Ricapito Francesco

Reportage dall’Azerbaigian: Tre giorni nel Sud – Parte 3

Pubblicato il: 15 marzo 2015

Azerbaigian mappaYardimli, giovedì 29 gennaio 2015

Quando mi sveglio sento subito una strana sensazione: sono girato su un fianco, la coperta elettrica è ancora regolata al massimo per cui metà del mio corpo è bollente mentre l’altra è più fredda di almeno cinque o sei gradi. Mi giro dall’altro lato ma subito comincio a risentire quella strana sensazione, Natasha invece dorme saporitamente. In bocca sento la caratteristica sete bruciante indicante il fatto che la sera prima si è bevuto un po’ troppo. Impiego un paio di minuti per trovare il coraggio necessario per tirare fuori un braccio dal piumone e prendere la bottiglia d’acqua. Controllo l’ora e vedo che tra un minuto suonerà la sveglia. Con cautela sveglio Natasha, all’inizio emette un leggero brontolio ma poi apre gli occhi, pure lei sembra provare la stessa sensazione di escursione termica tra le parti del corpo che sono a contatto con la coperta elettrica e quelle che non lo sono. Entrambi impieghiamo dieci minuti buoni prima di uscire dai piumoni, ci cambiamo in fretta e poi ci risiediamo per riprenderci dallo shock termico. Rifacciamo gli zaini e consumiamo una rapida colazione a base di merendine che avevo portato da Baku. Hussein viene a bussare da noi un quarto d’ora prima del previsto, ci dice che il taxi è arrivato e che ci sta aspettando. Noi siamo ancora con la colazione in bocca, ma in pochi minuti riusciamo ad essere pronti per andare. Il conto per una notte e due pasti è di tredici manat a testa (più o meno undici euro). Prima di partire ci facciamo una foto ricordo con Hussein e la signora che ancora non sappiamo se sia la moglie o la figlia. Il tassista è un signore sulla sessantina con una pancia smisurata ed un paio di doppi menti. Ovviamente il taxi è una vecchia Lada dall’aspetto scassato. Ci salutiamo, Hussein ci raccomanda di pagare otto manat al tassista e poi torna in casa. Il nostro programma di oggi prevede di tornare a Lankaran col taxi, da là prendere una marshrutka per Masalli, un paese che si trova qualche decina di chilometri a nord, sulla strada del ritorno per Baku, e da là trovare un mezzo per arrivare a Yardimli, un villaggio in mezzo ai monti e a pochi chilometri dal confine con l’Iran. Il tassista ci dice che prima di andare deve passare a prendere un’altra persona, imbocca quindi la strada principale di Lerik e si ferma in uno spiazzo dopo un paio di minuti. Oggi c’è il sole e da dove ci siamo fermati abbiamo una bella visuale sulla valle circostante, coperta da un banco di nubi.

