Jinan

Schiava dell’Isis

Pubblicato il: 27 agosto 2016

Isis: soggetto che riempie gli scaffali delle librerie. Giustamente, direi. E, fatte le dovute distinzioni, rimane una materia di cui dovremmo conoscere e capire il più possibile. Anche io ho letto alcuni saggi sull’Isis con l’intento di comprendere un po’ più approfonditamente una materia che tende a rimanere confusa, distante o raccontata spesso in maniera parziale o vaga. “Schiava dell’Isis” è stato un regalo: chi mi conosce ha associato l’interesse che nutro da sempre per la condizione femminile al mio intento di capire certe dinamiche dello Stato Islamico. Una lettura che, in effetti, contempla entrambi gli argomenti. C’è la storia personale di Jinan, fuggita fortunosamente dalle prigioni dell’Isis, ma anche dettagli relativi al modo in cui i terroristi dello Stato Islamico vivono la loro “guerra santa” e, soprattutto, all’interpretazione letterale e piuttosto inflessibile delle parole del Corano. La storia di Jinan è stata raccolta e tramutata in testo scritto grazie al report francese Thierry Oberlé il quale ha permesso a questa giovane donna di trasformarsi in una voce capace di essere udita anche in Occidente, una vittima che ha il coraggio di divenire testimone. Jinan combatte così la sua guerra all’Isis.

Jinan è curda di nascita, di religione yazida e di nazionalità irachena. Un mix sufficiente a condannarla, secondo i parametri dell’Isis. Per i fondamentalisti islamici, infatti, essere curdi yazidi è quanto di peggio si possa immaginare. Nella loro “guerra agli infedeli” la minoranza yazida, fedele ad una delle religioni più antiche del mondo, è al primo posto poiché a loro è attribuita la terribile condizione di adoratori di Satana. Quando nel villaggio in cui Jinan vive si diffonde la notizia dell’avvicinarsi dei miliziani dell’Isis, tutti cercano di scappare come possono. Walid, il marito della diciottenne Jinan, si trova in un’altra città per lavorare come manovale in un cantiere edile, per cui è suo suocero Khero a tentare di portare in salvo la famiglia. Salgono tutti su una vecchia auto con qualche provvista ed un kalašnikov sotto il sedile. “Per liberarsi dalla morsa dell’Isis, bisognava aggirare i monti del Sinjar e loro cime così familiari. Il nostro percorso avrebbe dovuto quindi prevedere una deviazione attraverso il Rojava, il Kurdistan siriano, prima di attraversare il fiume Tigri e rientrare nel Kurdistan iracheno a nord, a due passi dal confine turco. Lì, finalmente, avremmo trovato rifugio vicino alla città di Zakho, dove vivono alcuni parenti“. Percorso complicato, senza dubbio. Infatti il progetto di fuga fallisce quando il convoglio in fuga viene bloccato dai jihadisti. Tutti vengono fatti prigionieri. Jinan, come tutte le altre donne più giovani e più carine, diventa carne in vendita.

Per diversi giorni Jinan viene sballottolata, con numerose altre compagne, da un posto all’altro. Poi, arrivate presso una moschea di Mosul, le donne vengono ammassate in una grande casa. I miliziani le scrutano con occhi avidi: “Quella ha le tette grosse, ma io voglio una yazidi con gli occhi azzurri e la pelle chiara. Sono le migliori, a quanto si dice. Sono pronto a pagare il prezzo necessario. Se Dio vuole, ne troverò una“. Le donne sono bottino di guerra e, per come i jihadisti intendono le leggi dell’Islam, il bottino di guerra va spartito e smistato tra combattenti. Dei compratori di donne valutano la merce mentre altri miliziani iniziano fin da subito la loro opera di conversione forzata alla religione di Maometto. Jinan è venduta come le altre. “Non sono più una donna sposata, ma una schiava. I miei padroni sono seduti davanti a me, a bordo dell’auto che mi conduce verso un’esistenza da reclusa. Stiamo correndo su una strada di campagna lunga, dritta e deserta. Il contachilometri segna invariabilmente 160 chilometri all’ora. Abu Anas preme sull’acceleratore, mentre Abu Omar sgrana il rosario. Durante il tragitto, chiacchierano senza mai rivolgermi la parola. Rannicchiata sul sedile posteriore, non esisto“.

