Ronchey Silvia

Ipazia. La vera storia

Pubblicato il: 24 gennaio 2013

Chi si aspettasse di leggere in “Ipazia. La vera storia” il romantico racconto di Ipazia e della sua tragica morte sbaglierebbe di grosso. Il libro della Ronchey è un saggio: analitico, documentale, storiografico, filologico. La nota bizantinista, infatti, attraverso questa opera, permette di recuperare, sfruttando le fonti antiche e i dati che è stata in grado di consultare e studiare, la verità su Ipazia e di restituirci una versione più cristallina e credibile del suo mito. Perché la figura di Ipazia, “matematica e astronoma, sapiente filosofa, influente politica, sfrontata e carismatica maestra di pensiero e di comportamento” ha nutrito, nel corso dei secoli, decine di leggende tra loro persino contraddittorie. Ad Ipazia hanno fatto indossare vesti e appartenenze di ogni genere: “Secondo alcuni la donna assassinata era una scienziata, «la più importante fino a Madame Curie». Secondo altri, una filosofa, «allieva di Plotino». Secondo altri ancora, una sacerdotessa e una teurga. Alcuni l’hanno incoronata come eroina protofemminista, altri come martire della libertà di pensiero. Alcuni l’hanno commemorata come agnello sacrificale dell’ultimo paganesimo, altri ancora come prima strega bruciata sul rogo dall’inquisizione ecclesiastica“. La storia l’ha spesso trasformata in uno strumento o in un espediente. La letteratura l’ha esaltata o vituperata in base ai tempi e alle circostanze. Ma chi era davvero Ipazia e perché è stata assassinata in maniera tanto brutale e violenta?

C’era una donna allora ad Alessandria, il cui nome era Ipazia. Era figlia di Teone, filosofo della scuola di Alessandria, ed era arrivata a un tale vertice di sapienza da superare di gran lunga tutti i filosofi della sua cerchia“. Questo è quanto scrive Socrate Scolastico, uno storico cristiano contemporaneo di Ipazia. Teone aveva dato a sua figlia un nome che, in greco, vuol dire “acutezza”, “suprema altezza” ed Ipazia, rispettando pienamente il destino iscritto nel suo nome, era divenuta una delle donne più colte, sapienti e dotte di Alessandria. Ma Ipazia, donna austera e bellissima, era anche un’aristocratica, una “pagana” che incontrava i suoi allievi e li istruiva su materie scientifiche, astronomiche e filosofiche proprio come facevano i pensatori ellenici prima di lei. Durante il V sec. d.C., il tempo in cui Ipazia viveva, la cultura era viva e pulsante, soprattutto in quell’Impero Bizantino che, a differenza di quello romano messo sotto scacco dai barbari, sopravviverà ancora per diversi secoli. “Ipazia era vista da tutti come una luminosa eccezione e da ogni parte del mondo greco e romano gli amanti del sapere venivano ad ascoltare le sue lezioni accademiche, in cui si perpetuava la tradizione dell’antica scuola platonica“.

In Egitto il Cristianesimo aveva conquistato, già nel quinto secolo dopo Cristo, una larga diffusione e notevole potere anche grazie ad una strategia fatta di violenze, aggressioni e imposizioni. Il vescovo Teofilo aveva determinato la distruzione del Serapeo, il tempio pagano. I cristiani distrussero le statue di divinità egizie, saccheggiarono tutto quello che il tempio conteneva, facendo scempio della ricca e famosa biblioteca. Nessuna tolleranza, nessun rispetto. Nel 412 d.C. a Teofilo succedette Cirillo. “Il vescovo nipote intendeva portare a termine la violenta colonizzazione religiosa iniziata dal vescovo zio con uno zelo, un’«incandescenza di spirito» che appariva eccessiva anche ai suoi correligionari“. Ed è proprio alla figura di Cirillo che la Ronchey dedica grande attenzione perché è proprio a lui che va imputata la morte di Ipazia. Lo studio della professoressa tende a dimostrare come Cirillo, nonostante sia stato dichiarato santo e, nell’800, persino dottore della Chiesa, sia stato un personaggio particolarmente negativo.

