Mosesso Carmine Valentino

La terza geografia

Pubblicato il: 25 Ottobre 2021

La terza geografia del titolo di questa silloge di debutto, edita da Neo Edizioni nel luglio 2021, è un chiaro riferimento al terzo paesaggio di Gilles Clément. Sentiamo cosa ne dice il sito Terranuova:

“Con l’espressione «terzo paesaggio», introdotta dal paesaggista Gilles Clément, si indicano i luoghi abbandonati dall’uomo: i parchi e le riserve naturali, le grandi aree disabitate del pianeta, ma anche spazi più piccoli e diffusi, quasi invisibili.

Sono compresi perfino i ciuffi di «erbacce» al bordo strada o i rovi e le sterpaglie che crescono nelle aree industriali dismesse.”

L’autore del libro, il classe 1994 Carmine Valentino Mosesso, gestisce con la famiglia un’azienda agricola nel piccolo paese di Castel del Giudice, in Molise, dove ha fatto ritorno.
La terza geografia “non si studia a scuola” “è un’ecografia di corpi e territori” “una disciplina di costole e tralicci”.
Paesi dimenticati, a volte quasi abbandonati ma dove la vita umana pulsa ancora- qui a differenza del terzo paesaggio di Clément- luoghi periferici, posti che conservano la loro magia di territori marginali eppure in qualche modo fondamentali. Mosesso li pone al centro del suo canto che indaga nelle pieghe di un’Italia vera, dove la vita si rivela nella sua trasognata concretezza.

Già nella poesia che apre la silloge il poeta ci racconta di questo amore per la propria terra e nel corso del libro ne fa una questione universale che riguarda ogni donna e ogni uomo. È l’attenzione per le proprie radici, il culto per la propria origine, il fascino per ciò che ci riguarda e nutre profondamente ma c’è di più è un’adesione a ciò che Nietzsche chiama “il senso della terra”.
È anche proprio la dimensione del paese natio, che così tanto a chiunque risuona.

Leggiamo sin dai primi i versi della silloge, un’esortazione ad amarlo sopra tutto: “pensa al tuo paese come fosse la tua sposa.”.
La passione civile emerge in versi di denuncia del degrado democratico in cui versa il nostro paese. I motivi di questo “disordine” sono profondi: ”Il Paese sta crollando/ perché abbiamo demolito i pilastri della bellezza e dello sguardo.” La soluzione è uscire dal vacuo individualismo e riscoprire il senso di una comunità vivente, la “vicinanza” oppure la cura è quella che il poeta chiama “la medicina del paesaggio”.

Paesi da cui i giovani fuggono come raccontano questi versi: “Se ne sono andati tutti:/ giovani, farmacisti macellai”, dove qualcuno ” sbuccia l’arancia della sua inquietudine”, dilaga un senso di solitudine, d’assenza. Ma più forte in questi versi il senso, direi fatale, di un radicamento nel territorio di origine, perfino nel quartiere dove si è nati. Ci sono momenti di alta trasfigurazione poetica: “La vita nei paesi non appartiene a questo tempo/ ma è un mondo che cade dentro al mondo/ il paesaggio non è fatto di case ma di sogno.”
Belle anche le riflessioni di taglio sociologico sull’emigrazione dal sud al nord d’Italia, sicura la presa su una realtà materica, concreta, tattile come la terra che in questi versi sembra tornare a respirare la propria stessa vastità.

Freschezza espressiva, un tema forte, un’ecologia dei luoghi e dei paesi che in Italia persegue un poeta come Franco Arminio, qualche ingenuità giovanile di troppo, soprattutto nel campo spinoso delle poesie d’amore, “La terza geografia” è per lo più un libro organico e compatto che segna senz’altro un interessante debutto, fra poesie intensamente terrestri e una, altrettanto intensa, passione civile e morale, mai disgiunta da una concretezza profondamente ecologica, nel senso tracciato profeticamente, già negli anni settanta del secolo scorso, da Aldo Braibanti, vero nume tutelare di questa letteratura della biodiversità in atto, delle identità forti perché fragili (“Nulla, nessuna forza, può rompere una fragilità infinita” ci ricorda Ceronetti); sotto cui si intuisce sotto traccia il tema dei valori, in un contesto di estrema dissolvenza. Scrive Walter Miraldi nella postfazione: “Mosesso è la nuova voce dell’Appennino, dell’origine, dell’entroterra”.
Non c’è un banale desiderio di ritorno all’antico, ai valori duri, appenninici, eccessivamente territorializzati per usare il linguaggio di Deleuze, l’intero paesaggio con i suoi silenzi, i suoi canti, lo sfolgorio della sua luce, la sue penombre, diventa una grande macchina desiderante. Da qui la devozione pienamente religiosa, nel senso più ampio e aperto del termine, di questi versi. Viene da pensare che un ardente desiderio di luce (luce anche morale) stia attraversando questa generazione (penso, per esempio, a Gabriele Galloni a al suo “L’estate del mondo).

“Venite giù dai monti
srotolate il bosco della lingua,
spaccate la legna delle strade,
consegnate al nuovo mondo
il verbo di un parlare antico:
la punteggiatura del vento,
le sillabe della caccia,
i versi delle lepri e dei cinghiali.”

Edizione esaminata e brevi note

Carmine Valentino Mosesso, La terza geografia, postfazione Walter Miraldi, luglio 2021, Neo Edizioni

Carmine Valentino Mosesso (1994) vive a Castel del Giudice, piccolo borgo nell’Alto Molise, dove ha fatto ritorno. Laureato in Agraria, è socio fondatore di un’azienda agricola. Alla cura dei campi e degli animali, affianca un forte impegno civile e politico per il riscatto dei paesi dell’Italia interna e dei territori considerati marginali e sempre centralissimi nella sua poesia. “La terza geografia” è il suo primo libro.

Critica letteraria
Teleaesse
L’eco dell’Alto Molise

Ettore Fobo, Lankenauta, ottobre 2021