Dalcher Christina

Vox

Pubblicato il: 26 novembre 2018

Puoi dire non più di 100 parole al giorno. Ma solo se sei donna“. È stata questa frase, stampata direttamente sulla copertina di “Vox”, ad incuriosirmi. Pronunciare al massimo 100 parole al giorno. Ho provato ad immaginarlo e ho pensato agli effetti di una forzatura del genere applicata alla vita quotidiana. Un incubo, una violenza, un’oppressione difficili da gestire e da tollerare. Eppure nel mondo distopico immaginato dalla Dalcher esiste una legge che impone alle donne, e solo alle donne, di non pronunciare più di 100 parole al giorno. Una legge emanata dal nuovo governo degli Stati Uniti, unico Paese in tutto il mondo occidentale a voler ripristinare un ordine perduto e basato su una rigida interpretazione delle Sacre Scritture. Insomma una sorta di teocrazia contemporanea che, guarda caso, passa prima di tutto attraverso la repressione dell’universo femminile. Le donne, oltre a essere ridotte al silenzio, sono state rimosse da ogni incarico professionale e ridimensionate al solo ruolo sociale che a loro compete per natura e volontà divina: essere madri amorevoli e mogli devote.

Trovo che l’idea su cui si fonda “Vox”, romanzo d’esordio della linguista americana Christina Dalcher, sia eccellente. Ci sono implicazioni politiche, sociali ed umane che, oggi come oggi, possono far riflettere. Penso all’era Trump e al maschilismo imperante, penso ai fondamentalismi religiosi e alle molestie subite dalle donne, penso a una società che perde diritti senza rendersene conto e a potenti in preda a pericolosi deliri di onnipotenza. Una serie di influssi e derivazioni che avrebbero potuto dar vita a un romanzo spettacolare. Dico “avrebbero potuto” perché “Vox”, purtroppo, è un romanzo mediocre e piuttosto banale che ha ridotto tematiche di un’entità grandiosa a una semplice accozzaglia di fatterelli sciatti e insignificanti. Al termine della lettura, oltre alla delusione, ho patito anche una certa frustrazione pensando all’occasione mancata, al fallimento di un progetto letterario che poteva essere sviluppato e curato in maniera molto più costruttiva e intelligente.

Jean McClellan, protagonista e voce narrante, è un’esperta in linguistica cognitiva. Un paradosso considerando che, con le nuove leggi imposte dal Governo USA, non solo non può più usare le sue competenze professionali ma è costretta, come tutte le donne, a pronunciare un massimo di 100 parole al giorno. Oltre ad aver perso il “dono” della parola, le donne hanno perso il lavoro, il diritto di possedere denaro, il passaporto per poter andare oltre confine, la libertà di scrivere e di leggere. Jean ha un marito e quattro figli: tre maschi e una femmina. Ovviamente ai maschi è permesso parlare come e quanto vogliono mentre la bambina, Sonia, deve sottostare alle regole che ogni femmina deve seguire. Un braccialetto sigillato attorno al polso di ogni cittadina di sesso femminile, infatti, conteggia le parole pronunciate e se il numero supera quota 100 è pronta una potente e dolorosa scossa elettrica che serve a togliere alle donne il vizio di infrangere le regole. Il governo dei “Puri” non ammette infrazioni ed è focalizzato sul ripristino di uno stato di moralità assoluta che non prevede tolleranza per adulteri, omosessuali o fornicatori. Per tutti loro sono previsti punizioni esemplari mandate in onda in diretta TV, lavori estenuanti in appositi campi di concentramento, silenzio totale e, in casi estremi, anche la pena di morte comminata senza grandi scrupoli.

La materia, come si evince dagli accenni alla trama, appare interessante eppure, come detto, quello che manca è un buon utilizzo letterario di cotanta sostanza. L’autrice si lascia andare a quella che pare essere la trama di un dozzinale telefilm a puntate piuttosto che le fondamenta per un romanzo dalla valenza visionaria e narrativa rilevanti. Manca forza, manca profondità, manca qualità. Le situazioni sembrano per lo più galleggiare in una sfilacciata sequela di eventi simil soap opera dalle tinte noir: lei che tradisce il marito, un figlio che sparisce, un progetto che salverà il mondo e pure qualche morto ammazzato. La mia personalissima sensazione è che a Christina Dalcher manchi del tutto un’adeguata formazione letteraria. Probabilmente è abituata a vedere molti film ma non a leggere e studiare opere fondamentali della letteratura internazionale assolutamente indispensabili per chi vuole avvicinarsi alla scrittura e, soprattutto, desidera scrivere un romanzo. Purtroppo, anzi per fortuna, scrivere un buon libro non è solo avere un’idea di base illuminante e valida ma significa anche possedere gli strumenti culturali sufficienti e un talento che possa tramutare l’idea in autentica, sana, sorprendente e appassionante letteratura.

Edizione esaminata e brevi note

Christina Dalcher si è laureata in Linguistica alla Georgetown University con una tesi sul dialetto fiorentino. Ha insegnato italiano, linguistica e fonetica in diverse università, ed è stata ricercatrice presso la City University London. Vive negli Stati Uniti e, quando possibile, trascorre del tempo in Italia, soprattutto a Napoli. “Vox” (Editrice Nord) è il suo romanzo d’esordio.

Christina Dalcher, “Vox“, Editrice Nord, Milano, 2018. Traduzione Barbara Ronca.