Edelman Marek, Krall Hanna

Il ghetto di Varsavia. Memoria e storia dell’insurrezione

Pubblicato il: 8 dicembre 2010

Quando si parla della Shoah, delle deportazioni, dei campi di sterminio nazisti, dei massacri perpetrati ai danni degli ebrei, dei milioni di esseri umani finiti nei forni crematoi viene spontaneo chiedersi: perché queste persone hanno subito tanta violenza senza tentare alcuna reazione? Perché non si sono difesi con la forza? Se gli ebrei avessero rivolto contro i nazisti la stessa prepotenza e la stessa aggressività (armata e non) che i nazisti usarono contro di loro, la Storia avrebbe avuto un epilogo diverso? Alcuni esperti e alcuni storici immaginano di sì. Ma i fatti andarono diversamente poiché il popolo ebraico non reagi mai. Meglio: quasi mai.

Nel corso dell’abominevole tragedia che chiamiamo Shoah c’è stato un solo, unico, straordinario caso in cui gli ebrei si sono organizzati, hanno impugnato le armi ed hanno combattuto contro l’esercito tedesco, durante quella che è passata alla storia come la Rivolta del Ghetto di Varsavia.

Nel libro di Marek Edelman e di Hanna Krall si racconta proprio la storia di quella Rivolta. Marek Edelman era comandante in seconda dell’insurrezione del ghetto, l’unico capo ad esserne uscito vivo. La prima parte del libro è intitolata “Il ghetto lotta“, un testo scritto da Edelman nel 1945 e pubblicato per la prima volta dal Comitato Centrale del Bund (partito operaio ebraico fondato in Polonia nel 1897). “Il ghetto lotta” è un racconto ma è anche una sorta di relazione politica, sociale e storica di cosa fosse accaduto nel ghetto di Varsavia prima, durante e dopo dell’insurrezione. “Nel novembre del 1940, i tedeschi creano il ghetto di Varsavia. Tutta la popolazione ebraica che abita ancora fuori la ‘Seuchenspergebiet’ vi è trasferita. [] Ma a partire dal 1° novembre, nessun ebreo può uscire dal quartiere ebraico. I tedeschi mettono sotto sequestro gli immobili degli ebrei e i beni che vi si trovano per rimetterli gratuitamente a dei commercianti e trafficanti polacchi“.

Le retate, le violenze e i soprusi nazisti mietono vittime quotidianamente all’interno del ghetto. Le epidemie e i suicidi fanno il resto. Il Consiglio Ebraico non ha molti mezzi per aiutare la popolazione che muore di fame e stenti. La situazione peggiora ulteriormente quando nel ghetto vengono deportati ebrei che provengono dai villaggi e dai piccoli centri. Lo spazio non basta e i becchini non riescono a seppellire i cadaveri abbandonati per strada. La polizia ebraica, istruita dai tedeschi, cerca inutilmente di mantenere ordine e decoro: “La popolazione ebraica ha ora tre cerberi: il tedesco, il poliziotto polacco e il poliziotto ebreo. Le istituzioni tenute ad assicurare al ghetto una sembianza di vita normale sono di fatto fonte di nuove corruzioni e di depravazioni aggravate“.