Cinque minuti dopo arriva un’altra auto, dalla quale scende una vecchia signora che evidentemente è la persona che stavamo aspettando. Torniamo verso la macchina, io automaticamente cerco di salire dietro per lasciare la signora davanti, ma questa invece si mette nel sedile dietro al guidatore e così davanti ci vado io, ho così modo di notare che se la pancia del tassista fosse di un centimetro più larga, lui potrebbe guidare diritto senza dover tenere le mani sul volante. Non appena iniziamo a scendere di quota entriamo nel banco di nubi e tutto diviene grigio. Anche stavolta il tassista ci fa ascoltare fastidiosa musica azera alla radio, ma per fortuna a basso volume. Dopo circa un’ora ci lascia all’affollato bazar di Lankaran, da dove siamo partiti il giorno prima. Chiediamo informazioni ad un passante per sapere da dove parte la marshrutka per Masalli. Il signore ci indica l’altro lato della strada dove sono parcheggiate quattro marshrutke una di fianco all’altra. La cosa più curiosa è che davanti a queste si sono posizionate molte venditrici di frutta e verdura che, quando i veicoli devono partire, spostano le cassette con la loro merce e la fanno passare. Saliamo, ci sediamo e aspettiamo. Visto che la colazione non è stata molto abbondante mi sento piuttosto affamato, prendo il portafoglio, chiedo a Natasha se vuole qualcosa e scendo. Trovo un negozietto là vicino dove compro il succo che mi ha chiesto Natasha e poi ritorno sui miei passi perché davanti alla marshrutka, ma dal lato opposto della strada, ho visto qualcosa d’interessante: un chioschetto in cui vendono peraski. Si tratta di una sorta di panzerotti fritti con dentro patate o carne. Sono molto comuni in Azerbaijan, sono molto buoni e soprattutto poco costosi (venti centesimi, massimo trenta). Ne prendo due, il ragazzo al chiosco mi chiede: “American?” “No, Italian!”, gli rispondo. “Welcome to Azerbaijan!” Mi dice sorridendo. Lo ringrazio, prendo i peraski e torno alla marshrutka, dove scopro che intanto i posti liberi si sono riempiti e che stavano aspettando me per poter partire. Come al solito nelle marshrutke le mie gambe sono troppo lunghe per gli stretti sedili, per fortuna sono seduto sulla fila interna e posso distendere una gamba nel corridoio centrale. Il viaggio fino a Masalli dura circa un’ora, appena usciti da Lankaran una verde pianura piena di campi coltivati si distende davanti a noi. Non ci sono molti alberi, per la maggior parte sono di fianco alla strada, da lontano vediamo che la costa è piuttosto paludosa. Il tempo è sereno e la temperatura mite. Il fango ai lati della strada ci ricorda le recenti piogge. La marshrutka ci lascia all’entrata dell’affollatissimo bazar di Masalli: vi sono venditori che urlano per richiamare l’attenzione dei potenziali clienti, tassisti, clacson, marshrutke che partono e che arrivano, pecore che belano e chi più ne ha più ne metta. Essendo probabilmente gli unici stranieri siamo subito attaccati dai tassisti che vogliono tirarci su, con un movimento veloce entriamo in una delle vie principali del bazar e li seminiamo. Non ho avuto tempo di consultare la mappa di Masalli che c’è nella guida, decidiamo quindi di sederci e prendere un tè. Vediamo un bar che si trova al primo piano di un vecchio edificio a bordo strada, per arrivarci c’è una scalinata di ferro esterna. Il bar è praticamente un attico con qualche tavolo e finestre su ben tre lati, il pavimento è in legno e dev’essere molto vecchio dato che ad ogni passo ondeggiano tutte le assi. Ci sediamo, ordiniamo un tè e io tiro fuori la guida per cercare di capire dove andare. Quando penso di aver capito dove siamo ci avviamo verso un ponte stradale dove dovrebbero esserci i taxi che portano a Yardimli. Con sollievo vedo che non mi sono sbagliato: a questo punto non ci resta che tentare la sorte e gettarci nelle fauci dei tassisti lì riuniti. Naturalmente ne troviamo subito uno che ci propone un prezzo di dodici manat per arrivare a Yardimli. Ci sembra onesto e accettiamo. Si tratta di un uomo sui trentacinque, scuro di pelle, con i capelli neri un po’ unti e i lineamenti squadrati. Porta una maglia a righe orizzontali bianche e nere molto attillata e a maniche lunghe. Nel complesso sembra un gondoliere veneziano senza il cappello di paglia. Quando ci indica la sua auto mi stupisco: non è la solita Lada, ma una vecchia Fiat 1500, vagamente somigliante a una Lada. Saliamo e il tassista parte a gran velocità verso i monti, accende la radio a tutto volume per farci meglio apprezzare la solita musica azera, tuttavia dopo pochi minuti abbassa il volume e chiama qualcuno al telefono: sarà così per buona parte del viaggio e l’uomo rivelerà una eccezionale abilità nel conciliare guida e attività telefonica.

