Parise Goffredo

Il prete bello

Pubblicato il: 23 Giugno 2010

Nel 1953 quando scrive “Il prete bello”, Parise è un letterato che si trova a Milano per lavorare presso la casa editrice Garzanti. Sebbene sia contento della sua nuova attività, vive “ore di vuoto, di tristezza, di solitudine” nella grande città, specie la sera.

L’ideazione del romanzo è quasi una reazione: “Volevo dunque scrivere un altro romanzo che mi tenesse compagnia durante l’inverno milanese, che mi divertisse, che mi commuovesse quel tanto da cacciare il freddo e la solitudine: un romanzo con molti personaggi allegri e sopra ogni altra cosa un romanzo estivo che mi facesse un poco caldo” (Fogli sparsi- Incontro con Longanesi).

La stesura avviene soprattutto di notte, nelle ore lasciate libere dal lavoro. Parise cena, rincasa presto in compagnia di una bottiglia di vino e scrive. In breve tempo il libro è pronto, viene rifiutato da Longanesi, che pure l’aveva incoraggiato a scriverlo e ne aveva voluto seguire le varie fasi, perché lo ritiene opera di retroguardia della letteratura italiana, di “approccio di tipo populistico e tematiche veristiche”.

“Il prete bello” esce invece per Garzanti ed è un clamoroso successo, il primo best seller del dopoguerra. Le traduzioni sono numerose, la critica però si divide e, tra tante voci favorevoli, si levano anche detrazioni, che rimproverano al romanzo toni di “disimpegno” sorretti da una macchina narrativa tradizionale, seppur funzionante.

Prezzolini nell’”Illustrazione italiana” (1954) lo paragona al Lazarillo de Tormes e ai testi picareschi spagnoli, Giovanni Raboni (1983) ribadisce quest’idea. Comisso lo presenta al convegno “Romanzo e poesia di ieri e d’oggi. Incontro di due generazioni (S.Pellegrino Terme 1954) e lo elogia ampiamente.

Il prete bello” è un romanzo innanzi tutto estremamente ben scritto, da un narratore di razza, che sa dirigere i suoi personaggi e descrivere l’ambiente in cui si muovono, non tralasciando dettagli e tocchi di colore, ironia e acutezza nell’identificare i vizi e le virtù della provincia veneta e di Vicenza in particolare. Lo si può definire realistico, ma non in senso dispregiativo. Parise crea un quadro vivissimo di un microcosmo di provincia, tutto animato da piccoli e grandi fatti e da figure popolari dense di umanità, ma anche cariche di miserie, di vizi, di povertà.

Il punto di vista è quello di Sergio, un ragazzino di nove anni, che vive con la madre e i nonni, non ha mai conosciuto suo padre (qui un elemento autobiografico è evidente). Il nonno, vecchio socialista, gestisce una custodia di biciclette, è anche un abile artigiano meccanico, ma è gravemente malato e manda avanti le cose come può. Sergio frequenta, grazie alla padrona di casa, la scuola al patronato di san Gregorio, ma vive molto in strada insieme al suo amico Cena e agli altri ragazzini, che formano la “naia”.

Centro della vita di Sergio è il cortile tra i portici di un antico palazzo vicentino in cui abita, con la colorita fauna che lo popola: tutto un sottobosco di figure un po’ strambe, spesso povere, che campano di furtarelli, di carità pubblica e di miseri commerci.

Padrona di tutto lo stabile è la signorina Immacolata, una zitellona dal naso adunco, sussiegosa e perbene, sempre elegante con i suoi cappellini di piume e l’occhialino d’oro.

Il suo salotto è frequentato da don Gastone Caoduro, il cappellano della chiesa dei Servi di Maria, colui che farà infervorare tutte le signorine del cortile – nessuna esclusa –e sarà chiacchieratissimo e perennemente al centro di attenzioni continue ed esagerate. Don Gastone è “il prete bello”, è giovane, alto, elegante, laureato, è stato cappellano militare nella guerra di Spagna, ha scritto libri, entra come una ventata d’aria fresca nel cortile, come una figura di sogno, “Robin Hood, s.Luigi Gonzaga”.

Alla signorina Immacolata spetta il privilegio di tenergli in ordine la raffinata biancheria, compito che lei svolge con atteggiamento adorante, suscitando l’invidia e l’ammirazione di tutte le altre donne.

Don Gastone, visto Sergio, ha l’idea di farlo istruire dalla signorina Immacolata per recitare le poesie nella società delle patronesse. Gli comperano così un bel vestito nero con i merletti e scarpe di capretto verniciate e Sergio entra in contatto con un mondo tutto diverso da quello cui è abituato, ma rimane il monello di sempre, povero, cresciuto in strada con poco affetto e abituato ad arrangiarsi come può. Lui e l’amico Cena, di poco più grande, costituiscono una coppia inseparabile, le cui avventure e disavventure Parise racconta come in un romanzo picaresco e forse sono proprio loro i veri protagonisti, due monelli di provincia, sempre a caccia di qualche soldo e pronti a sfruttare tutti gli espedienti per procurarselo.

