Cardarelli Francesco

Il triangolo rosso

Pubblicato il: 18 febbraio 2018

Il triangolo rosso, nei campi di concentramento nazisti, identificava i prigionieri politici, politischer Vorbeugungshäftling, ovvero massoni, sacerdoti e tutti coloro che si potevano ipotizzare oppositori del regime. Un contrassegno attribuito anche a Mario, protagonista del romanzo di Francesco Cardarelli, nonostante presto si capisca che l’unica colpa del giovane soldato italiano di leva era stata quella di non essere rientrato per tempo in caserma, fuggito per qualche ora dalla fidanzata Velia. Poi la galera, l’8 settembre e il ritrovarsi alla mercé dei nazisti vollero dire il trasferimento a Dachau; e di conseguenza mesi e mesi tra la vita e la morte, a stretto contatto con la brutalità dei kapò e le efferatezze del sistema concentrazionario. “Il triangolo rosso”, in ogni caso, non è opera che documenta con dovizia di particolari quanto accaduto al giovane soldato italiano in mano ai nazisti. Sappiamo soltanto che l’autore ha dedicato la sua opera al padre Mario, prigioniero a Dachau; e quindi diventa facile intuire che, quanto contenuto nel libro, seppur espresso in forma narrativa, prende spunto da vicende familiari, proprie della famiglia Cardarelli. Del resto tutto molto coerente con il nome della collana “Frammenti di memoria”.

Frammenti di memoria che oltretutto emergono, in altra forma, per buona parte del romanzo – testimonianza: il racconto della vita di Mario, tornato debole e avvilito in un Abruzzo ormai percorso dai primi scontri politico-sociali dell’immediato dopoguerra, si alterna, di capitolo in capitolo, con le immagini di quanto avvenuto poco tempo prima a Dachau. Ricordi di vita quotidiana, ma soprattutto ricordi di morte, fanno da contraltare ad un contesto culturale e familiare che Mario sembra in parte soffrire, malgrado la presenza dell’amico Franco, borghese politicamente impegnato a sinistra. Tanto più che uno dei suoi fratelli è inaspettatamente morto da pochi mesi; e Velia, la sua ormai ex fidanzata, non c’è più, scappata tempo addietro con un altro uomo, lasciandosi dietro una scia di rancori.

Il tempo però passa e probabilmente alcuni dei ricordi del lager, del dottor Brunner, un SS a dir poco singolare – che difatti in un primo momento agli occhi del lettore potrà apparire di estrema ambiguità -, quella fisarmonica che non lo aveva abbandonato neppure a  Dachau, contribuiranno alla riconsiderazione molte situazioni e a rimarginare molte delle sofferenze di Mario. Un percorso inteso come abbandono di rancori e profonde malinconie, difficile anche per la presenza di familiari e compaesani prigionieri di granitici pregiudizi: “Quella sera stessa poteva essere per Mario l’occasione per far sapere alla famiglia di Velia, al paese, e con ogni probabilità a Velia stessa, che in un luogo di morte come è un lager nazista, lui aveva visto crudeltà e violenze d’ogni sorta, ma il suo cuore non ne era rimasto ingabbiato, non si era trasformato in una gogna di morte e di vendetta” (pp.124). Troppo grande era stata sofferenza di Mario (“Io ci sono stato nel terremoto, quello vero”) e ora davvero i limiti culturali presenti del piccolo paese del Fucino rischiavano di rendere tutto più difficile, salvo convincersi ad un atto di coraggio e perciò di comprensione: “Sì, il copione in paese era sempre lo stesso in fatto di fidanzamenti saltati: la metà più fragile della coppia tradisce e fugge, vinta da stupide infatuazioni e false lusinghe, e l’altra metà deve rivendicare la propria dignità e la propria virilità [….] sarebbe arrivato per loro il tempo di capire e di rompere le incrostazioni di quella mentalità” (pp.149). La rottura di queste “incrostazioni” appare più evidente grazie alla presenza di figure femminili come Cesira e Anna che, con grande praticità, sanno giocare le loro carte per rimettersi in gioco dopo i lutti e le ristrettezze economiche causate dalla guerra; aiutando lo stesso Mario ad emanciparsi dalla depressione e dai suoi rancori.

Il romanzo di Cardarelli, anche se nel titolo leggiamo degli “orrori dei lager”, è incentrato soprattutto sul percorso di “resurrezione” del protagonista, rischiando magari di apparire ripetitivo col racconto della vita del giovane Mario, ancora in sospeso tra un passato da ripensare e un futuro tutto da costruire, alle prese con le malinconie del ritorno a casa, in un ambiente dignitoso ma dimesso e intristito da assenze importanti. A fronte di una struttura che sacrifica la descrizione delle crudeltà naziste, in fondo coerentemente con la scelta di Mario di rivelare a piccole dosi quanto capitato a Dachau (“Non preoccupare, ti racconterò. E ti parlerò di tanto altro ancora”), la prosa di Cardarelli scorre piuttosto facile, incentrata su toni molto malinconici. Più che comprensibile quindi il ricordo di “Lili Marlene” – la storia del dottor Brunner ha molto a che fare con quella canzone – suonata dal protagonista sia nel lager sia al suo ritorno in paese, ”disfattista” e proibita dai comandi tedeschi: uno spirito antibellicista che, durante la prigionia, era servito a svelare il volto nascosto dei nemici, a dimenticare per qualche attimo l’odore stagnante “della fabbrica di cadaveri”; e che, una volta deposte le armi, ha aiutato Mario a liberare la testa dall’oppressione del lager e a riconvertire le precedenti sofferenze in un autentico “slancio di calore umano” (pp.124).

Edizione esaminata e brevi note

Francesco Cardarelli, nasce a Trasacco (AQ) nel 1948. È stato insegnante di Lettere nei licei classici. Il suo primo romanzo è “Un uomo privilegiato”, Club degli Autori, Firenze 1975. Nel 2012 l’autore ha pubblicato “Mater Dolorosa”, Davide Zedda Editore, Cagliari.

Francesco Cardarelli, “Il triangolo rosso. Come risorgere dagli orrori dei lager”, Iacobelli (collana  Frammenti di memoria), Pavona di Albano Laziale 2017, pp. 161.

Luca Menichetti. Lankelot, febbraio 2018