Appena usciti da Masalli vediamo un gran cantiere dove stanno costruendo una nuova strada verso le montagne, il suo aspetto è quasi comico perché al momento c’è solo un ponte con niente di collegato se non terra e campi vicini. In venti minuti arriviamo alle prime colline: ci sono molti alberi ancora spogli, provo a immaginare il luogo in primavera con i rami fioriti….dev’essere incantevole. In questa zona della valle ci sono alcune sorgenti naturali di acqua calda celebri in tutto il paese per le loro doti curative, la loro fama è testimoniata dalla presenza di numerosi resort, ancora chiusi in questo periodo. Piano piano cominciamo a salire di quota, ad un certo punto vediamo un bel posto in cui poter scattare qualche foto e allora Natasha chiede al tassista di fermarsi. Scopriamo allora che l’uomo non capisce molto il russo, risolve però il problema in maniera magistrale: dà a Natasha il telefono con cui stava chiamando e lei allora chiede al tizio al telefono, che a quanto pare parla meglio il russo, di dire al suo amico tassista di fermarsi. Riusciamo così nel nostro intento. Il tassista, sempre al telefono, ci segue con l’auto, sembra che abbia fretta. Ripartiamo e man mano che saliamo le colline diventano più spoglie lasciando intravedere un bel manto d’erba verde acceso. La valle è meno abitata di quella di Lerik e le uniche case che ci sono si trovano nelle vicinanze della strada. Superiamo numerosi greggi di pecore e in poco più di un’ora arriviamo a Yardimli. Ci facciamo lasciare davanti all’hotel, lui non ha idea di dove sia, ma dal momento che ce n’è solo uno in tutto il paese gli basta chiedere ad un passante. Yardimli è un paese che si sviluppa seguendo la strada vicina al fondovalle, non è il più bel paese che si può visitare in Azerbaijan da un punto di vista estetico, ma il paesaggio circostante vale il viaggio. Una volta arrivati a destinazione, il tassista inizia a questionare sulla tariffa: vuole quindici manat, tre in più di quanto concordato. Siccome detesto contrattare e soprattutto odio farlo con il mio limitatissimo azero, cedo alla sua richiesta. L’hotel è un piccolo edificio di recente costruzione che da fuori sembra più una scuola, nel vederlo mi viene un brutto presentimento, che si avvera quando proviamo ad aprire la porta: è chiuso. Io e Natasha ci guardiamo per un attimo stupiti e confusi. Quell’hotel era la nostra unica opzione, se non troviamo un posto in cui passare la notte ci tocca tornare indietro fino a Masalli. Cercando di mantenere la calma propongo di andare a chiedere informazioni al negozio di alimentari che c’è dall’altra parte della strada. Entriamo e Natasha domanda ad uno dei ragazzi dietro al bancone, il quale però non parla russo. In nostro soccorso arriva un signore sulla cinquantina dai modi molto gentili. Ci dice che l’hotel è chiuso e che è l’unico del paese. Ci chiede di aspettare un attimo ed esce dal negozio, dopo qualche minuto ritorna e ci annuncia che ha fatto chiamare il padrone dell’hotel, il quale arriverà in venti minuti. Nel frattempo un altro signore si è interessato a noi, insieme ad un poliziotto che ci chiede da dove veniamo e cosa ci facciamo qui. Tutti e tre sono molto gentili e disponibili e pure il poliziotto non sembra sospettoso nei nostri confronti, nonostante ci troviamo in un territorio di confine. Finito di conversare, usciamo dal negozio e andiamo a sederci sugli scalini che portano all’entrata dell’hotel, aspettiamo per circa un quarto d’ora e poi arriva un signore abbastanza alto e magro, sulla cinquantina e con i tipici baffi in stile presidenziale. Ci apre l’hotel e ci dice che per venticinque manat ci può dare una delle camere. Ce la fa vedere ed è bella, con un letto matrimoniale, praticamente nuova e arredata abbastanza elegantemente. Il bagno si trova nel corridoio e tutto l’hotel sembra essere stato costruito da poco. Tutto ci va bene, ma manca ovviamente il riscaldamento, l’uomo allora ci porta una stufetta dello stesso tipo di quella che avevamo a Lerik: sappiamo già che non sarà mai potente a sufficienza per riscaldare davvero. Andiamo al bancone all’entrata con i nostri passaporti per farci registrare e ne approfittiamo per informarci sul numero di presenze recenti nell’hotel, scopriamo che la settimana scorsa c’erano due coreani. Finite le pratiche e dopo aver pagato usciamo per andare a fare una passeggiata nei dintorni. Prima però ci andiamo ad informare per le marskrutke del mattino che vanno a Baku. Al baracchino che dovrebbe essere la cassa non c’è nessuno ma un passante ci dice che c’è una marshrutka che parte alle otto e che va diretta a Baku. Ormai sono quasi le quattordici e noi non abbiamo ancora pranzato decentemente, entriamo in un negozio di alimentari e per poco più di un manat prendiamo un paio di bottiglie d’acqua, una pagnotta di pane e qualche dolcetto. Dopo esserci sfamati, decidiamo di prendere la prima strada sterrata che sembra portare fuori dal paese.

