Muti Riccardo

Verdi, l’italiano

Pubblicato il: 26 dicembre 2012

Ancora pochi giorni e avremo un 2013 dedicato al bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi. Quindi concerti, rassegne e posso immaginare anche un incremento di libri dedicati al vate di Busseto; magari non sempre di alto livello, come spesso succede in queste occasioni. La Rizzoli, col libro firmato da Riccardo Muti, ha evidentemente pensato di anticipare di qualche mese l’anno verdiano e per fortuna il risultato non è stato malvagio. Intendiamoci: “Verdi, l’italiano” è opera chiaramente divulgativa, che poco ha a che fare con un testo propriamente musicologico e che forse non aggiunge molto a quanto già sapevamo di Riccardo Muti e del suo modo di proporsi come direttore d’orchestra e uomo di cultura. Col rischio che qualche lettore più esigente ci veda un bel po’di banalità e cose risapute.

“Verdi, l’italiano” nasce da alcuni dialoghi con Armando Torno, che chiaramente, oltre a firmare in appendice le schede sulle opere verdiane, ha messo mano al testo ma in modo tale da mantenere una certa immediatezza e molta semplicità, potabile anche per coloro che non fossero esperti di melodramma e musica cosiddetta accademica. In realtà, tra le righe di un’opera che vuole rendere omaggio ad un grande compositore troppo spesso identificato come il semplice autore di motivetti orecchiabili, troviamo un Muti combattivo da par suo ed in prima linea a rivendicare quello che considera il suo dovere di direttore d’orchestra: “Questo mio riallacciarmi al rigore di Verdi mi ha attirato purtroppo delle antipatie: sono spesso stato accusato di essere il direttore che vuole sottomettere i cantanti e non permettere loro di brillare. Ma Verdi non scriveva per far brillare il tenore o il soprano: scriveva unicamente perché voleva esprimere attraverso le loro voci i suoi sentimenti […] nel mio concetto di orgoglio di essere italiano, e nel credere in quest’Italia, ho sempre pensato che la nostra produzione operistica non sia inferiore a quella di Mozart o di Wagner, il cui ascolto viene fatto con estremo e sacerdotale ossequio e riverenza […] I tedeschi, peraltro, ci hanno spesso accusato di essere in musica il popolo dello zumpappà. Ma io ripeto sempre che i cosiddetti accompagnamenti verdiani non sono “accompagnamenti”, bensì note che, attraverso una pulsazione ritmica, devono creare intorno alla voce l’evocazione di una situazione drammatica interiore” (pag. 45).

Se spesso si dice – e l’ho scritto anche io – che nel melodramma la rappresentazione dei sentimenti umani è “fatta con l’accetta”, Muti più volte, nel citare la vita di Verdi e prendendo ad esempio personaggi come Manrico, Violetta, Rigoletto, ci ricorda come dietro quegli zumpappà, così interpretati da una critica superficiale e prevenuta, ci sia in realtà una straordinaria modernità e un’analisi profonda dei sentimenti umani, poi messi in musica sempre nella cornice di grande   raffinatezza. In questo contesto Muti rivendica le sue scelte interpretative, che tanto hanno fatto discutere, contro una tradizione fasulla che invece negli anni ha stravolto l’autenticità di Verdi e dei suoi personaggi, per sacrificarli alle esigenze circensi dei cantanti e di un pubblico superficiale. E difatti il primo capitolo si apre con questa citazione: “…il male sta che non si eseguisce mai quello che è scritto; …Io non ammetto, né ai Cantanti, né ai Direttori la facoltà di creare” (lettera di Verdi a Giulio Ricordi, 11 aprile 1871).

I critici di Muti, una minoranza piuttosto combattiva, potranno accusarlo forse di incoerenza visto che in molte sue interpretazioni hanno colto un approccio fin troppo garibaldino e ritmi troppo vorticosi, imputandogli proprio degli “zumpappà” poco musicali. Al di là di queste polemiche ricorrenti bisogna aggiungere che, in “Verdi, l’italiano”, Muti ci racconta il compositore di Busseto sotto aspetti che sfidano una certa ortodossia un po’esterofila e quindi qua e là, in virtù della sua esperienza di musicista vero e non soltanto di teorico, si leggono affermazioni poco in linea con quelle interpretazioni critiche che hanno fatto di Verdi un compositore sconfitto dalle avanguardie musicali: “In realtà, nel ristudiare Otello, mi sono reso conto che questa presunta influenza di Wagner è molto meno evidente rispetto alla presenza di elementi del primo Verdi sviluppatisi e maturati nel seguito della sua carriera compositiva […] per quante influenze abbia subìto, non ebbe mai bisogno di imitare” (pag.151). E poi “l’italiano” in Verdi, uno dei temi ricorrenti, se non il tema principale di questo libro. Questa rivendicata italianità si associa sempre e comunque alla sua capacità di raccontare in musica “l’animo dell’uomo, di ogni uomo”. La nota frase di D’Annunzio su Verdi viene citata due volte ed è in fondo la migliore sintesi di cosa significhi per Muti “l’italiano” del titolo: “Diede una voce alle speranze e ai lutti. Pianse ed amò per tutti”.

Edizione esaminata e brevi note

Riccardo Muti, nato a Napoli nel 1941, è stato direttore stabile del Teatro alla Scala dal 1986 al 2005, e nella sua carriera ha diretto le più importanti orchestre italiane e internazionali. Dal 2010 dirige la Chicago Symphony Orchestra. Per Rizzoli ha pubblicato l’autobiografia “Prima la musica, poi le parole” (2010). Il suo sito è www.riccardomuti.com.

Riccardo Muti, Verdi, l’italiano. Ovvero, in musica, le nostre radici, Rizzoli, Milano 2012, pag. 218. A cura di Armando Torno.

Luca Menichetti. Lankelot, dicembre 2012