Cena, orfano di padre, madre alcolizzata all’ultimo stadio, vive con una tribù di fratelli tutti dediti al furto o alla delinquenza. È poverissimo, ha una fame “da cui non si sarebbe più liberato perché essa gli scorreva nelle vene insieme al sangue”. (p.330) “Aveva, in embrione, tutte le doti di un brigante di buona razza, truffaldino, creatore di ingarbugliati sotterfugi, ladro per sentimento, ma alla fine sempre si perdeva in lagrime per un film, consegnava tutto a piene mani al primo che sapesse recitare la commedia quanto lui l’aveva recitata per arraffare.” (p.370)

Cena è malvisto da tutti, è manesco, sboccato, spesso violento anche con i compagni, è un reietto, considerato dalla società perbenista che lo circonda un caso irrimediabile, un figlio del diavolo e un corruttore, “ladro e miserabile a dodici anni”, ma è proprio verso di lui che sembra rivolgersi il senso di pietà, di partecipazione e di simpatia dell’Autore.

Il sogno di Cena è una vita migliore, un po’ di benessere, un posto da impiegato.

Tutta la naia è profondamente umana, “avevano occhi profondi e malinconici anche se astuti, abiti addosso anche se a brandelli, sentimenti in cuore anche se questi cedevano più spesso il posto alla fame eterna e soprattutto, ma a loro a quel tempo importava poco, erano italiani senza saperlo”. (p.356)

È una torma di ragazzini lasciati a se stessi in un mondo di miseria. Sarà la tragica fine di Cena a far crescere di colpo Sergio, che si trova a scontrarsi, da solo, con la realtà della galera, dell’emarginazione e della morte.

Parise non è autore da indulgere a patetismi e il romanzo è fitto di episodi divertenti e di avventure, di sogni appesi a una bicicletta nuova fiammante, che Sergio e Cena riescono a ottenere grazie alla loro attività d’informatori sui movimenti di don Gastone presso la signorina Immacolata.

Non mancano episodi umoristici, magari adombrati dalla povertà che comunque è sottesa, ma anche sorrisi.

Figura emblematica è il cavalier Esposito, napoletano, ex carceriere, vedovo con tre figlie da marito, che tiene chiuse in casa per gelosia. È soprannominato lo “squadrista W.C.”, poiché è il possessore dell’unico, vero gabinetto dello stabile, l’altro servizio essendo più primitivo e soprattutto in comune a trenta famiglie. Di questo bene, l’unico dotato di water, è gelosissimo, ne detiene la preziosa chiave, l’ha rivestito di carta da parati rossa ad arabeschi dorati e lo concede solamente ai suoi ospiti, presentandoglielo come un tesoro, da lui costantemente difeso a spada tratta.

Il suo secondo bene invece è il Duce, verso il quale nutre una fede cieca, assoluta e indiscutibile.

Sono gli anni del fascismo, anni di retorica, di allenamenti ginnici del sabato, di attivismo, anni sui quali Parise stende un velo d’ironia: “Costoro che ho fin qui passato in rassegna, oltre ai miei e Cena, furono quelli che vissero il magnifico anno felice delle sanzioni, delle sfilate, fino alla dichiarazione di guerra”. (p.341)

Nel cortile tutti sanno tutto di tutti e proprio qui arriva don Gastone “fiore di serra, spuntò, crebbe e si abbellì […] simile a un’orchidea in un cumulo di spazzatura” “Dal momento che l’idolo più grande non bastava a tutti i caseggiati d’Italia, il cielo ce ne spedì in terra uno che fosse per nostra esclusiva adorazione….”(p.342)

Don Gastone sembra un prete per caso, è un attivista e organizzatore fedele al fascismo, è ambizioso, desideroso di emergere e di essere al centro dell’attenzione. Con la sua calma imperturbabile e la sua finta ingenuità approfitta economicamente dei beni della signorina Immacolata, gode privilegi, non tiene in considerazione gli ammonimenti del suo vescovo, si può definire un furbacchione che, provenendo da Milano, la grande città, pensa di poter tranquillamente prendersi gioco di quel manipolo di provinciali ignoranti e ingenui.

Nel definirlo Parise dice che non ha addosso “l’odore del prete”, è uno sportivo, è virile, affascinante, fuma sigarette con un bocchino d’oro, del prete ha solo la veste, l’esteriorità, ma non l’essenza. Non si parla mai di una sua spiritualità o di suoi conflitti interiori per la vita che conduce. Don Gastone è un uomo che vive le sue relazioni anche sessuali pur indossando l’abito da prete e sarà travolgente la sua storia con Fedora, una giovane prostituta, magnifica nella sua carnalità, che viene ad abitare nel cortile.

