Ricapito Francesco

Reportage dall’Azerbaigian: Week End nel Cuore del Caucaso, Laza e Xinaliq – Parte 1

Pubblicato il: 23 ottobre 2014

Azerbaigian mappaLaza, sabato 18 ottobre 2014. La sveglia suona alle sei di mattina. Puntuali alle sei e mezza usciamo di casa, fuori è ancora buio, ma non fa per niente freddo. La mia compagna di viaggio è S., una ragazza tedesca di origini ungheresi che nell’ultimo mese è stata mia coinquilina. La nostra destinazione sono le montagne del nord dell’Azerbaigin. Abbiamo un’idea piuttosto precisa di cosa vogliamo vedere anche se sappiamo che in questi casi è inutile fare piani troppo dettagliati. Il primo passo è raggiungere la stazione centrale degli autobus di Baku e da là prendere il bus che porta a Qusar, una cittadina a ridosso dei monti. La stazione degli autobus si trova nel nord della città ed è un edificio con due rampe ai lati che servono da entrata e da uscita per i veicoli. L’aspetto è moderno e contrasta decisamente con gli edifici vetusti che le stanno intorno. Siamo fortunati e appena entriamo troviamo subito una piattaforma con la scritta “Qusar”.

Per spostarsi in Azerbaigian si possono prendere gli autobus, oppure le marshrutke, ossia dei minibus con circa venti posti, che partono alla stessa ora degli autobus. Sono più rapide e costano decisamente poco: nel nostro caso quattro manat (quattro euro) per un tragitto di circa 160 chilometri. L’unico inconveniente delle marshrutke è che sono dotate di sedili incredibilmente ravvicinati tra di loro: tre sono le file di sedili, due da una parte e una dall’altra, separate da uno stretto corridoio. Il tutto può provocare serie difficoltà se si è più alti di un metro e ottanta…come me. Col mio metro e novantadue mi metto in una delle file che danno sul corridoio centrale così da avere almeno un po’ di spazio per le gambe: sfortunatamente poi scopro che quello che sembrava il bracciolo del mio sedile, in verità è a sua volta un sedile pieghevole che una volta messo in posizione, preclude ogni via di fuga per le mie gambe. Quando anche la fila centrale si è riempita, partiamo. Per fortuna S. è seduta vicino a me e siccome è più bassa mi lascia un po’ di spazio extra. Il viaggio dura più di due ore, una la passo in dormiveglia. Quando finalmente riesco a tenere aperti gli occhi per più di cinque minuti, il paesaggio che mi si presenta è una verde pianura con alberi, campi coltivati, paesi sparsi qua e là e montagne all’orizzonte. Cerco di ignorare i dolori alle gambe e allo stesso tempo mi sforzo di ascoltare la musica tradizionale azera, che sento alla radio della marshrutka. Dopo una mezz’ora ci rinuncio e decido di fare l’occidentale e di accendere il mio i-pod. La musica locale può avere il suo fascino, ma è meglio prenderla a piccole dosi. Quando iniziamo ad avvicinarci alla meta comincia quel fenomeno che si ritrova pure negli autobus urbani e cioè le fermate su richiesta: se da noi le fermate sono fisse e sempre le stesse, qui è normalissimo chiedere all’autista di fermarsi in qualsiasi punto del percorso. Negli autobus urbani questo funziona sia per scendere che per salire. Quindi un po’ alla volta almeno una decina di persone scendono prima dell’arrivo a Qusar, addirittura qualche chilometro prima dell’arrivo sale un anziano signore con un sacco pieno di cipolle che viene sistemato tranquillamente di fianco al guidatore. Quando arriviamo a Qusar, il nostro primo pensiero è cercare di non farsi accalappiare da un tassista che, vedendo dei turisti, cercherà sicuramente di fregarci con prezzi altissimi. Preso il mio zaino mi allontano dalla marshrutka. S. mi raggiunge ma dopo qualche secondo accade l’inevitabile: uno dei numerosi tassisti presenti nei paraggi ci ha notato e subito viene a chiederci qual è la nostra destinazione. S. per fortuna parla un po’ di russo e così riusciamo a capirci. La nostra destinazione è Laza, un piccolo paese incastrato tra le montagne a quaranta minuti di macchina da Qusar. Ne abbiamo letto nelle guide turistiche e, dopo aver visto le foto in Internet, abbiamo deciso che vale la pena provare ad arrivarci. Da quel che sappiamo però, la strada per Laza potrebbe anche non essere praticabile oppure chiusa per gli stranieri. Sorprendentemente il tassista ci dice che ci può portare là per venti manat. Il prezzo sembra buono, certo non abbiamo altri termini di paragone e di solito non è una buona idea accettare così di fretta. Tuttavia l’uomo sembra affidabile e probabilmente non sono in molti quelli che sarebbero disposti a portarci fino a Laza. Alla fine accettiamo. Il tassista ci porta alla sua macchina, una vecchia mitsubishi bianca e partiamo. Lungo il percorso scopriamo che il nostro guidatore ama parlare. Chiacchiera con S. per tutto il tragitto e così ci rendiamo conto che abbiamo fatto bene a fidarci di Ismail (questo è il suo nome). Un uomo alto e robusto, sui