Ricapito Francesco

Reportage dall’Azerbaigian: Ganja e le Zone del Confine Militarizzato – Parte 2

Pubblicato il: 26 settembre 2015

CAMERA PICTURESAzerbaigian mappa25 marzo 2015 ore 21.53 Hotel Ganja, Ganja

Dopo aver visitato le ben poche attrazioni offerte dalla città di Ganja decidiamo di prendere una marshrutka e dirigerci verso Göy Göl: questo villaggio venne fondato intorno al 1819 da un gruppo di famiglie di agricoltori tedeschi. Tedeschi? Nel Caucaso? Tutto trova spiegazione nella volontà dello Zar di diffondere la nota tenacia lavorativa tedesca in questi territori allora appena strappati al controllo dei persiani e dove la popolazione faceva ancora resistenza ai nuovi conquistatori. Per accelerare il processo venne introdotto un incentivo in denaro per tutte le famiglie tedesche che fossero emigrate in questa sorta di nuova “terra promessa”. Vi furono effettivamente dei nuclei famigliari che decisero di intraprendere il lungo e pericoloso viaggio ed emigrare. Tra le poche che riuscirono ad arrivare, alcune si stabilirono a Ganja (allora chiamata Elisavetpol), ad altre invece venne assegnato un territorio là vicino. Fu qui che questa sorta di coloni fondarono un loro villaggio che chiamarono Helenendorf. Il paese non tardò ad ingrandirsi e a prosperare (cos’altro poteva succedere ad un villaggio pieno di tedeschi?), ma nel 1941 Stalin, il quale aveva una grande passione per la deportazione di intere fasce di popolazione da una parte all’altra dell’URSS, fece emigrare in modo forzoso tutti i discendenti di quei coloni nelle steppe del Kazakistan e della Siberia. Oltre che con il suo nome tedesco, il villaggio era conosciuto tra i locali anche come Xanlar, nome che venne cambiato in Göy Göl solo pochi anni fa nel corso di un processo nazionale di rinomenclatura di molti centri urbani. Questo cambio oggi crea qualche confusione, perché Göy Göl è anche il nome di un lago che si trova a circa quaranta chilometri dal villaggio. Riguardo questo specchio d’acqua abbiamo letto commenti entusiasti nelle guide turistiche, sfortunatamente però sembra che l’accesso sia vietato ai civili in quanto si trova pericolosamente vicino alla linea del fronte. Ho trovato alcune informazioni anche nei siti di promozione turistica gestiti dalle autorità azerbaigiane e ho scoperto che ufficialmente si trova all’interno di un parco nazionale protetto. Purtroppo il sito apposito del ministero non aveva informazioni su come fare per accedere al parco. Non ci aspettiamo di riuscire ad arrivarci, siamo tuttavia decisi a chiedere a qualche abitante del luogo informazioni di prima mano. La marshrutka per il villaggio ci costa venti centesimi, oltre a noi tra i passeggeri c’è pure un militare che, dopo averci guardato, si siede tranquillo senza dare segni di sospetto nei nostri confronti. Il tragitto dura un quarto d’ora e purtroppo, a causa dell’onnipresente nebbia, non riusciamo a vedere molto di un paesaggio, quello del Caucaso Minore, che immaginiamo paragonabile per bellezza a quello del Caucaso Maggiore. Quando scendiamo ci troviamo nel centro del villaggio, dal quale si dipartono lunghe vie parallele su cui si affacciano casette bianche con la facciata in legno simili a quelle che si possono vedere nelle nostre Alpi.

