Il cartone di mio padre. Storia e critica di un’eredità (L’Orma Editore, pp. 108, traduzione di Margherita Carbonaro) di Lukas Bärfuss colpisce subito per la sproporzione apparente tra l’oggetto e la materia che ne viene estratta. Un cartone – letteralmente: una scatola di documenti appartenuti al padre – diventa il detonatore di una riflessione che riguarda l’eredità (così come l’origine, la famiglia, il diritto) in senso forte, quella che non si deposita nei notai ma nei corpi, nel linguaggio, nei silenzi.
Bärfuss non cerca una riconciliazione né un atto d’accusa. Piuttosto, seziona. E lo fa distinguendo con nettezza – pur senza mai trasformarla in schema teorico – l’eredità biologica da quella culturale e simbolica. La prima è un dato ineludibile: il corpo del figlio che porta tracce del padre, una continuità muta che non ha bisogno di parole. La seconda è invece instabile, contraddittoria, addirittura sdilinquente in certi aspetti: fatta di idee politiche, posture morali, rimozioni.
È qui che il libro diventa interessante e necessario. L’eredità biologica non chiede consenso: accade. Quella culturale, invece, si impone attraverso persuasione e retorica, attraverso il racconto che una generazione fa di sé alla successiva. Il padre del narratore – figura opaca, autoritaria, ideologicamente segnata – non trasmette solo un patrimonio genetico, ma un sistema di convinzioni che il figlio è costretto a interrogare, smontare, respingere.
Bärfuss descrive l’esitazione così che arriva con il cartone, con la comprensione che raccontare significa sottoporsi a una trasformazione:
Certi scatoloni non si possono semplicemente aprire come niente fosse, e mi invase un’avversione contro l’origine, non contro la mia, no, contro l’idea stessa di un’origine, l’ossessione di volersi definire attraverso i propri antenati. Dovevo buttare via il cartone? Sarebbe stato saggio. Non lo guardavo da venticinque anni.
L’eredità culturale, nel libro, è sempre una forma di retorica postuma: il padre continua a parlare anche da morto, attraverso documenti, appunti, scelte mai spiegate. E il figlio, che di mestiere fa lo scrittore e il drammaturgo, sa bene che ogni parola ereditata è anche un tentativo di persuasione. Accettarla significa lasciarsi convincere, rifiutarla richiede un lavoro attivo di smontaggio.
Il cartone di mio padre è così anche un libro sulla resistenza alla retorica, nell’illusione di persuasione, nel senso di Carlo Michelstaedter. Bärfuss non sostituisce una narrazione con un’altra più rassicurante. Non “riabilita” il padre. Ne espone piuttosto la costruzione ideologica, mostrando come l’eredità culturale non sia mai neutra, ma sempre orientata, interessata, persuasiva. E in questo percorso tocca il pensiero di Charles Darwin con una lunga digressione, quello di Lévi-Strauss, la filosofia del diritto europeo.
Qui sta forse la differenza decisiva tra le due eredità. Da quella biologica non ci si sottrae. Da quella culturale sì, ma solo pagando un prezzo: l’isolamento, la fatica del pensiero autonomo, la rottura del legame simbolico. Bärfuss sceglie questa strada, e lo fa senza eroismi, con una prosa che ricorda da vicino il tono di altre sue opere pubblicate sempre da L’Orma Editore. Come spesso accade nei libri che funzionano davvero, il cartone non viene mai svuotato del tutto. Resta qualcosa che non si lascia archiviare. E forse è proprio questo un punto vacillante e saldo al contempo: l’eredità culturale non si eredita come un gene, ma come una domanda aperta. Accettarla o rifiutarla è già un atto retorico. Smontarla, come fa Bärfuss in questo libro che nasce da una conferenza tenuta all’Università di Zurigo nel 2021, è un atto etico. Il libro è breve, densissimo, e nel terrain vague tra archivio e testimonianza, che fonda la scrittura poetica e drammaturgica, interroga non solo il rapporto padre–figlio, ma il modo in cui le idee si trasmettono, si mascherano da destino e chiedono di essere riconosciute per quello che sono: tentativi di persuasione che arrivano da chi non può più difendersi, ma nemmeno essere contraddetto.
Edizione esaminata e brevi note
Lukas Bärfuss, Il cartone di mio padre. Storia e critica di un’eredità, traduzione di Margherita Carbonaro, L’Orma Editore
Lukas Bärfuss (1971), scrittore, saggista e drammaturgo svizzero, è tra le più importanti voci del panorama letterario di lingua tedesca. Dopo un percorso di studi irregolare, ha svolto i mestieri più disparati, dal rappresentante di tabacco al giardiniere, vivendo anche come senzatetto. Divenuto libraio, ha cominciato a scrivere per il teatro, arrivando al successo con provocatorie commedie messe ormai in scena in tutto il mondo. Nei suoi acclamati romanzi ha affrontato i generi più diversi, dal reportage di guerra all’autofiction, raccontando in una prosa di cesellata precisione la condizione morale ed esistenziale dell’individuo contemporaneo. Polemista e intellettuale militante, è stato consacrato da numerosi riconoscimenti, fra cui lo Schweizer Buchpreis e il prestigioso Georg-Büchner-Preis per l’insieme della sua opera. Di Lukas Bärfuss L’orma editore ha pubblicato i romanzi Hagard, Koala e Il cartone di mio padre.
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