cinquantacinque anni, con la pelle olivastra tipica degli abitanti dell’Azerbaigian. Ci chiede quali sono i nostri programmi e ci offre di ospitarci a casa sua, in un paese vicino a Qusar. Noi vorremmo passare la notte a Laza e allora ci dice che può portarci a casa di un suo amico, che per venti manat può darci due materassi, cena e colazione. Era esattamente quello che stavamo cercando. Non esistono molti hotel in zona e in ogni caso sono piuttosto costosi. L’opzione di farsi ospitare da una famiglia del posto è la più economica ed è un’occasione unica per avere uno spaccato di vita locale. Ci mettiamo d’accordo pure per il ritorno il giorno dopo. Il nostro piano sarebbe di andare a Xinaliq, un altro paese perso per i monti, che è considerato uno dei posti più suggestivi di tutto l’Azerbaijan. Per farlo dobbiamo tornare indietro fino a Quba, un paese a dieci chilometri da Qusar. Ci accordiamo su un prezzo di venticinque manat affinché venga a prenderci a Laza alle nove del giorno dopo. Sembra incredibile che tutto stia andando bene per ora. Persino il tempo è splendido, nemmeno una nuvola in cielo. La strada per Laza serpeggia sul fondo di una valle su cui si affacciano verdi colline. Pecore e mucche scorrazzano nei prati tutto intorno a noi, passiamo anche attraverso qualche villaggio, ma gli insediamenti umani sono sempre più piccoli man mano che ci allontaniamo da Qusar. Quando arriviamo alla fine della valle, la strada comincia a salire sul versante sinistro e diventa più accidentata. Stiamo arrivando allo Shahdag Resort: un resort sciistico ancora in fase di completamento, che torreggia sulla valle dall’alto del versante sinistro. Gli edifici e le strutture delle piste sono già in funzione, ma tutto intorno si sta ancora lavorando: un piccolo lago artificiale è stato scavato davanti all’hotel, ruspe e camion fanno la spola da una piccola cava di terra vicino a Laza sollevando montagne di polvere. Ismail sembra essere contento, ci dice che il Resort porterà finalmente più turisti. Io e S. restiamo soltanto sorpresi di come questo nuovo complesso rovini incredibilmente un paesaggio che altrimenti sarebbe eccezionale. La strada per Laza passa per il cantiere ed è tutta sterrata. Passato il cantiere la strada continua, arriva in cima al versante ed entra nella valle vicina, dove la strada è ancora sterrata ma abbastanza larga da permettere il passaggio dei camion. Quando la strada comincia a scendere, vediamo un piccolo agglomerato di case subito davanti a noi, all’inizio della valle. Un cartello storto e arrugginito con la scritta “Laza” ci dice che siamo arrivati alla nostra destinazione. Ismail ci porta fino alla casa del suo amico. Noi la definiremmo una fattoria: attorno ad un piccolo prato ci sono un paio di recinti per le pecore, qualche capanno e poi la casa vera e propria. Al momento l’amico di Ismail non c’è, ci accoglie la moglie, una donna sui trent’anni che non parla né russo né azero. A Laza infatti si parla una lingua locale, fatto abbastanza comune nei paesi di montagna. La donna tuttavia ci sorride radiosa e, come è usanza comune, ci invita per un tè. La casa è abbastanza accogliente, ma decisamente spartana. Il frigorifero è semplicemente un vano sotto il pavimento e forse è per questo che la cucina è pervasa da un intenso odore di pecora. Ci sistemiamo nel soggiorno, su cui si affacciano tutte le altre stanze della casa. Non ci sono sedie, ci si siede per terra intorno ad un basso tavolo, la signora ci offre qualche cuscino. In generale non ci sono molti mobili, solo un altro tavolo di altezza normale che funge da porta oggetti. Alle pareti non ci sono molte decorazioni e la casa ci sembra un po’ vuota. Anche per questo restiamo sorpresi nel notare nella stanza la presenza di un televisore con tanto di lettore dvd. La signora si affretta ad accenderlo e abbiamo allora la fortuna di assistere ad un interessante fenomeno culturale: la passione per i video dei matrimoni di amici e parenti. Il matrimonio a quanto pare rappresenta il fulcro della vita di una persona in questa cultura, le immagini che cominciano a scorrere sono quelle del matrimonio della figlia della signora, che ora si è trasferita a Baku. Restiamo affascinati da questo fatto, ma a stento riusciamo a trattenere le risate. I video della festa vengono inframezzati da foto accompagnate da musiche romantiche, animazioni con tanto di cuori, delfini, cavallucci marini e abbondanti dosi di colore rosso. Tutto ciò sommato al fatto che l’espressione della sposa in tutte le foto o i video, non sembra quella di una persona che sta vivendo il giorno più felice della sua vita e, considerando il fatto che lo sposo è di almeno cinque centimetri più basso, non riusciamo a non pensare che probabilmente si tratta di un matrimonio combinato. Mentre il video continua, la signora ci porta il tè insieme al pane e un paio di formaggi.