Nella villa-prigione in cui Jinan viene condotta ci sono numerose altre schiave. La loro quotidianità diviene la quotidianità di Jinan. Oltre a dover pulire e cucinare per i due padroni e per altri miliziani che vivono nelle vicinanze, le ragazze vengono ripetutamente indotte alla conversione. Per gli yazidi rinunciare alla propria fede corrisponde a morire per cui di fronte al loro rifiuto di professare fedeltà all’Islam, i jihadisti le insultano, le picchiano e le seviziano. “Branco di stupide! L’Islam è la religione del diritto e della giustizia. Dimenticate le vostre assurde credenze primitive, la vostra educazione di miscredenti. Dovete pregare! Dovete diventare brave musulmane!“. L’opera di convincimento procede quotidianamente con torture ed abusi tanto che qualcuna, nonostante l’iniziale intento, non riesce a resistere ed accetta di pregare secondo le regole islamiche. Ovviamente, di tanto in tanto, i due padroni scelgono una delle ragazze per violentarla. Per sua fortuna Jinan, che pure ha subito torture e varie violenze, non è tra queste.

Il racconto di Jinan è autentico, dettagliato e crudele. Alcuni passaggi, inevitabilmente, fanno rabbrividire ma, nel contempo, rendono perfettamente la misura della brutalità con la quale i membri dell’Isis gestiscono le azioni di una guerra che per loro ha una valenza di totale sacralità. Azioni che, ovviamente, non contemplano né pietà né alcuna traccia di umanità. La voce di Jinan è la voce di una vittima, di una giovane donna che ha molti più anni dei suoi vent’anni e che, al contrario di molte schiave dell’Isis, è riuscita a fuggire fortunosamente dalla prigione nella quale era stata rinchiusa. Jinan, inoltre, ha trovato il coraggio di parlare e, soprattutto, ha trovato il sostegno e l’amore di suo marito e della sua famiglia. Molte altre ragazze come lei, dopo essere sopravvissute a violenze e stupri, sono considerate portatrici di un’infamia incancellabile: “se cercano di insozzarti – dicono le vecchie che recitano il codice d’onore – ucciditi, morirai lavando così il nome della famiglia e della tua vergogna“. La storia degli Yazidi conta più di settanta genocidi. Quello compiuto dall’Isis si va a sommare ai tanti altri avvenuti prima ma grazie alle voci di Jinan e di altri testimoni, questa volta lo sterminio potrebbe essere fermato perché la comunità internazionale può prendere atto di quel che accade e fondare una nazione Yazida da far nascere sotto protezione internazionale.

Edizione esaminata e brevi note

Jinan è nata il 7 gennaio 1996 a Navdashte, villaggio che si trova ai piedi del monte Sinjar, montagna sacra Yazida, al confine tra Iraq e Siria. Jinan è la prima di cinque figli nati dall’unione tra il contadino Jalal e Kortié. Nel 2010 suo padre si arruola nell’esercito iracheno. Jinan viene mandata a scuola fino a 14 anni. Vorrebbe continuare ma Jalal si oppone fermamente. A 15 anni conosce Walid, l’uomo che sposerà andando contro il volere dei suoi genitori che avevano previsto per lei un matrimonio con un lontano cugino. Nell’agosto del 2014, durante un’incursione dell’Isis, Janin è stata rapita insieme a numerose altre donne del villaggio. Rimarrà schiava dell’Isis per undici settimane ma, grazie ad una serie di espedienti e molto coraggio, riesce a fuggire insieme alle altre prigioniere. Potrà riunirsi ai suoi familiari coi quali vive in un campo profughi nel Kurdistan iracheno.

Thierry Oberlé è un report che lavora dal 1997 per “Le Figaro”. E’ un profondo conoscitore del terrorismo islamico. E’ autore del saggio “Notre guerre secrète au Mali”, scritto in collaborazione con Isabelle Lasserre e di “Esclave de Daesh”, pubblicato in Italia da Garzanti con il titolo di “Schiava dell’Isis”.

Jinan, “Schiava dell’Isis“, Garzanti, Milano, 2016. Con Thierry Oberlé. Prefazione di Barbara Stefanelli. Traduzione di Giuseppe Maugeri. Titolo originale “Esclave de Daech” (2015).

Pagine Internet su Thierry Oberlé: France Culture / Twitter / Babelio