Fitzgerald Francis Scott

Nuotare sott’acqua e trattenere il fiato

Pubblicato il: 26 agosto 2008

Uno scrittore che parla dello scrivere. Un tema non originale, ma assolutamente attraente. Soprattutto per chi ama i libri e comprende, o subisce, il fascino della parola scritta. Scrivere bene è sempre nuotare sott’acqua e trattenere il fiato, da questo frammento, uno dei tanti raccolti, prende il titolo il libro. Fitzgerald si fa maestro: descrive il percorso, tutto personale, che lo ha portato a diventare uno scrittore; spiega la genesi di un personaggio; descrive il rapporto con i critici e quello con gli editori.

Gli inizi non furono semplici: Avevo centoventidue biglietti di rifiuto prestampati, appuntati sulle pareti della mia stanza, tutt’intorno, quasi a comporre un fregio ornamentale. Scrissi soggetti per il cinema. Scrissi testi per canzoni. Scrissi ingegnosi abbozzi di campagne pubblicitarie. Scrissi poesie. Scrissi degli sketch. Scrissi barzellette. Verso la fine di giugno vendetti un racconto per trenta dollari.

Nove capitoli in cui si articola un viaggio professionale, letterario ed umano. Segmenti di lettere inviate ad amici, a colleghi e, tra i tanti raccolti in questo libro, colpiscono soprattutto quelli rivolti a sua figlia Frances. Altri brani, invece, sono estratti da alcune sue opere: “Belli e dannati”, “L’età del jazz e altri scritti”, “Crepuscolo di uno scrittore” e così via.

Osservazioni e sentimenti, ma anche una capacità di giudizio e di auto-critica profonda e severa. Lo scrittore insegna che scrivere è spesso sofferenza, partecipazione emotiva, percezione mentale e un perenne, faticoso lavoro di scarto. Sembra, infatti, che in molte circostanze Fitzgerald desiderasse snellire e tagliare ulteriormente molte delle sue opere. Lo sforzo è sempre quello di arrivare all’essenza e, più di tutto, al fascino e al dramma. Un compito impegnativo ed estenuante che passa anche attraverso la conoscenza di altri grandi autori, attraverso l’ammirazione e l’acquisizione di ciò che si è letto e fatto proprio. Se così non fosse, scrive Fitzgerald, lo stile […] è soltanto il riflesso dell’ultimo autore che hai letto, un gergo giornalistico annacquato.

Fitzgerald mostra grande amore anche per la poesia, la forma più concentrata di stile. Essa deriva da una forza che arde e preme dentro in maniera quasi esasperata e non può essere che così. In caso contrario si tratta solo di pura forma e noia vuota.

I consigli che dispensa a chi desidera diventare uno scrittore emergono tra le righe come rocce a cui appigliarsi: Nessuno è mai diventato scrittore perché lo voleva. Se hai qualcosa da dire, e senti che nessuno prima di te lo ha detto, devi sentirlo così disperatamente da trovare una maniera di esprimerlo che nessuno ha mai trovato in precedenza

Fitzgerald aveva individuato in Ernest Hemingway un grande scrittore e, nelle sue lettere, riconosce all’amico e collega capacità notevoli, spesso facendo un confronto con se stesso: tutti i miei risultati li ho conseguiti attraverso una lotta lunga e ostinata, mentre Ernest ha quel tocco geniale che gli consente di fare cose straordinarie con facilità. Io non conosco facilità.

Atteggiamenti ugualmente acuti e inflessibili sono riservati agli editori o, in generale, a chi, per lavoro, cura la pubblicazione di un testo. Le osservazioni di Fitzgerald hanno riguardato la scelta del titolo, della copertina, dell’edizione. Ogni dettaglio, per lui, rappresenta un elemento fondamentale per il successo di un’opera.