Si prova una sensazione di sincero spaesamento a trovare qui in Asia questo tipo di case. C’è anche una chiesa di mattoni rossi costruita nel 1854 e che oggi ospita un museo di storia. Stando alle informazioni presenti nella nostra guida, una delle attrazioni più interessanti del villaggio è la casa di Viktor Klein. Costui sembra essere stato l’ultima vera persona di origini tedesche che sia vissuta qui fino alla sua morte, nel 2007. La sua casa è descritta come un vero e proprio museo sulla vita quotidiana nel XX secolo, tuttavia l’unico modo per visitarla è chiedere il permesso al signor Fikret Ismailov, vecchio amico di Viktor e custode delle chiavi della casa. Sulla guida è indicato l’indirizzo di questo Fikret e così, dopo aver chiesto informazioni a qualche passante, riusciamo a trovare la sua abitazione. Proviamo a bussare e vediamo che la porta è aperta e dà su un giardino interno dove tre uomini sono intenti a chiacchierare tra loro. Due di questi sono abbastanza giovani, mentre l’ultimo avrà almeno settant’anni. Chiediamo di Fikret Ismailov e scopriamo che è proprio il signore anziano. Gli spieghiamo del nostro interesse per la casa di Viktor Klein e lui afferma che in teoria al momento non si potrebbe visitare, perché sono in atto dei lavori di restauro e catalogazione per trasformare la casa in un museo. Tuttavia non ci dice esplicitamente di no e abbiamo subito l’impressione di stargli simpatici. Uno degli altri due parla un po’ d’inglese e così ci fa qualche domanda. Approfittiamo subito di questa confidenza per chiedere informazioni sul lago e la fortuna ci assiste. L’uomo ci dice subito che arrivare al lago è molto difficile, lui vive qui vicino e i militari fanno a malapena circolare gli abitanti della zona, è quindi molto improbabile che lascino passare due stranieri che non hanno nessun tipo di referenza. Ci racconta di aver visitato il lago proprio qualche mese prima, a dicembre e insiste per farci vedere alcune foto nel telefono: si possono notare le linee del fronte, posizionate su una collina, l’esercito azebaigiano è schierato in basso mentre quello armeno è più in alto. Ci rivela che il posto è pericoloso perché, vista la posizione rialzata, gli armeni possono facilmente usare i cecchini per sparare a qualunque cosa si muova sul lago. Questa versione dei fatti contrasta un po’ con le voci che avevo sentito sul fatto che il presidente dell’Azerbaigian e qualche altra importante personalità nazionale si fossero fatte costruire ville e case proprio sulle rive del lago. Io e Marco restiamo affascinati da queste informazioni, pur essendo convinti che prima di tutto si tratti di foto clandestine prese di nascosto e in secondo luogo che se qualcuno venisse a sapere che lui le mostra tranquillamente a due stranieri passerebbe sicuramente dei guai. Considerazioni geopolitiche a parte, dalle foto sembra si tratti effettivamente di un bel lago di montagna. L’uomo continua a parlare e ci rivela che nonostante l’accesso al lago sia proibito è tuttavia possibile visitare i villaggi intorno, basta noleggiare un taxi. Prima di andarsene ci lascia il suo biglietto da visita con il suo numero di telefono, in caso dovessimo incontrare problemi. Nel frattempo il signor Fikret ci ha invitato a prendere un tè in casa sua, pure questa costruita dai coloni tedeschi. Prima di tutto ci fa vedere la cantina: vi si accede dal porticato che si trova davanti all’entrata. Ripide e vetuste scale lignee portano in quella che, se non avesse le pareti di legno, sarebbe facile scambiare per una grotta.

Saremo almeno cinque metri sotto terra, su un lato si apre un basso passaggio che sembra essere l’entrata di un tunnel. Fikret ci dice che lì una volta c’era la dispensa. Risaliamo le scale, Fikret ci indica delle ciabatte davanti al porticato e poi ci fa segno di entrare. In Azerbaigian, come in molti altri paesi d’altronde, nessuno entra in casa, propria o altrui, con le scarpe. All’interno la casa non è molto dissimile da altre abitazioni che ho visitato a Baku, con l’unica differenza che evidentemente è stata costruita oltre un secolo e mezzo fa. Appena entrati ci viene incontro la moglie di Fikret, una signora dall’aspetto gentile, ma che lancia al marito sguardi eloquenti con i quali sembra volergli dire “Avresti dovuto avvertirmi che stavi per portare degli ospiti in casa!”. Ci fanno accomodare sul divano nel salotto. Fikret si siede con noi e dopo pochi minuti la moglie arriva con una teiera fumante e vari dolcetti. Le due tazze hanno la capienza di un boccale, ma ormai ci siamo abituati alle grandi quantità di tè che si devono sorbire quando si viaggia per l’Azerbaigian. Dopo un po’ Fikret si scusa e ci dice che deve andare a cambiarsi per uscire e portarci poi alla casa di Viktor. Mentre aspettiamo pazientemente sorseggiando il tè e abbuffandoci senza ritegno con i dolcetti ci guardiamo intorno e sorridiamo entrambi per la bizzarria della situazione. Quando Fikret torna nella stanza è elegantemente vestito con camicia, cravatta e completo nero. Non è molto alto di statura, ha lo sguardo e i modi di una persona di animo gentile, sebbene abituata a farsi rispettare. In effetti incute un certo timore reverenziale forse accentuato dai sottili e ben curati baffi che porta con molta eleganza. Prima di andare insiste per farci visitare il resto della casa. Ci mostra le camere da letto, la cucina e un grande salone pieno zeppo di mobili in legno intagliato che penso valgano forse più della casa stessa. Servizi di porcellana, calici di cristallo e altri oggetti riempiono le mensole e gli scaffali delle credenze e un grande lampadario con motivi floreali decora il soffitto. Ci dice che tutti i suoi figli ora vivono altrove con le loro famiglie, ma che ogni tanto vengono a trovarlo. Finita la visita della casa salutiamo la moglie e usciamo. Al lento passo di Fikret arriviamo alla residenza di Viktor, non molto distante. Per strada tutti lo salutano e in particolare incontriamo sua sorella, che molto gentilmente ci augura una buona permanenza nella regione. Fikret ci fa notare che molte case in stile “tedesco” presentano all’entrata delle piccole targhe con il nome della famiglia che in origine abitava là: sono scritte sia in alfabeto latino che cirillico insieme all’anno di costruzione della casa, in genere intorno agli anni Ottanta del 1800.

