Loewenthal Elena

Lo strappo nell’anima

Pubblicato il: 30 agosto 2012

Un giorno potrebbe capitarvi di andare nel Ghetto di Roma. Una volta giunti, camminerete verso il Portico di Ottavia, un luogo che personalmente amo molto. A pochi passi dal Portico di Ottavia, sulla facciata della Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte, troverete affissa su un muro una targa in marmo bianco che riporta una data: 16 ottobre 1943. Quel giorno, a partire dalle cinque e mezzo del mattino, iniziava il rastrellamento degli ebrei romani da parte delle milizie nazifasciste. A tutti gli ebrei venne intimato di prepararsi in soli 20 minuti, di portare con sé del cibo, denaro e altri piccoli averi. I militari incaricati di eseguire il blitz erano provvisti di liste contenenti i nomi e gli indirizzi delle persone da deportare. Da quell’elenco, però, il dottor H., un ebreo ungherese trapiantato in Italia, aveva avuto l’opportunità di cancellare con della scolorina il proprio nome e quello della sua famiglia.

Le origini di Stefania, la donna della quale la Loewenthal decide di raccontare la storia, si perdono proprio in quelle poche gocce di scolorina. Un passato liquefatto e indicibile che la donna, al tempo ancora neppure venuta al mondo, recupera a distanza di tanti anni e quasi per caso. Stefania è la secondogenita del dottor H., medico di fiducia di un gerarca fascista. Il dottore scopre di essere, insieme alla sua famiglia, tra gli ebrei da arrestare e deportare. Ma il gerarca permette al medico di cancellare il proprio nome, quello di sua moglie e di sua figlia da quella lista mortale. “Di tutto resta un segreto che ha accompagnato entrambi nella tomba, una salvezza stentata e una sparizione senza perché. Con tutto ciò che fece quel giorno il gerarca per salvare il suo medico di fiducia, da quel giorno in poi egli scomparve“.

La famiglia scampa a quel rastrellamento del 16 ottobre 1943. La moglie Angela, la prima figlia Patrizia e la piccola Stefania trascorrono gli anni della guerra presso una casa di campagna non lontano da Roma. I bombardamenti aerei e il nascondiglio sotto il tavolo rappresentano i primi ricordi di Stefania, protagonista e voce narrante del romanzo. La normalità arriva comunque. Stefania studia, si sposa, apre una boutique e diventa madre. Il suo matrimonio va a rotoli, come capita a molti e la donna continua a portarsi dentro un malessere che non sa guarire. Lo strappo, proprio quello citato nel titolo del libro, si verifica quando scopre che suo figlio Fabrizio si droga. Il ragazzo è chiuso in bagno e non risponde. Sua madre non ha altra scelta che chinarsi e guardare attraverso la serratura. “E chissà perché l’ha fatto, con una specie di fatale consapevolezza per quel che l’aspettava già nell’istante in cui la schiena si incurvò andando incontro al buco della serratura, prima e senza pensarci. Tace anche e soprattutto il furore di luce rifratta che l’ago della siringa schizza verso l’occhio di Stefania, negando ogni altra visione. Solo quello vede, sente, tocca, prima di rialzarsi, ed è come un macigno che ti cade in testa da un’altitudine smisurata e scende precipita anzi ti inchioda a terra ancora prima di schiantarsi perché sei lì a naso in su che lo guardi precipitare con le gambe che non esistono più tutta soltanto pietra di lava gelida raggrumata migliaia di millenni prima di quel momento. No, invece, Stefania non l’avrebbe mai immaginato cosa c’era dietro l’ozio morboso di Fabrizio…“.

Una afflizione che impatta contro un’altra afflizione, opposta ma uguale perché generata da un vuoto inestimabile e da mancanze che non ammettono giustificazioni ma domandano ragione. E la ragione sembra avere la stessa dimensione della colpa. Quella di una madre che cerca di capire dove ha sbagliato e quando ha iniziato a perdere suo figlio. Altri anni di dolore e una sequenza inaudita di tormenti conducono Stefania a comprendere che quelle gocce di scolorina lasciate cadere da suo padre sul suo nome e quello della sua famiglia sono esattamente il principio di una lacerazione che non ha mai avuto fine. “… così tutto finì e tutto cominciò in quella strana non esistenza di ebrei tolti dalla lista e dalla vita vera, in fondo. Con il vuoto in agguato, di lì a una generazione, quel vuoto che da quel giorno si scavò giorno per giorno dentro di me, uno strappo nell’anima che ogni giorno deflagrava con mille mine brillate in un silenzio irreale“.

Sopravvivere nell’indifferenza totale non è tollerabile per Stefania la quale, nei momenti di più devastante disperazione, maledice suo padre che l’ha strappata al vagone piombato e, probabilmente, allo sterminio. La sua famiglia, infatti, non esisteva più fin dal 1938, anno in cui la scolorina fece il suo dovere e neutralizzò righe di inchiostro su un foglio. “Via dagli elenchi, via dalla retata del il 16 ottobre 1943 si portò via da Roma centinaia di ebrei“. Una salvezza che diventa un vuoto da vivere e da esibire con una naturalezza che, col tempo, appare addirittura molesta ed irrimediabile.

Stefania risale alle proprie origini ricostruendole a fatica. Uno sforzo che vale la propria ragione d’esistere e quella di suo figlio. La sua è una storia dolorosa e vera che Elena Loewenthal decide di raccogliere e raccontare dopo un incontro casuale in aeroporto. Un libro affascinante scritto in maniera eccellente. Uno stile che, riga dopo riga, trasmette la stessa penetrante forza della poesia. Sono stata magnetizzata da una suggestione attraverso la quale si scandagliano sentimenti, pensieri, sensazioni ed emozioni. Un viaggio della coscienza che si manifesta in un continuo flusso e riflusso. Soave ma abissale, intimo ma universale proprio come può esserlo il dolore di vivere. La Loewenthal è una scoperta che mi dolgo di fare solo ora e solo per caso. Non mi resta che rimediare, un libro alla volta.

Edizione esaminata e brevi note

Elena Loewenthal è nata a Torino nel 1960. Si è laureata presso l’Università della sua città natale. Lavora spesso come traduttrice dall’ebraico ma è anche una scrittrice. Collabora con il quotidiano “La Stampa” e per “Tuttolibri”. Inoltre è docente di cultura ebraica presso la facoltà di filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Ha tradotto, tra le altre, molte opere di Amos Oz, David Grossman, Meir Shalev, Yoran Kaniuk, Aharon Appelfeld, Yaakov Shabtai, Yehoshua Kenaz, Alona Qimhi, Uri Orlev, David Vogel e Zeruya Shalev. Il suo primo romanzo è “Lo strappo dell’anima” grazie al quale ha ottenuto il Premio Grinzane Cavour.

Elena Loewenthal, “Lo strappo nell’anima“, Frassinelli, Milano, 2005.

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