Troisio Luciano

Quindici alibi

Pubblicato il: 7 Luglio 2011

“Quindici alibi” ossia quindici racconti dell’Altrove (Non si pensi quindi ad Alibi in senso giallistico-poliziesco), tra cui uno “L’invariante di Khelm”, lungo come un romanzo breve. È questo l’ultimo lavoro dell’infaticabile professore padovano,sempre impegnato tra ricerca letteraria e viaggi esotici.

“Quindici alibi” è una raccolta curatissima – non poteva essere diversamente per un italianista del suo livello – e varia, nella quale ritroviamo alcuni temi ben noti a chi ha frequentato, anche solo parzialmente, le opere precedenti di Luciano Troisio: il viaggio, l’ironia-disprezzo verso gli arrivisti, gli arrivati e gli ignoranti seduti in cattedra, gli arricchiti che vogliono diventare maestri del buon gusto e si comportano rozzamente, le figure femminili, le terre esotiche piene di fascino e ben conosciute dall’Autore, l’atteggiamento anti-accademico e distante dalle logiche e dalle manovre del potere.

Il libro si articola in tre sezioni: “Il glande dell’iceberg”, “Alibi ovunque”, “Perdite, riti”.

“Il glande dell’iceberg”: la punta dell’iceberg, una parte di un grande mondo sommerso. Si tratta di storie ambientate nel futuro, ma realissime, di professori universitari all’estero (o nell’Altrove, in altri mondi, e in fondo l’estero non era un altro mondo – sede disagiata – visto dalle più comode sedi patavine o italiane?)

Una fauna quanto mai variegata popola questi luoghi, in cui si consumano feroci rivalità, inimicizie, tranelli, veleni, corruzioni e collusioni con la politica.

Compaiono donne di vari generi, talvolta bellissime.

“Giorgia scese dalla passerella vestita di un abitino nero leggero con una corta sottoveste – forse lo era – col nobile incedere di una giovane oscura dea greca delle isole, passo elastico, portamento di pantera e di amazzone staffilatrice, che con lenta torsione del collo, del volto regale passi altera in rassegna le scelte belve allineate e attonite”. (p.19)

Sono donne di diverso orientamento sessuale, donne in carriera, disposte a tutto pur di tenersi il posto di lavoro, basti vedere come verrà buggerato il povero professor Cosini – evidente il richiamo-omaggio a Zeno – che non otterrà l’agognato trasferimento in Dalmazia, dove aveva già spedito le sue cose, che finiranno in buona parte perdute.

Si colloca in questa sezione anche il bel romanzo breve “Anna (ovvero: L’invariante di Khelm)”, dove subito si annuncia il tema del viaggio: “si parte da” e non “per” e ci si scontra con le “burocrazie sovrapposte e contraddittorie nella stupidità filologica, agli ordini di una subumanità gerarchicamente traffichina, ignorante, prevaricatrice, da cui è difficilissimo difendersi”. (p.40)

La narrazione è ambientata nel futuro: l’Unione Europea e l’Italia sono cambiate, si parla di Impero Longobardo con capitale Pavia ( il provincialismo e le forze centrifughe hanno prevalso) e dell’apertura di un istituto di italianistica, intitolato a Teofilo Folengo, a Khelm, un piccolo stato ex-sovietico, un “placido millenaristico borgo di bifolchi etilisti”, ad alto tasso di cretinismo, invariato nei secoli.

Non sfuggono l’acuta ironia del Nostro verso l’ignoranza e verso la politica, che spesso degrada la cultura. In questo senso il racconto è ricco di battute che fanno sorridere, ma che risultano amare, perché alludono alla realtà, almeno metaforicamente, basti pensare al Ministero della Cultura di Khelm, con sede provvisoria in una enorme ex-stalla o alla segretaria d’azienda messa a insegnare in un Liceo bilingue.

Nel raccontare queste storie in altro luogo e in altro tempo, Troisio pare essersi ispirato agli ambienti accademici che gli sono ben noti nelle loro manovre sotterranee (come il “Patto delle Galline”) e nei loro tranelli. Eterna ironia ed eterno distacco dunque dal potere, dall’ignoranza, dalle beghe politiche e dalla burocrazia. Ciascun lettore sarà libero di leggere e interpretare i riferimenti alla realtà come meglio preferisce.

Ricorrenti in tutto il libro sono le figure femminili, osservate come sotto un riflettore. Ve ne sono di tutti i tipi: belle, brutte, rinsecchite o ben tornite, fatali, affascinanti, tizianesche, divine.

Troisio ne osserva molto il corpo, con una preferenza per le forme generose e sode, dalle carni fresche e morbide, e il portamento, gli atteggiamenti, che legge e interpreta come chi abbia accuratamente studiato il linguaggio del non detto, dei gesti che rivelano l’indole della persona.

Troisio è da sempre un acutissimo osservatore della razza umana, come sa bene chi ha letto i suoi reportages di viaggio, e anche qui non mancano le sue descrizioni acute, precise, ricchissime dal punto di vista linguistico, con aggettivi calzanti e ricercati, che la sua grande cultura gli fornisce. Non è un linguaggio sempre facile, non è per tutti, ma dà un grande piacere trovare ancora qualcuno in Italia che usi al meglio la nostra bella lingua e ne sfrutti la ricchezza e le potenzialità.

Nelle narrazioni non mancano le sorprese, gli spostamenti nel tempo e nello spazio, le considerazioni filosofiche, i riferimenti letterari disseminati con garbo e astuzia.

