Schwarzenbach Annemarie

Ogni cosa è da lei illuminata

Pubblicato il: 11 agosto 2013

Annemarie Schwarzenbach è arrivata a me attraverso “Lei così amata”, libro della Mazzucco. Passato qualche mese, recupero “Ogni cosa è da lei illuminata”, breve ed intenso racconto della Schwarzenbach. A dire il vero l’avevo già letto lo scorso anno. L’ho riletto. “Ogni cosa è da lei illuminata” è un titolo incantevole, ma non ha nulla a che fare con il titolo originale “Eine frau zu sehen” ossia “Vedere una donna”. E neppure il bellissimo volto in bianco e nero scelto per la copertina ha nulla a che fare con Annemarie Schwarzenbach visto che la donna ritratta è Dolly Haas fotografata da Trude Fleischmann intorno al 1935. Penso che ogni escamotage per catturare l’attenzione del lettore sia lecito anche se a volte conduce un po’ troppo lontano dall’autentico.

Lo scritto di “Ogni cosa è da lei illuminata” è stato rinvenuto solo nel 2007 dal pronipote della Schwarzenbach, Alexis: “La presente edizione di questo testo inedito si basa su un manoscritto di sessanta pagine conservato nel fondo Annemarie Schwarzenbach presso l’Archivio svizzero di letteratura di Berna“. Dopo aver riordinato le pagine, averle copiate con un po’ di intuito e molta pazienza, Alexis ha dato infine alle stampe “Eine frau zu sehen”.

Vedere una donna: solo per un secondo, solo nel breve spazio di uno sguardo, per poi perderla di nuovo, da qualche parte, nell’oscurità di un corridoio, dietro una porta che non ho il diritto di aprire – ma vedere una donna, e sentire nello stesso istante che anche lei mi ha vista, che i suoi occhi si fissano su di me, interrogativi, come se dovessimo incontrarci sulla soglia dell’ignoto, questa frontiera oscura e malinconica della coscienza…“. Somiglia ad un colpo di fulmine. Probabilmente lo è. Annemarie vive, racconta, inventa, ama. Fa letteratura. Siamo alla fine degli anni venti ed una donna che ama un’altra donna, ovviamente, è un tabù. La Schwarzenbach non si preoccupa delle convenzioni e scrivere un racconto come questo non fa che confermarlo.

Una giovane donna (la voce narrante ed alter ego di Annemarie) durante una vacanza invernale sulle Alpi rimane folgorata da una donna con un cappotto bianco incontrata per caso nell’ascensore dell’hotel dove dimorano entrambe: “il suo viso è abbronzato sotto una capigliatura scura, pettinata all’indietro con rudezza maschile, rimango colpita dalla forza, bella e luminosa, del suo sguardo, e ora che ci incontriamo, per lo spazio di un secondo, e provo l’irresistibile impulso di avvicinarmi a lei, un impulso ancora più aspro e doloroso di seguire l’immenso ignoro che si desta in me come un desiderio ardente e un invito“. Dopo pochissimo la narratrice senza nome scopre che quello sguardo di una forza bella e luminosa appartiene ad Ena Bernstein. Un anziano signore, che conosce bene Ena, gliela presenta perché, da uomo innamorato e saggio, intuisce che tra le due donne esiste un’attrazione speciale. E durante un incontro nella hall dell’albergo, spiega candidamente alla narratrice i suoi pensieri e i suoi timori: “la donna alla quale va incontro con tanto impazienza non è né misurata né prudente, il segreto dell’effetto che produce sugli altri è unicamente la forza del suo sentimento, esso emana da lei, irretisce, tanto più quanto l’essere che incontra è puro e senza pregiudizi […] lei doveva fare la conoscenza della signora Bernstein, non potevo farci niente, e il fatto che io vi abbia presentate non costituisce altro che un’accidentale accelerazione degli eventi“.