Uno di questi ha l’aspetto di una ricotta, ma più solido. Appena lo si assaggia si capisce subito la sua origine: il sapore di capra è incredibilmente intenso e leggermente acido. Accompagnato con il pane è ottimo. L’altro formaggio ha l’aspetto di un normale formaggio latteria, ma quando ne prendo un pezzo e lo assaggio con il pane, mi accorgo che si tratta di burro, burro fatto in casa. Il sapore è eccezionale e non ha niente a che vedere con il burro cui siamo abituati noi. Io e S. divoriamo senza ritegno queste specialità locali, in compagnia di Ismail, che sembra non avere troppa fretta di tornare a lavorare. Finito di mangiare scopriamo la passione di Ismail per le foto. Ha visto la mia macchina fotografica e quindi mi chiede di fare delle foto tutti insieme, sia in casa che davanti alla sua macchina. A questo punto insiste nel farci vedere tutte le foto della sua famiglia che ha nel telefono. Finite le foto decidiamo che è meglio muoversi se vogliamo esplorare i dintorni prima che faccia sera, inoltre desideriamo allontanarci dal televisore che continua imperterrito a trasmettere video di altri matrimoni di amici e parenti. Sistemiamo le nostre cose in una stanza, salutiamo Ismail che torna a Qusar e usciamo. Prima di partire chiediamo dove si trova il bagno e scopriamo allora che è una piccola casupola di assi che si trova dall’altra parte del cortile. Si tratta di quella che noi chiameremmo una latrina: un buco nel pavimento fatto di assi e questo è quanto. L’odore che arriva dalla fossa sottostante è intenso, ma l’esperienza è interessante. La famiglia per lavarsi usa l’acqua della sorgente che arriva con un tubo fino al cortile e che è pure potabile. Con S. passiamo il pomeriggio ad esplorare il paese e i dintorni: gli abitanti di Laza non sono più di centocinquanta, ma contrariamente a quello che ci si aspetterebbe, non ci sono solo vecchi: vediamo molti bambini nei giardini delle case, ci guardano con aria curiosa, uno addirittura ci saluta gridando “Hello!”

Oltre alle case, gli edifici principali sono una piccola moschea con il tetto in ferro e con un piccolo cortile in cui pascolano le pecore, una scuola che funge e da centro ricreativo, e un negozio in cui non entriamo, ma che presumibilmente vende tutto quello di cui gli abitanti possono avere bisogno. Il paesaggio intorno al villaggio è veramente magnifico. Le montagne hanno un’altezza intorno ai tremila metri e sono innevate. Sul fondovalle corre un piccolo torrente. Non ci sono alberi al di fuori del paese, immensi prati di un verde intenso si estendono tutt’intorno a noi, pecore, capre e mucche pascolano un po’ ovunque. Raggiungiamo un punto da cui si vedono la valle già percorsa e il Resort: l’espressione “aborto edilizio” è adeguata alla devastazione causata da questa costruzione. Grazie alla mappa sulla nostra guida scoviamo un punto da cui si possono ammirare tre piccole cascate estremamente suggestive.