Troisio si rivela ancora una volta un grande esperto della lingua – con cui ha sperimentato non poco avendo partecipato alla Neoavanguardia – e un ottimo conoscitore degli esseri umani che, in fondo, in vari luoghi e tempi, manifestano sempre gli stessi vizi e difetti.

Quanto ai suoi protagonisti, spesso paiono sentirsi fuori posto, estranei a tutto, tristi, non appartengono a nessun luogo. Perennemente affascinati dalla bellezza, la ricercano e la contemplano sia nelle donne che nell’arte, a ogni latitudine.

È in varie parti del mondo che ci conduce la seconda sezione “Alibi ovunque”, dove si riflettono le esperienze di viaggio dell’Autore, soprattutto in Oriente. Particolarmente toccante il racconto “La serva khmer”, storia di una bambina sfruttata e schiavizzata, di un’infanzia rubata, che suscita un senso di desolazione, pena e impotenza.

Spicca il bellissimo “La posate del New Oriental” già apparso nella rivista universitaria “Die Wunderwagen” nel 2003. Il racconto è un gioiello per raffinatezza di stile e ambientazione (trovo fantastico il connubio tra scenario orientale e musica d’organo occidentale) e ben rivela quel malessere che governa molti personaggi di Troisio.

“Ciò che mi accompagnava era l’assenza.

Io andavo e con me si trasferiva un malessere, un inspiegabile senso di vuoto, irritante”. (p.154)

Il collezionismo, tema che ricorre anche altrove, sembra riempire un vuoto, è una passione quasi maniacale, non sempre controllabile, ma è anche cultura, incentivo alla conoscenza, in modo da saper distinguere l’autentico dal falso, ciò che vale da ciò che può esser tralasciato.

Il tanto celebrato Oriente non presenta solo bellezza, tra i suoi difetti i rumori molesti (lavori edili, giardinaggio, voci a tutte le ore): “Odi qui smartellar, muggire armenti”. E poi animali poco gradevoli (topi, gechi, anche serpenti) che possono introdursi nei bungalows e i disagi degli spostamenti.

Eppure il viaggio affascina sempre: “Cominciava a capire la bellezza del viaggio, spostamento geografico ma non solo: la mente che inizia un iter parallelo, una meditazione ricca e anabolizzante, come d’altronde avevano affermato molti scrittori. Viaggio nell’impensabile, nel prevedibile, ogni volta sconfitto, un germinare di situazioni nuove, di colori avvicinati in modo originale.” (p.183)

Non mancano i ritratti di personaggi stravaganti, hippy o freak in ritardo, drogati, arricchiti, mercanti trasmigrati in Oriente tra spiagge deliziose, tramonti rapidi, suggestivi scenari tropicali.

Per chi conosce la narrativa di Troisio (per gli ignari invece un invito a scoprirla) sarà interessante ritrovare la bella e sfortunata Dora, la figlia di Nerina, protagonista de “La ladra di pannocchie”.

E, a sorpresa, appaiono in una scena onirica Franchi e vari lankelottiani…..

“Perdite, riti” è il titolo della sezione conclusiva, cui fa da viatico già l’ultimo racconto della sezione precedente “Rifiuti insoliti”, dedicato a due amici perduti.

Riti d’iniziazione all’età adulta di una matricola, riti del riordino domestico, addii, il libro si conclude.

Rimane un testo ricco per tematiche e stile, una lettura impegnativa e appagante, una vera rarità in questi anni di banalizzazione e degradazione linguistica.

Articolo apparso su lankelot.eu nel luglio 2011

Edizione esaminata e brevi note

Luciano Troisio (Monfalcone, Go, 1938), ricercatore del Dipartimento di italianistica dell’Università di Padova, ha insegnato nelle Università di Pechino, Shanghai, Bratislava, Lubiana. Ha pubblicato numerosi volumi dedicati alla poesia: By logos, esproprio transpoetico, 1979; Folia sine nomine, 1981; e La Trasparenza dello scriba, 1982 (con Cesare Ruffato); La poesia nel Veneto, 1985; Ragioni e canoni del corpo, 2001; Linee odierne della poesia italiana, 2001. Inoltre ha pubblicato le raccolte poetiche: L’angelo alle spalle, 1960; Anamnesi in tre versioni, 1965; Parigi nord-sud, 1966; Indicativo imperfetto, 1968;Precario, 1980; Persistenza del cavallino, 1984; I giardini della maharani, 1986; Le poetesse cinesi, 2000;  Three or four girls, 2002, Strawberry-stop (2007).

In dialetto altopadovano:Drìoghe ai poeti, 2001.

In prosa:Tirtagangga e varie sorgenti, 1999; Viaggio a Ko Ciang2001;Nuvole di drago, 2003;  La ladra di pannocchie 2004.

Studioso, globetrotter, flaneur, i suoi campi d’attenzione sono nell’ordine: la scrittura, l’Asia, l’immagine (specialmente la fotografia e la grafica d’arte). Sue opere sono state illustrate da Emilio Baracco, Giovanni Barbisan, Andreina Bertelli, Renzo Biasion, Mino Maccari, Cesco Magnolato, Walter Piacesi, Gianni Poggeschi, Orfeo Tamburi, Hugo Wulz, Tono Zancanaro.

Luciano Troisio, Quindici Alibi,Padova, Cleup 2011. Postfazione di Teo Rapagnetta.