Banti Anna

Artemisia

Pubblicato il: 28 marzo 2013

Il mio primo contatto con Artemisia Gentileschi è avvenuto poco tempo fa con “Artemisia” di Alexandra Lapierre. Ed “Artemisia” si intitola anche il romanzo di Anna Banti. Un libro che ha avuto un destino difficile, considerando che la prima stesura è andata distrutta nel 1944 durante un bombardamento su Firenze. La Banti recupera la memoria della sua Artemisia nell’estate del 1944 e ci lavora fino all’estate del 1947. Poi il libro viene finalmente pubblicato. L’Artemisia della Banti ha poco in comune con l’Artemisia della Lapierre. Forse perché gli occhi della Banti hanno voluto soffermarsi sugli aspetti più umani, femminei, dolorosi ed intimi della donna-Artemisia mentre quelli della Lapierre hanno scandagliato la vita della donna-pittrice cercando di inquadrarla storicamente prima, artisticamente poi. Tra Artemisia ed Anna Banti sembra esistere un rapporto empatico, la somiglianza tra due donne divise solo dal tempo e da un accidente (il bombardamento su Firenze) che ne ha separato momentaneamente i destini.

Questa “Artemisia” inizia con la Banti rifugiata nel giardino di Boboli, a Firenze, la sua città. Piange. E’ scalza e siede per terra, sulla ghiaia. E’ un giorno d’agosto e guarda spaurita attorno a sé. “Gente che alle quattro del mattino si spinge come gregge spaurito a mirare lo sfacelo della patria, a confrontare colla vista i terrori di una nottata che le mine tedesche impiegarono, una dopo l’altra, a sconvolgere la crosta della terra“. Poi, poche righe più in là, l’amarissima constatazione: “Sotto le macerie di casa mia ho perduto Artemisia, la mia compagna di tre secoli fa, che respirava adagio, coricata da me su cento pagine di scritto“. Eppure Artemisia è assolutamente viva, presente, pulsante. Perché non è solamente personaggio ma presenza. A muovere la storia, dunque, è la perdita del manoscritto, una perdita che costringe la memoria dell’autrice a recuperare quanto perduto. A fare da contrappeso a tale sforzo c’è un’Artemisia che non sembra gradire una diversa definizione di sé. Eppure la ricostruzione riparte.

Artemisia, figlia di Orazio Gentileschi, “pittor pisano a Roma“, è solo una popolana dentro il seicento romano. Lo scandalo dello stupro subito dal pittore Agostino Tassi è un affronto che suo padre non le può perdonare. E’ una vergogna che Artemisia condurrà sempre con sé. Andrà in sposa ad uno Stiattesi che le rimarrà quasi estraneo fino al momento del ripudio ufficiale. Artemisia si afferma come pittrice e lavora a Firenze e a Napoli. Avrà una figlia, Porziella, con la quale ha un legame povero, quasi sterile. Artemisia sembra mendicare continuamente amore: dal padre, dal marito, dalla figlia. Eppure nessuno ricambierà mai quel bisogno, sarà sempre sostanzialmente sola.

La Banti si muove con costanza tra il suo presente di guerra e il passato di Artemisia, una figura nei confronti della quale sembra sentirsi in colpa per via di quella sorta di incapacità di riuscire a renderle giustizia: “Trecento anni di maggiore esperienza non mi hanno insegnato a riscattare una compagna dai suoi errori umani e a ricostruirle una libertà ideale, quella che la affrancava e la esaltava nelle ore di lavoro, che furono tante“. All’Artemisia pittrice, una tra le più grandi della storia artistica italiana, la Banti non dedica molta attenzione. Si sofferma sul suo Oloferne, è vero. Ma le serve solo per raccontare l’uso dell’arte come esorcismo: l’atto di tagliare la gola al tiranno è il suo modo per liberarsi e raccontare l’odio nei confronti dell’uomo che l’ha violentata.

Dentro “Artemisia” c’è un po’ dell’anima della Banti. E questo è un romanzo dai toni spesso malinconici, amareggiati. Si sente che dentro le sofferenze della pittrice, Anna Banti ha riscritto le sue sofferenze. Entrambe le donne, evidentemente, hanno conosciuto le difficoltà del genere a cui appartengono, le complicanze emotive di chi non riesce mai a sentirsi felice. La scrittura di Anna Banti sembra appartenere ad un altro tempo eppure si nutre di suggestioni attualissime. E’ elaborata, raffinata, coltissima e, a tratti, persino faticosa per chi legge. Una ricercatezza che rende ogni pagina particolarmente piena: tutte le frasi sembrano possedere un peso specifico ingente. Il colloquio che la Banti mantiene con il suo personaggio va oltre il romanzo stesso, una sorta di gioco di specchi che la stessa scrittrice riconosce: “Noi giochiamo a rincorrerci, Artemisia ed io. E a fermarci, non senza trabocchetti, dai più materiali e scoperti ai più nascosti“.

Edizione esaminata e brevi note

Anna Banti è il nome d’arte di Lucia Lopresti. E’ nata a Firenze nel 1895 da genitori di origine meridionale. Intraprende gli studi umanistici e si laurea in Storia dell’Arte. Durante gli anni universitari, Anna Banti conosce lo studioso Roberto Longhi, suo insegnante. I due si sposeranno nel 1924 ed assieme partecipano alla fondazione della rivista “Paragone” la cui sezione letteraria sarà diretta dalla Banti fino alla morte del marito. Il mondo dell’arte è spesso fonte del lavoro letterario della Banti: redige biografie specialistiche su Lotto, Monet, Giovanni da San Giovanni. Nel 1937 esordisce con “Itinerario di Paolina”. Nel 1940 pubblica “Il coraggio delle donne”, nel 1941 “Sette lune”, nel 1942 “Le monache cantano” e nel 1947 “Artemisia”. Agli anni ’50 appartengono “Le donne muoiono”, “Il bastardo”, “Allarme sul lago”, “La monaca di Sciangai”. Poi: “La casa piccola” del 1961, “Le mosche d’oro” del 1962, “Campi Elisi” del 1963. Nel 1967 arriva “Noi credevamo”, da cui è stata tratta la sceneggiatura dell’omonimo film diretto da Mario Martone nel 2010. Negli anni ’70 la Banti pubblica “Je vous écris d’un pays lointain”, “La camicia bruciata”, “Da un paese vicino”. Il suo ultimo libro è del 1981 e si intitola “Un grido lacerante”. La scrittrice muore nel 1985 a Ronchi di Massa.

Anna Banti, “Artemisia”, Bompiani, Milano, 1996. Introduzione di Giuseppe Leonelli.

Pagine Internet su Anna Banti: Wikipedia / Fondazione Longhi / Italian Women Writers

Pagine Internet su Artemisia Gentileschi: Wikipedia / Mostra a Milano (2012) / Sito dedicato