Il pensiero di Ena spaventa ed attrae allo stesso tempo. Seduce e inquieta. La narratrice vorrebbe incontrarla nella hall eppure teme l’incontro. L’ansia si mescola al desiderio. Esattamente come accade a chi si invaghisce. L’incontro tra le due donne giunge ineluttabilmente una sera, proprio durante uno spostamento in ascensore. “Sapevo che era la mia ultima possibilità e facendo un enorme sforzo per superare me stessa, alzai gli occhi su di lei le chiesi se potevo andare a trovarla quella sera. Le esitò per un istante, era dalla signora Beheim – ma poi disse, decisa, che avrei potuto raggiungerla dopo cena, avrebbe avvertito la sua amica – e mi passò rapidamente la mano tra i capelli“.

Dopo l’incontro arriva la partenza. Passano i mesi, “settimane di rigore e di ritegno“. Eppure la forza di quella passione non cessa. Viene nascosta da viaggi in altri luoghi del mondo, altre facce, altri discorsi. Il segreto di Ena sembra più forte di tutto e si ripresenta vivido e pulsante anche a distanza di tempo. Reprimerlo o rifiutarlo pare inutile. L’inverno porta nuove vacanze sulla neve in un luogo prossimo a M., dove si trova Ena. L’intimo conflitto della narratrice viene scavato dall’interno “mi dissi che avevo un diritto, oh, cero, un diritto al desiderio e un diritto di seguirlo… Ma avere un diritto era così insensato, mi apparve persino una cosa ridicola, e mi sentii stranamente piena di vergogna-“. Il desiderio guida e persegue, anche quando la ragione sembra dover condurre da qualche altra parte. Le azioni si fanno automatiche, fuor di coscienza. E si agisce in nome e per conto di una forza che non si governa. Per questo la ricerca di Ena è inevitabile. Fatale.

Lo stile lieve e raffinato della scrittura della Schwarzenbach accompagna tutta la storia. La guerra eterna tra ciò che si desidera in maniera irrimediabile e la coscienza di desiderare qualcosa di sbagliato è il seme di “Ogni cosa è da lei illuminata”. E pensando a questo concetto non ho potuto fare a meno di recuperare le splendide parole di Fëdor Dostoevskij che, nel magnifico “Memorie del sottosuolo”, scrive: “La propria voglia, arbitraria e libera, il proprio capriccio, anche il più selvaggio, la propria fantasia, eccitata a volte fino alla follia: tutto ciò è proprio quel vantaggio supremo e tralasciato, che sfugge a qualsiasi classificazione e per colpa del quale tutti i sistemi e le teorie vanno costantemente a farsi benedire. E chi l’ha detto a tutti quei saggi che l’uomo ha bisogno di una volontà normale, virtuosa? Come hanno immaginato con tanta sicurezza che l’uomo abbia bisogno per forza di una volontà razionalmente vantaggiosa? L’uomo ha bisogno soltanto di una volontà autonoma per quanto possa costare questa autonomia e a qualsiasi conseguenza porti“. Nulla di più attinente, credo.

Edizione esaminata e brevi note

Annemarie Schwarzenbach è nata a Zurigo nel 1908 da una famiglia agiata e prestigiosa. È stata giornalista, fotografa, scrittrice e grande viaggiatrice. È una delle figure più affascinanti e controverse d’Europa nel periodo intercorso tra le due Grandi Guerre. Ha viaggiato attraverso i vari continenti e la sua vita è stata caratterizzata dall’abuso di alcol e dalla dipendenza dalla morfina. Spesso chiacchierata e criticata per le sue tempestose relazioni omosessuali e per l’ambigua amicizia con Erika e Klaus Mann, figli del famoso Thomas Mann. Annemarie è morta a soli 34 anni dopo un banale incidente in bicicletta. È autrice di numerosi reportages, racconti, saggi e alcuni romanzi. In Italia sono stati pubblicati: “Sybille” (Casagrande), “La valle felice” (Tufani), “Morte in Persia” (e/o), “La gabbia dei falconi” (BUR), “Dalla parte dell’ombra”, “La via per Kabul”, “Oltre New York” e “Ogni cosa è da lei illuminata” (Il Saggiatore).

Annemarie Schwarzenbach, “Ogni cosa è da lei illuminata“, Il Saggiatore, Milano, 2012. Traduzione di Tina D’Agostini. Postfazione di Alexis Schwarzenbach. Titolo originale: “Eine frau zu sehen” (2008).

Pagine Internet su Annemarie Schwarzenbach: Sito ufficiale / Wikipedia/ Une suisse ribelle (Trailer documentario)