Se si continua lungo la strada che collega Laza al Resort si arriva all’entrata del Parco Nazionale. Questo tragitto durante il giorno è percorso in continuazione da grossi camion, che vengono qui a prelevare terra da portare al cantiere. Una delle colline vicino a Laza infatti sta venendo lentamente abbattuta per usarne la terra. Dall’altra parte del Parco Nazionale, ad un giorno di cammino, si trova Xinaliq, la nostra meta di domani. Il percorso tra questi due paesi è uno dei più spettacolari per il trekking, ma le assurde leggi locali lo rendono al momento non praticabile. Una specie di casello blocca l’ingresso alle auto e un paio di telecamere trasmettono le immagini alla vicina base militare, che si trova su una collina di fianco a Laza. Da lontano sembra una lussuosa villa, ma quando ci avviciniamo veniamo bloccati da quattro soldati che, in un inglese quasi incomprensibile, ci dicono che non è possibile passare. Vicino a questa specie di casello incontriamo una coppia di turisti che si sta facendo un caffè su un fornello da campeggio di fianco alla loro automobile. Trovare turisti da queste parti è abbastanza raro e quindi andiamo a conoscerli. Lui è inglese, lei americana, entrambi sui trentacinque anni, vivono a Baku e lavorano per la BP (British Petroleum). Prima di venire in Azerbaigian hanno lavorato in Angola e a Trinidad. Sono molto simpatici e socievoli, ci scambiamo i numeri di telefono per poterci rivedere a Baku. Il sole sta tramontando e decidiamo di ritornare a casa.

Qui facciamo la conoscenza dell’altro nostro ospite, il marito, un uomo sulla cinquantina alto e magro: il largo maglione di lana che indossa non riesce a nascondere un fisico che farebbe invidia a qualsiasi appassionato di fitness. Le mani sono quelle di una persona che ha lavorato sodo per tutta la vita. Parla un po’ di russo, ci dà il benvenuto e ci invita ad entrare per la cena. Sul tavolo ritroviamo il formaggio di capra del pranzo, l’immancabile tè, e una zuppa di pecora con patate, cipolle e cavolo, molto sostanziosa e dal sapore ottimo. S. riesce a passarmi la sua porzione di carne senza farsi vedere, è vegetariana, ma preferisce non dirlo per paura di offendere i nostri ospiti. Con noi mangiano pure il marito e il figlio, che sembra avere sui vent’anni. La moglie non si siede nemmeno al tavolo e mangia in cucina. La cena è accompagnata da un altro video matrimoniale: stavolta si tratta del cugino russo. Finita la cena scappiamo dal televisore e dai suoi terribili video matrimoniali. Nella nostra stanza troviamo un paio di materassi, cuscini e piumoni, la signora ci ha pure acceso la stufa. Sono ancora le sette, presto per dormire, inganniamo il tempo come meglio possiamo tra qualche chiacchiera e una partita a battaglia navale. Mille cose avrebbero potuto andare storte ma per il momento la fortuna ci ha aiutato, siamo arrivati alla nostra destinazione, abbiamo un passaggio assicurato per il giorno dopo e il tempo oggi è stato eccezionale, visto che siamo a metà ottobre. Alla fine decidiamo che è ora di coricarci, usciamo per andare a lavarci i denti e abbiamo così la possibilità di ammirare un cielo stellato straordinario. S. giura pure di sentire un lupo ululare in lontananza. I nostri padroni di casa sono ancora in salotto a guardarsi video matrimoniali a tutto volume, la cosa va avanti fino alle undici, poi per fortuna la cacofonia di musiche tradizionali azere s’interrompe e riusciamo così ad riposare tranquilli.

Per approfondire:

http://en.wikipedia.org/wiki/Laza,_Qusar

http://stevehollier.wordpress.com/2011/08/23/azerbaijan-days-laza-a-walk…

Francesco Ricapito, ottobre 2014