Curzi Pierfrancesco

Nel Caucaso, da Grozny a Beslan

Pubblicato il: 28 agosto 2016

Lo scrive senza mezzi termini Massimo Bonfatti nell’introduzione: “[il libro è] il naturale evolversi e complemento delle testimonianze di Anna, Shakhman, Akhmed, Zarema, Ella e tanti altri” (pp.9). Anna, s’intende, sta per Anna Politkovskaja, e proprio perché reportage nei luoghi che furono al centro delle inchieste della giornalista russa, e causa del suo omicidio, da parte di Pierfrancesco Curzi non possiamo certo aspettarci toni concilianti nei confronti del regime post-sovietico (ma neanche troppo “post”): “Putin non ammetterà mai le sue colpe, seppur evidenti. Aprire il suo armadio darebbe via alla transumanza di scheletri di cui sopra, tenuti sotto chiave. Guerrafondaio e lucido folle, zar Vladimir sta addirittura passando da disonesto fuorilegge a eroe e punto di riferimento in Medio Oriente, con la crisi siriana ai suoi piedi.  Strana creatura, il mondo, a volte” (pp. 65). Giusto quindi avvisare i potenziali lettori perché dalle nostre parti lo “zar” del Cremlino e la democratura russa sono amatissimi, malgrado poi molti dei suoi supporter si dicano accaniti sostenitori della cosiddetta democrazia diretta.

Dicevamo del ritorno di Curzi nel Caucaso che fu teatro delle due guerre cecene e delle ritorsioni indiscriminate dell’esercito russo, “scaraventate addosso alla povera gente, facendo passare chiunque non fosse schierato con la Russia come pericoloso terrorista” (dalla quarta di copertina). “Nel Caucaso, da Grozny a Beslan” è la narrazione, condotta con grande partecipazione ed emotività, di un viaggio nella provincia caucasica che più ha subito la violenza, le sopraffazioni e le contraddizioni dell’impero post-sovietico. La storia dell’assalto alla scuola n. 1 di Beslan, dove persero la vita 334 persone, in maggioranza bambini colpiti dai proiettili russi, con tutto il seguito di omissioni, depistaggi, repressione di tutti coloro che pretendevano la verità e non si accontentavano una verità ufficiale. Comportamenti che non devono stupire, in perfetta continuità con quella che fu l’Urss, e che Curzi ha liquidato senza esitazione: “gli stessi dirigenti del Cremlino non avevano fatto altro che svestire le pesanti e incartapecorite divise sovietiche, per indossare abiti su misura disegnati da stilisti occidentali” (pp.17).

La Cecenia e il Caucaso che ha visitato il nostro giornalista non sono però più quelli raccontati dalla Politkovskaja. La “normalizzazione” è ormai una realtà, il massacro di Katyr-Yurt sembra lontano, presidente della Repubblica Cecena è Ramzan Kadyrov (partito Russia Unita), che Curzi definisce il Kim Jong-Un del Caucaso “servito sul piatto d’argento dallo zar moscovita” (pp.23) e che lo stesso wikipedia non tratta proprio con guanti di velluto:” Durante il suo periodo di governo ha introdotto la sharia (legge islamica) e si è dichiarato favorevole ai delitti d’onore, promuovendo campagne per costringere le donne ad indossare il velo”. Ed inoltre (sempre fonte wikipedia): “Come capo del Servizio di Sicurezza Presidenziale Ceceno, Kadyrov è stato spesso accusato di essere brutale, spietato e antidemocratico; per la stampa, è implicato in numerosi casi di tortura e omicidio. L’associazione tedesca per i diritti umani Associazione per i Popoli Minacciati (GfbV) ha affermato che fino al 70% di tutti gli assassinii, stupri, rapimenti e casi di tortura in Cecenia sono stati commessi dall’esercito privato agli ordini di Kadyrov, la forza di sicurezza interna conosciuta come Kadyrovtsy (Kadyroviti), composta da 3000 uomini”.

Fin qui la descrizione di un Caucaso teatro di inenarrabili violenze, con una popolazione vittima sia del terrorismo islamico sia di una repressione russa che non ha voluto distinguere i normali cittadini dai presunti ribelli. Quello che semmai colpisce del reportage di Curzi è appunto la cosiddetta normalizzazione intrapresa subito dopo la tragedia di Beslan: il nostro giornalista più volte evidenzia la rimozione della memoria ad opera delle autorità locali e federali. Ad esempio Marina, una giovane e bella caucasica, letteralmente persa per il presidente Kadyrov: “Di quanto accaduto in Caucaso fino ad anni recenti conosco più io di lei. Non ha mai sentito parlare di personaggi come Dudaev, Maskhadov e Basaev, non è pienamente a conoscenza delle violenze russe commesse a 360 gradi in Cecenia. O forse certi fatti non li vuole semplicemente conoscere, non gliene hanno parlato da studentessa. I danni maggiori non li fanno le guerre, quanto i libri di scuola e chi la storia la dovrebbe raccontare da una posizione super partes” (pp.24).

Una normalizzazione che però non ha realmente coinvolto i più anziani e coloro, come Tamerlan (“persona meravigliosa, padre disperato, uomo finito”), che hanno avuto la vita distrutta dalla violenza di un potere federale ben intenzionato a spacciare come “pericoloso terrorista” chiunque non fosse schierato con la Russia. Un racconto che – ripetiamolo – non piacerà a molti nostri connazionali che del regime putiniano hanno ben altra idea e che sicuramente avranno anche da ridire sulle parole di Massimo Bonfatti che chiudono – secondo noi efficacemente – l’introduzione al libro: “La verità è la più difficile delle narrazioni: e da buon cronista di strada Pierfrancesco ce la racconta, in prima persona e senza filtri. Semplicemente, così com’è, così come deve essere e così come dobbiamo leggerla per farla anche nostra”.

Edizione esaminata e brevi note

Pierfrancesco Curzi, (Ancona, 1968), giornalista e scrittore. Dal 2001 collabora con Il Resto del Carlino, dopo un’esperienza a Il Messaggero. Da anni pubblica reportage di esteri da tutto il mondo, e in particolare dall’Europa orientale, su Il Fatto Quotidiano. È stato osservatore elettorale internazionale durante le elezioni in Guatemala e in Nicaragua. Nel 2014, per Italic Pequod, ha pubblicato il romanzo di viaggio Stanno tutti bene, dedicato in larga parte al genocidio ruandese.

Pierfrancesco Curzi, “Nel Caucaso, da Grozny a Beslan. Reportage dalla provincia dell’impero russo”, Infinito (Collana Orienti), Formigine (MO) 2016, pp. 128. Introduzione di Massimo Bonfatti

Luca Menichetti. Lankenauta agosto 2016