Nel 1941 iniziano a diffondersi le prime notizie sugli ebrei morti nelle camere a gas: persone a cui i tedeschi promettevano un lavoro e condizioni di vita migliori, in realtà, venivano solo allontanate ed uccise. Ma nel ghetto in pochissimi danno credito a questa notizia poiché la ritengono impossibile ed ingiustificata: “Tutti quelli che si abbarbicano alla vita non possono credere che essa gli possa essere strappata in questo modo. Solo la gioventù organizzata, osservando attentamente la progressione del terrore tedesco, considera gli avvenimenti di Chelmno più che verosimili“. Neanche la stampa di manifesti clandestini né la diffusione di comunicati riesce a smuovere le coscienze. Nel 1942 tutti i partiti ebraici polacchi ritengono che sia necessario intervenire con un’azione armata. All’interno del ghetto iniziano dei preparativi teorici ma le armi, per il momento, non ci sono ancora. Arriveranno solo più tardi (nel dicembre del ’42) e in scarsa quantità. Intanto i tedeschi abbattono decine di persone ogni notte. Nel luglio del 1942 si diffondono voci in merito ad una massiccia deportazione: tutti gli ebrei “improduttivi” saranno costretti a lasciare il ghetto che, a quanto pare, è prossimo alla liquidazione. Nuovi carichi di esseri umani sono pronti per Treblinka, in due soli giorni di rastrellamento i tedeschi deportano 60.000 persone. Ma il 18 gennaio del 1943 accade qualcosa di imprevedibile e, fino a quel momento, inimmaginabile: “L’Organizzazione Ebraica di Combattimento riceve il suo battesimo di fuoco in una grande battaglia di strada all’incrocio tra via Mila e via Zamenhof“. Per la prima volta gli ebrei del ghetto di Varsavia si oppongono ai tedeschi e, nonostante il fallimento del tentativo, scatenano importanti reazioni nell’opinione pubblica anche fuori dalle mura del ghetto perché mai, prima di quel momento, gli ebrei si erano resi conto di poter ostacolare la macchina di morte tedesca. Uno strabiliante gesto che porterà alla Rivolta vera e propria del 19 aprile 1943. Edelman descrive dettagliatamente gli eventi che ebbe modo di vivere e vedere durante le giornate in cui gli ebrei del ghetto riescono a resistere ai nazisti, uccidendo circa 300 soldati. I combattenti portano avanti la loro battaglia per parecchi giorni ma i tedeschi decidono di stanarli incendiando e bombardando il ghetto. Muoiono bruciate 6.000 persone, altre 7.000 persero la vita durante gli scontri che durarono fino alla metà di maggio. Durante la notte dell’ultimo giorno Marek Edelman e un gruppetto di pochi sopravvissuti riesce a salvarsi uscendo attraverso i condotti fognari.

La seconda parte de “Il ghetto di Varsavia” contiene una “conversazione con Marek Edelman”: “Arrivare prima del buon Dio“. Autrice: Hanna Krall. Testo pubblicato a Cracovia nel 1977. Incontriamo così un Edelman diverso. L’Edelman cardiologo, la persona appassionata e coraggiosa che ricorda quasi perfettamente ogni istante della Rivolta del 1943 e che vorrebbe che la sua testimonianza, tutt’altro che retorica, non venisse snaturata né gonfiata da trionfalismi e falsi miti. Erano giovanissimi combattenti, hanno ucciso perché dovevano sparare. “Visto che l’umanità si è accordata che morire con le armi in pugno è più bello che senza, allora ci siamo sottomessi a questa convenzione“.

Il racconto della vita nel ghetto si mescola e si salda con le esperienze professionali dei malati di cuore che il dottor Edelman ha seguito nel corso della sua carriera. Interventi pionieristici e rischiosi di fronte ai quali non si è mai tirato indietro. L’immagine che si evince di Marek Edelman è quella di un uomo privo di paura. Sembra quasi che la Rivolta nel ghetto l’abbia reso immune a manifestazioni di panico o terrore. Non è un eroe e non si è mai sentito tale. Ha scelto la professione medica per cercare di “raggirare” Dio, proteggendo con una mano quella fiamma che avrebbe deciso di spegnere e che lui come cardiologo, invece, si ostina a mantenere in vita proteggendola con una mano mentre Dio è distratto.

Edizione esaminata e brevi note

Marek Edelman è nato ad Homel nel 1919 da una famiglia ebraica. E’ rimasto orfano molto presto ed è divenuto, giovanissimo, un attivista politico del Bund. E’ noto soprattutto per essere stato il vice-comandante della Rivolta del ghetto di Varsavia (1943) da cui riescì a scampare miracolosamente. Nel 1944 prese parte all’insurrezione di Varsavia e, dopo la guerra, decise di laurearsi in medicina. Ha lavorato a lungo come cardiologo nell’ospedale di Lodz. E’ stato perseguitato dai nazisti prima e dai comunisti poi che non approvavano la sua autonomia e la sua libertà di pensiero. Negli anni ’70 appoggiò la politica di Solidarnosc mentre nel 1989, dopo la caduta del Muro di Berlino, venne eletto al Parlamento polacco di cui farà parte fino al 1993. Ha lottato contro il negazionismo sulla Shoah ed ha scelto di restare nel suo Paese anziché emigrare in Israele per non lasciare sole le vittime dell’Olocausto. Edelman è morto il 2 ottobre 2009 a Varsavia.

Marek Edelman, Hanna Krall, “Il ghetto di Varsavia. Memoria e storia dell’insurrezione”, Città Nuova Editrice, Roma, 1985. Traduzione di Meriem Meghnagi. Titolo originale: Mémoires du ghettes de Varsovie. Un dirigeant de l’insurrection reconte, Édition du Scribe, Paris, 1983.