Don Gastone sembra svettare per la sua diversità su tutti quegli altri pretini di cui Parise descrive l’aspetto dimesso, umile, smunto, le frustrazioni e l’unico momento di gloria e di protagonismo costituito dalla predica della domenica. Sono pretini puliti, dolci, ligi al dovere, loro ce l’hanno l’odore del prete, ma lui li sovrasta e prende con prepotenza il loro posto sul pulpito, smanioso di emergere e di conquistarsi quel pubblico di vecchie zitelle bigotte, che gli sono tanto utili.

Alle sue spalle c’è infatti tutta una città provinciale veneta, bigotta, perbenista e ipocrita, maldicente e portata al bisbiglio, alla mormorazione, al pettegolezzo: “da noi la diceria, la mezza parola, quella è la verità”. (p.406) Il bisbiglio in Veneto è antico: “Assunto così a valore di linguaggio esso, mobile, terribile e serpentino, simile a una sottile e affilata lama invisibile, taglia i panni di dosso nel punto in cui questi panni si sostengono, recide il filo di quel bottone segreto e lascia di colpo nudi i peccatori, al ludibrio, con la sola mano in luogo della foglia”. (p.407)

È il tagliar tabarri, la maldicenza che naviga in tutte le direzioni, è la vita marginale di piccole città venete, dove “la nebbia intorbida paesaggi e pensieri”.

L’argomento sessuale è il più pruriginoso di tutti, a maggior ragione se connesso a un rappresentante della chiesa. Su questo tema le signorine zitellone e vergini per definizione fingono di non sapere nulla o quasi, ma sono informatissime, il passaggio delle notizie su don Gastone è una delle principali forme di guadagno per Sergio e Cena.

Esse mormorano e così si favoleggia prima sulla virilità di don Gastone, poi sul suo intento di redenzione, che giustificherebbe la frequentazione della contessa Manina, moglie di un carabiniere, così chiamata perché era solita, nei cinema che frequentava tutti i giorni, masturbare i ragazzi dai sedici ai diciotto anni.

Infine, poiché nulla accade tra le speranzose signorine e il don, lo si considera un mezz’uomo, tanto che la signorina Immacolata gli propina, con un sotterfugio, delle pillole antenate del Viagra, che faranno il loro effetto, ma con la giovane e bella Fedora. Su don Gastone si mormora tutto e il contrario di tutto, lo si dice santo e dissoluto, missionario e profittatore, martire e carnefice, si è tanto svelti a parlarne quanto a dimenticarlo alla fine.

Lui sembra inossidabile a tutti i pettegolezzi, va per la sua strada con l’auto nuova che Immacolata gli regala, organizza le signorine in un gruppo fascista “Fede e Ardimento” con tanto di divise, gagliardetto e benedizioni.

Quel piccolo mondo di zitelle viene ringalluzzito e animato, rivoluzionato da questo personaggio così chiacchierato e idolatrato.

Pare un’umanità infantile, tanto che quando arriva il Duce in visita “la città sembrava una famiglia di orfani in attesa del tutore con le caramelle”. (p.521)

È un mondo trattato spesso con ironia da Parise, che però rivela già la sua vena giornalistica, la sua capacità di capire e descrivere vizi e virtù degli italiani e dei veneti in particolare. Appare già una sua predilezione per i poveri, per quelli che vivono di poco e fanno il Natale per conto loro, quelli che “non hanno il fuocherello e su cui si è creata tutta una letteratura per quelli che ce l’hanno”.(p.390)

Parise si dice sicuro che Gesù ha più simpatia per questi poveri e lui di sicuro sta dalla loro parte.

Eravamo noi, in fondo, a farlo nascere, a preparare per Lui un tappeto soffice, e i nostri moccoli rubati nei fondi di sacrestia, e posti ai lati della capanna, per Lui, duravano fino alla Befana ardendo giorno e notte”. (p.394)

articolo apparso su lankelot.eu nel giugno 2010

Edizione esaminata e brevi note

Goffredo Parise (Vicenza, 1929 – Treviso, 1986), scrittore, sceneggiatore e giornalista italiano.

Goffredo Parise, Il prete bello, Milano, Adelphi 2010.

Ho usato: G. Parise, Opere, vol.I a cura di Bruno Callegher e Mauro Portello. Introduzione di Andrea Zanzotto. Milano, Mondadori, I Meridiani 1987.

Dal romanzo è stato tratto il film “Il prete bello” (1989) di Carlo Mazzacurati, con Roberto Citran e Davide Torsello.

Approfondimento in rete: WIKI it / Casa di Cultura Goffredo Parise / Italia Libri