“Cronistoria di una riforma da bocciare” poteva essere il titolo alternativo – o per meglio dire più aggressivo e polemico – della poderosa opera dell’avvocato Pietro Gurrieri “Divide et impera. La separazione delle carriere e i rischi di eterogenesi dei fini”. Cronistoria perché gran parte del libro è incentrato su un amplissimo e meticolosissimo approfondimento storico del dibattito politico e dottrinale della cosiddetta separazione delle carriere dei magistrati. A partire dal periodo preunitario, passando per i lavori durante la Costituente, per poi giungere ai giorni nostri, con tutto l’iter del disegno di legge Nordio e relative posizioni dei partiti, pareri di costituzionalisti, del CSM, dell’ANM, e della magistratura associata, di magistrati e avvocati.
Ma, al di là della notevolissima panoramica critica, l’aspetto più pregevole del saggio riguarda proprio l’analisi, anch’essa estremamente dettagliata, in merito alla riforma in atto. Riforma che – inutile ricordarlo – da Pietro Gurrieri, anche grazie alle valutazioni di innumerevoli giuristi e pur con toni molto pacati, viene contestata in tutto e per tutto.
Innanzitutto si afferma, con un gran numero di casi reali, come tutta una serie di “studi, di analisi di studiosi di quei Paesi [ndr: quelli con ordinamento più lontano da quello italiano] hanno da parecchi anni – paradossalmente – auspicato un mutamento dei loro sistemi per avvicinarli ad un assetto analogo a quello italiano” (p.122). Poi le critiche si fanno più persuasive proprio sull’architettura complessiva della riforma, che segna “una profonda torsione del modello ordinamentale delineato nella Costituzione repubblicana” (p.311).
In sostanza, sempre secondo Gurrieri, spezzare l’unitarietà della giurisdizione, alterare gli organi di autogoverno, significherebbe ridefinire i rapporti tra poteri dello Stato in senso regressivo. Oltretutto col rischio – o meglio: con la certezza – di generare un pubblico ministero sganciato dalla cultura della giurisdizione, tale non essere più un magistrato imparziale alla ricerca di una verità; bensì una sorta di avvocato dell’accusa ovvero una sorta di superpoliziotto. rappresentato e tutelato da un CSM proprio, distinto. E così le tanto decantate “garanzie” andrebbero a farsi benedire, conuna giustizia più politicizzata, meno equa, più esposta alle pressioni governative. Le parole del Procuratore aggiunto Sebastiano Ardita riassumono perfettamente la questione: “Un autogoverno dei PM separato e sganciato dalla cultura della giurisdizione darebbe luogo alle peggiori pratiche di scambio tra giustizia e politica, e finirebbe per costituirsi come un vero e propri regime rispetto al quale i singoli magistrati non avrebbero più alcuno spazio di reale indipendenza, né alcuna possibilità di controllo e intervento. E tutto questo senza una responsabilità formale della politica” (p. 280).
Dello stesso tenore le affermazioni di Margherita Cassano, Primo Presidente della Corte di Cassazione, secondo la quale con l’attuazione del principio della separazione delle carriere si sarebbe tradotto in una diminuzione delle garanzie del processo, per effetto di un PM divenuto referenziale. Ugualmente fortissime critiche al sistema del sorteggio secco per i togati, uno temperato per i laici, che evidenzia la marginalizzazione della componente togata; nonché all’istituzione dell’Alta Corte, con tanto di opacità che ne deriverebbe in ordine all’articolazione del potere disciplinare.
In estrema sintesi, secondo Gurrieri, supportato dall’opinione di innumerevoli magistrati antimafia e giuristi di fama, la separazione delle carriere non sarebbe nemmeno un rimedio tecnico; semmai “la porta d’ingresso alla dipendenza del PM all’esecutivo, con la creazione di un corpo autonomo, ma privato della garanzia costituzionale delle giurisdizione” (p.309). Oltretutto con la certezza di una “giustizia” selettiva e subalterna, incapace di indagare sui crimini di sistema, con un PM trasformato in accusatore a tutti i costi, braccio operativo del potere di turno, che eviterebbe di cercare prove a discarico, lasciando l’imputato povero senza difese. Insomma, secondo i malfidati, proprio l’obiettivo finale di una classe politica di destra e di sinistra, di fatto berlusconizzata fino al midollo.
“Divide et impera” è indubbiamente un libro importante, ma, proprio per le sue dimensioni e il suo grado di approfondimento, difficilmente potrebbe risultare potabile per quei pochi cittadini comuni che vorrebbero davvero informarsi su questa riforma ma non hanno le conoscenze tecniche per capirci qualcosa. Fortunatamente nel 2026 dovrebbe uscire un altro libro di Gurrieri, di circa centosessanta pagine, sempre sullo stesso argomento. E questa volta si spera possa essere letto e compreso da quei pochi volenterosi che non si accontentano di votare quello che dice il loro politico di riferimento. Ovvero quei pochissimi cittadini che hanno l’onestà intellettuale di informarsi sul serio pur riguardo argomenti particolarmente insidiosi; e soprattutto non amano farsi fregare.
Edizione esaminata e brevi note
Pietro Gurrieri, è nato a Vittoria, dove risiede, laureato in Giurisprudenza presso l’Università di Catania, specializzandosi in Economia regionale, è avvocato cassazionista e si occupa di diritto pubblico e amministrativo. Giornalista pubblicista, è direttore del quotidiano giuridico on-line Reti di giustizia. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: La pace in cammino. Ergastolo ostativo, anatomia e limiti di una riforma.
Pietro Gurrieri, “Divide et impera. La separazione delle carriere e i rischi di eterogenesi dei fini”, Bonanno, 2025, pp. 332. Prefazione di Federico Cafiero De Raho. Postfazione di Vincenza Rando.
Luca Menichetti. Lankenauta novembre 2025
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