Lentamente entriamo in una specie di passaggio nel versante della valle su cui sorge Yardimli e che ci porta in un minuscolo paese, subito riconoscibile per via della piccola moschea dal tetto di ferro. Alcune donne sul bordo del torrente ci vedono e ci guardano con stupore, superato il corso d’acqua vediamo che a lato della strada c’è una ripida discesa che finisce sul fondo della valle, dove si trova un altro torrente attraversato da un ponte di ferro. Scendiamo in mezzo a mucchi di spazzatura: evidentemente quella è la discarica del paese. Il paesaggio che troviamo quando arriviamo al piccolo ponte è molto suggestivo. Qua e là si vedono altre case e l’erba è di un verde molto intenso.

Facciamo qualche foto e quando cominciamo a risalire vediamo che sulla strada in cima alla salita si sono radunate almeno dieci persone che ci guardano dall’alto. Comincio a pensare che siamo andati in un posto proibito, ma man mano che saliamo questi non dicono nulla e anzi ci indicano dall’alto qual è la via migliore per salire. Quando arriviamo in cima salutiamo, loro ricambiano e poi proseguiamo. Continuano a guardarci finché non scompariamo dietro la prima curva. Sono ormai passate le sedici e cominciamo a tornare indietro, usando un po’ del mio senso dell’orientamento prendiamo una strada che va nella direzione da cui siamo venuti e in circa mezz’ora arriviamo al di sopra della via principale in cui si trova l’hotel. Troviamo il proprietario che ci apre la porta e che dopo dieci minuti molto gentilmente ci porta un tè con alcune caramelle. Abbiamo a disposizione ancora un’ora di luce e, siccome domani non avremo tempo per fare un altro giro, decidiamo di uscire di nuovo. Prima di uscire il nostro ospite ci chiede dove siamo andati e poi ci dice che le alte strutture di ferro simili ai graticci dell’elettricità che vediamo su alcune montagne sono in realtà il confine con l’Iran. Rimaniamo abbastanza sorpresi: sapevamo di essere vicini alla frontiera, ma non così tanto. Imbocchiamo la strada principale, ma stavolta nella direzione opposta. Subito costeggiamo un tristissimo stadio di calcio cittadino dal campo infangato e dalle porte fatiscenti. Proseguendo la strada serpeggia lungo il lato della valle in leggera salita. Un’auto della polizia ci sorpassa, ma, dopo averci visto, si ferma e fa retromarcia, dentro vediamo lo stesso poliziotto che abbiamo conosciuto al negozio davanti all’hotel: vuole solo sapere se alla fine abbiamo trovato un posto in cui dormire e poi riparte. Dopo altri quindici minuti si ferma una seconda auto: qui è abbastanza comune per gli abitanti fare autostop e dare passaggi alla gente; quest’uomo tuttavia scende dalla macchina e sorridendo ci chiede da dove veniamo e cosa ci facciamo qui. Insiste molto per farci salire in macchina e io ho la chiara impressione che tutto quest’entusiasmo sia dovuto a qualche bicchiere di vodka di troppo. Riusciamo a liberarcene solo dopo cinque minuti buoni di spiegazioni. Scattate le rituali foto del tramonto sulle montagne, cominciamo a tornare sui nostri passi ed è in quel momento che si ferma una terza macchina.