Nel tempo i legami tra le aristocrazie alessandrine e il potere amministrativo romano si erano rafforzati, ma con il potenziamento del Cristianesimo, divenuto religione di Stato, il ruolo del vescovo e quello del filosofo vengono a sovrapporsi e, nel caso di Ipazia, ad entrare in pesante conflitto. “Nelle città della grande provincia bizantina sarà d’ora in poi il vescovo, non più il filosofo, come in precedenza, a farsi consigliere e «garante civico» del rappresentante dello stato”. La Ronchey, in merito, è molto diretta e concreta: attorno alla figura di Ipazia viene a scatenarsi una velenosa gelosia da parte di Cirillo. Non è pura rivalità, ma qualcosa di più malevolo e devastante. Prima dell’assassinio della figlia di Teone, c’erano già stati vari episodi di violenza. Cirillo si circonda di “parabalani”, chierici integralisti provenienti dal gruppo degli zeloti. Si tratta di monaci che, secondo tutte le fonti, seminavano terrore e morte ovunque andassero. La Ronchey li definisce dei talebani cristiani. Ed è a loro che va imputata la scellerata fine di Ipazia. Loro gli esecutori materiali, Cirillo il potente mandatario.

Ma perché il vescovo di Alessandria avrebbe deciso di far massacrare Ipazia? La tesi della studiosa italiana verte su un’unica ragione: invidia. “È «l’invidia per la sua eccezionale sapienza», e per l’eccezionale favore che questa le vale presso Oreste, a impossessarsi di Cirillo: la fatale rivalità del vescovo verso il filosofo, dunque; e certo anche la naturale gelosia del chierico per la donna di mondo; due categorie, queste, che nella storia hanno nutrito reciproci grandi amori, o grandi odi“. Nell’anno 415 d.C., quindi, durante la quaresima cristiana, come spiegano vari documenti, i monaci parabalani vennero riuniti sotto la guida di Pietro il Lettore e mentre Ipazia tornava a casa la presero di forza e la trascinarono nel Cesareo, da poco tramutato in chiesa cristiana. Scrive Socrate Scolastico: “La spogliarono delle vesti, la massacrarono usando cocci aguzzi (ostraka), la fecero a brandelli. E trasportati quei resti al cosiddetto Cinaron, li diedero alle fiamme“. Puntualizza il pagano Damascio: “E mentre ancora respirava un po’ le cavarono gli occhi“.

Le testimonianze riportare in questo saggio sono varie e terribili. Tra queste ci sono anche quelle di storici che discolpano Cirillo tanto da dichiarare l’assassinio di Ipazia come legittimo. La Ronchey, da abile indagatrice della Storia, ci racconta anche che il “caso Ipazia” venne rapidamente insabbiato per cui Cirillo non pagò mai per il suo delitto al contrario di Pietro il Lettore che venne torturato ed ucciso. Questo è quanto la studiosa spiega nella prima parte del libro, quella a mio avviso più intensa e coinvolgente. Nella sezione successiva, “Tradire i fatti”, si passa ad un elenco di testi, autori, opere e interpretazioni che, nella letteratura, nel teatro o nella poesia, sono state date di Ipazia nel corso dei secoli. Un “tradimento” della verità che ha indubbiamente corrotto in vario modo e in varia misura la figura di Ipazia. Nella terza parte del saggio, “Interpretare i fatti”, si vanno ad “ordinare le testimonianze originarie per orientamenti” tentando una schematica classificazione delle loro versioni e varianti.

Lo studio condotto da Silvia Ronchey è palesemente epurato da ogni ideologia e da ogni architettura morale e religiosa. Le sue analisi sono puntuali ed attentamente documentate, pagina dopo pagina. Non a caso un’ultima corposa parte del libro è dedicata alla “Documentazione ragionata” che può divenire estremamente importate sia per conoscere le numerose fonti e i temi affrontati, sia per comprendere anche quanto lavoro e quanta fatica abbia comportato la redazione di questa opera.

Edizione esaminata e brevi note

Silvia Ronchey è nata a Roma nel 1958. E’ bizantinista, docente di Filologia classica e Civiltà bizantina all’Università di Siena. Scrive e collabora con diverse testate giornalistiche italiane ed è stata anche autrice e conduttrice di programmi TV e radiofonici. E’ autrice di vari saggi specialistici ma anche di testi di più ampia diffusione. Tra questi possiamo ricordare: “L’enigma di Piero”, “Il guscio della tartaruga”, “Il romanzo di Costantinopoli”, “Ipazia. La vera storia” e “Storia di Barlaam e Ioasaf. La Vita bizantina del Buddha”.

Silvia Ronchey, “Ipazia. La vera storia“, Rizzoli, Milano, 2011.

Pagine Internet su Silvia Ronchey: Sito ufficiale / Wikipedia / Università di Siena (scheda)

Pagine Internet su Ipazia: Wikipedia / Agorà (il film su Ipazia) / Enciclopedia delle donne / Vita di Ipazia (HomoLaicus)