prigioni, persecuzioni razziali: “Ogni epoca ha i suoi cosiddetti nei: quello di Brèžnev era il cinismo. Con El’tsin sono stati lo scaricabarile e un piglia piglia diffuso. Quella di Putin è un’epoca di vigliacchi […] Chi lavora per il KGB-FSB guarda al mondo e alle persone nascondendosi. E’ il suo mestiere. Combatte di nascosto minacce nascoste. Il problema nasce quando la minaccia diventa reale e il presidente deve farsi avanti in prima persona per capeggiare la risposta ai malviventi” (pp.149). Ne consegue un circolo vizioso che la giornalista ha più volte denunciato: “Noi eravamo stati chiari: attenzione, le esecuzioni sommarie in nome dello Stato portano a conseguenze ovvie, generano esecuzioni sommarie di ritorno” (pp.300). Senza dimenticare lo scarso interesse per la corruzione del potere da parte di un’opinione pubblica “anticecena fino al midollo”, con in mente “l’idea hitleriana della responsabilità collettiva di un popolo per le azioni di singoli suoi rappresentanti” (pp.52). Da qui il gioco facile del regime nell’esaltare un patriottismo del tutto particolare: “Se vuoi essere un eroe ammazza qualcuno. Se vuoi essere un eroe non salvare nessuno” (pp.114). Distorsioni della realtà e sadismi sempre giustificati con leggerezza che, ben documentati nelle cronache feroci della Politkovskaja, hanno trovato la loro più turpe espressione durante le guerre cecene; in presenza “delle sofferenze inaudite della popolazione civile, finita tra l’incudine e il martello di due belligeranti folli e inconciliabili – i guerriglieri e i federali – che si odiano profondamente” (pp.136). Gli articoli raccolti in “Per questo” approfondiscono innumerevoli casi controversi, diciamo pure autentici buchi neri dell’informazione, che hanno visto ancora una volta i carnefici tentare di ottenere il silenzio delle loro vittime con metodi tristemente noti – il campo d’indagine della Novaja gazeta”, uno dei pochi periodici indipendenti ancora in vita, era davvero vasto – e proprio per questo motivo abbiamo apprezzato la capacità di sintesi della giornalista moscovita, non disgiunta da un efficace humour nero: “Il ventesimo secolo sovietico irrompe a passo deciso nel ventunesimo secolo russo. Addio signori e signore – è durata poco. Bentornati compagni” (pp.261).

Edizione esaminata e brevi note

Anna Politkovskaja, (1958-2006) corrispondente speciale del giornale moscovita “Novaja gazeta”, nel 2000 ha vinto il Golden Pen dell’Associazione dei giornalisti russi per le sue cronache dal fronte del conflitto ceceno. Nel 2003 le è stato conferito in Danimarca l’Osce Prize per il giornalismo e la democrazia. E’ stata uccisa a Mosca nell’ottobre del 2006. Di lei Adelphi ha pubblicato anche “Diario russo” (2006).

Anna Politkovskaja, “Per questo”, Adelphi (collana “La collana dei casi”), Milano 2009, pp.489. Traduzione di Claudia Zonghetti

Luca Menichetti. Lankelot, marzo 2016