Stavolta sono in due, l’uomo seduto sul sedile del passeggero con fare brusco e poco educato ci chiede chi siamo, da dove veniamo, dove alloggiamo e cosa ci facciamo là. Vuole vedere i nostri passaporti e noi glieli diamo, lui li guarda e sembra piuttosto infastidito dalla nostra presenza. Ce li restituisce, chiude la portiera e poi se ne va senza nemmeno salutare. Quando raggiungiamo il centro del paese è ormai quasi buio. Un passante ci ha detto che c’è un posto dove si può mangiare qualcosa da quelle parti, dietro il piccolo memoriale dedicato alle vittime della guerra con l’Armenia. Sorpassiamo il memoriale ma non vedendo nulla chiediamo ad un altro passante, il quale ci indica un complesso di casette che è il ristorante-bar-pub-casa da tè del paese. Quest’uomo, un signore sui sessanta, piuttosto alto per la media azera e di robusta costituzione, ci prende subito in simpatia, insieme con un cameriere ci porta in una delle casette del ristorante, arredate spartanamente con tavoli e sedie. Siede con noi, ci chiede cosa vogliamo e ci traduce dall’azero al russo quello che dice il cameriere. Natasha prende di nuovo il piti, lo stesso piatto che abbiamo provato a Lerik, io invece opto per un shashlik di tacchino, che in pratica è carne grigliata condita con varie spezie cotta attorno ad una stecca di metallo. Ci viene servita pure un’insalata, del pane e ovviamente l’immancabile tè. Il signore resta un po’ a parlare con Natasha, a quanto pare ha lavorato in Russia durante il periodo sovietico, adesso qui si occupa del sistema idrico del villaggio e ne è il manager principale. Io ne approfitto per fargli un paio domande sulla vita qui e sull’eventuale presenza di turisti, assai rari, a suo dire perché non c’è nulla da vedere qui, inoltre afferma che la vita è pure un po’ noiosa in villaggio e gli manca il vivere in Russia. Quando arriva la cena ci lascia e ci dice di prendere quello che vogliamo che tanto offre lui. Letteralmente a bocca aperta per questa gentilezza cerchiamo di fargli cambiare idea, ma lui è irremovibile e se ne va prima che possiamo protestare ulteriormente. Consumiamo la nostra cena con calma e tutto è molto saporito, il mio tacchino in particolare. Al nostro ritorno in hotel, il cielo è nuvoloso e siccome fa pure molto freddo non indugiamo per strada. Come ci aspettavamo la camera è un frigorifero, per fortuna abbiamo serbato mezza bottiglia di Putinka, la vodka portatami da Natasha, il liquore ci aiuta a dimenticare il freddo e ci fa addormentare in fretta. Il giorno dopo la nostra sveglia suona presto, alle sette, vogliamo infatti cercare di prendere la marshrutka delle otto. Come a Lerik, uscire da sotto il piumone si rivela il momento più difficile della giornata. Dopo una rapida colazione lasciamo l’hotel e ci avviamo verso il centro del paese. Qui troviamo subito l’autista, per dieci manat (otto euro) a testa ci porta fino a Baku. Il veicolo è un minivan a nove posti e l’unico altro passeggero è un vecchio signore che da quel che dice lavora per la società dell’acqua ed era qui per fare delle ispezioni. Pure l’autista ha una certa età ed una voce roca e bassa dovuta chiaramente al fumo. Ha uno stile di guida particolarmente veloce e noto subito che non ama il freno motore, infatti dopo mezz’ora di discesa si ferma e vedo del fumo uscire dalle ruote. Abbiamo i freni surriscaldati, lui a quanto pare è pronto per quest’evenienza, prende una tanica d’acqua dal bagagliaio e ne getta un po’ sui freni che cominciano a sfrigolare. La cosa si ripete per almeno altre tre volte prima della fine della discesa. Per tutto il percorso non salgono altri passeggeri, ogni tanto parliamo con gli altri due e la conversazione più significativa avviene quando l’autista ci chiede se siamo mai stati in Armenia. Rispondiamo di no e lui controbatte che è meglio così e che gli Armeni sono un batterio ed un male per tutto il mondo. Sono a conoscenza dei problemi esistenti tra Armenia ed Azerbaijan, ma certe affermazioni colpiscono molto quando le si sente di persona e quando sono dette con questo tono di convinto odio nella voce. Il viaggio dura circa cinque ore, attraversiamo rapidamente una buona parte delle differenti tipologie di paesaggio presenti in Azerbaijan: dalle montagne di Yardimli, si passa ad una pianura verdeggiante e fertile, che si tramuta lentamente in un paesaggio paludoso e nebbioso, cui segue una specie si steppa desertica, che circonda Baku. Ci fermiamo solo una volta per una sosta ad una tristissima sala da tè immersa nella nebbia a bordo strada.

Arriviamo a Baku nel primo pomeriggio, l’autista ci lascia in centro vicino a casa mia e concludiamo il nostro viaggio con una buona pasta al sugo.

Per approfondire:

http://en.wikipedia.org/wiki/Yard%C4%B1ml%C4%B1

Francesco Ricapito, marzo 2015