Arriviamo all’ appartamento di Viktor Klein: un vecchio uscio c’introduce in uno stretto porticato di legno cosparso di vegetazione ormai secca. Una seconda porta ci fa entrare nella casa vera e propria. La prima stanza dopo l’ingresso è una specie di salotto contenente un gran numero di oggetti: un letto matrimoniale, un magnifico pianoforte nero che dimostra di appartenere ad un’altra epoca solo per il fatto di avere due candele posizionate sopra la tastiera, un tavolo con diverse sedie, mobilia varia con soprammobili e scatole di latta e qualche tappeto, immancabile in ogni casa azerbaigiana. Il pavimento è di legno e alle pareti si vede ancora una sbiadita carta da parati.

L’odore da vecchio naturalmente rispecchia l’età della casa e del suo contenuto, eppure non è spiacevole, ha qualcosa di affascinante e misterioso. Le altre stanze si rivelano dei veri e propri musei sulla vita quotidiana nel XX secolo, sembra proprio che Viktor Klein abbia voluto continuare a vivere come aveva fatto suo padre o almeno che abbia conservato la memoria di quei tempi in casa propria. Restiamo particolarmente colpiti dal focolare in cucina dove è rimasta la maggior parte degli utensili. Tutti questi oggetti sono stati classificati e catalogati dalle persone che si stanno occupando dell’organizzazione di un museo proprio in questa casa. La stanza che ci affascina di più è la cantina. Sollevando una botola sul pavimento Fikret ci mostra una ripida scalinata di legno che scende ripida e che sembra un vero e proprio passaggio segreto. Dentro, oltre a vari scatoloni evidentemente messi là di recente, troviamo attrezzi e aggeggi di diversa natura e di cui non riusciamo ad indovinare l’utilizzo. Due catene con un anello di metallo alla fine pendono dal soffitto in modo inquietante.

La cantina conclude la nostra visita, ma prima di andarcene Fikret vuole scriversi i nostri nomi, sembra infatti che tenga un registro dei visitatori. Usciamo e ritorniamo verso casa sua. Quando arriviamo davanti alla vecchia chiesa gli chiediamo una foto ricordo e lui, pur non troppo convinto, acconsente. Qui scopriamo che nonostante sembri avere non più di sessantacinque anni, in verità ne ha ottantadue.

Molto gentilmente ci accompagna alla stazione degli autobus per aiutarci a trovare un taxi che possa portarci nei villaggi vicini. Torniamo verso la stazione delle marshrutke dove come al solito, vedendo due stranieri, i tassisti non tardano ad arrivare. Sapute le nostre intenzioni un paio di loro se ne vanno, uno invece sembra essere interessato e, dopo qualche contrattazione, ci accordiamo per un giro fino ad un villaggio vicino e poi verso il lago, fino a dove si può arrivare. Salutiamo Fikret e lo ringraziamo calorosamente. Siamo entrambi contentissimi di aver avuto la possibilità di conoscerlo e riusciamo a stento a credere alla fortuna che abbiamo avuto nel visitare un qualcosa di così originale e particolare come la casa di Viktor Klein.

Per approfondire:

https://en.wikipedia.org/wiki/Goygol_(city)

Francesco Ricapito Settembre 2015