Schiavulli Barbara

Le farfalle non muoiono in cielo

Pubblicato il: 16 luglio 2012

Chi non sapesse nulla di Barbara Schiavulli e leggesse “Le farfalle non muoiono in cielo” può facilmente intuire che ci troviamo di fronte alla penna di una cronista di guerra. Una donna che possiede una discreta confidenza con i conflitti e ne conosce gli aspetti più tragici e contorti. Gli attentati, in numerosi Paesi del Medio Oriente (e non solo), sono pane quotidiano. La pratica di “attentare” la vita di persone innocenti, purtroppo, è uno degli strumenti messi in atto per combattere il nemico.

Israele e Palestina. Entità che sembrano costrette ad una guerra che pare infinita. Ragazzi nati e cresciuti durante un conflitto che non si placa e che vengono “educati” all’odio cieco e smisurato. E sono proprio due ragazzi i protagonisti del breve romanzo “Le farfalle non muoiono in cielo”. Due ragazzi che incarnano e simboleggiano i due popoli, le due forze contrapposte. La ragazza si chiama Arin ed un’adolescente palestinese che sale su un autobus con una cintura piena di esplosivo pronta a deflagrare e ad uccidere chiunque si trovi nei paraggi. Il giovane, invece, si chiama Daniel ed è un soldato israeliano che si trova per caso sullo stesso pullman di Arin: sta raggiungendo degli amici per festeggiare il suo compleanno. Ma su quell’autobus, oltre ad Arin, c’è anche un altro ragazzino kamikaze, Majed. Ed è proprio lui che, giunti ad una fermata nei pressi di un centro commerciale, scende e dopo qualche metro percorso tra la folla si lascia saltare in aria: “L’esplosione fu così forte che sembrò che il mondo intero avesse smesso di girare. La fermata saltò in aria in un fragore che lacerò l’aria. Due secondi in cui l’universo si sbriciolò intorno al centro commerciale. Perfino il cielo diventò grigio, cosparso di fumo, di detriti, di roba che volava. Poi scese un profondo silenzio. E ci fu un altro scoppio. Più lieve, più umano, più doloroso. Era la voce dei feriti che urlavano. Le grida dei terrorizzati. Era la gente. Era quel suono che cresceva dal profondo e inondava l’atmosfera. Era l’orrore che saliva dallo stomaco e usciva attraverso la gola. C’era sangue dappertutto, sui muri, sui vetri, sulle facce dei sopravvissuti. Tutti erano immobili, paralizzati, c’erano solo quell’urlo e quelle bocche spalancate“.

Quando il giovane soldato israeliano si avvicina ad Arin per spingerla a scendere e a mettersi in salvo, capisce che la ragazza è lì per compiere un altro pezzo della stessa strage. “Arin non rispose e lui si voltò verso di lei. I loro sguardi s’incontrarono. Uno sguardo lungo. Troppo lungo. Lei vide lo sgomento del soldato. Lui vide quello che non aveva notato prima, la chiusura lampo del giubbotto che le stringeva il collo. La prese per le spalle e sentì sotto le dita lo spessore delle cinghie“. Se Arin avesse tirato la leva di quel giubbotto molte altre vittime si sarebbero sommate a quelle appena fatte da Majed. Inizia così una sorta di corpo a corpo tra l’israeliano e la palestinese. Lui la blocca con le braccia ed il corpo, lei che non riesce a muoversi forzata da quella pressione. Una vicinanza che diventa più grande e potente di ogni aspettativa. I due non sanno cosa fare ed inizia uno scambio di parole in cui si riversa tutto l’odio e il disprezzo di cui entrambi i ragazzi sono portatori. Recriminazioni e decenni di morti innocenti, da una parte e dall’altra: “Siete voi che fate morire i malati ai posti di blocco. Siete voi che torturate e uccidete i nostri fratelli. Siete voi che ci rubate la nostra terra, abbattete le nostre case, cacciate le nostre famiglie, sparate contro i pescatori. Impedite alla gente di andare a scuola e di lavorare. E ora dimmi soldato, chi è il vigliacco?“. Dall’altra parte: “Voi ci volete sterminare. Voi ammazzate gente innocente mentre fa la spesa o va in giro in macchina o si diverte durante una festa. Siete voi che vi insinuate nella nostra vita e ci terrorizzate. E sai che ti dico, anche se adesso saltiamo in aria non cambierà niente. Domani ci saranno i funerali sia da noi che da voi. Poi distruggeremo la tua casa. Arresteremo i tuoi fratelli e tua madre morirà di dolore. Come le madri di quei bambini che il tuo amico ha appena ucciso. E tutto questo non cambierà niente. Sei solo una stupida“. Alla fine Arin sceglie di arrendersi.

Un salto temporale di tre decenni, quelli che la ragazza trascorre in carcere, separa quel soldato da Arin. La Schiavulli, come in un film, ci porta in un tempo più vicino, quello in cui Arin ha scelto di chiamarsi Aisha e di diventare un’altra persona. Ora fa la pittrice, un’arte che ha scelto di studiare durante gli anni della prigionia, e si ritrova nella città in cui tanti anni prima era avvenuto tutto per partecipare ad una conferenza sugli anni del conflitto. Poco prima di iniziare l’incontro, la donna si imbatte in un uomo che dice di essere uno psichiatra. Lui non è altri che Daniel il quale capisce di trovarsi di fronte ad Arin dopo averle parlato per un po’. La conferenza, quindi, diviene un espediente per poter mettere in luce tutte le sfaccettature di un conflitto senza fine.

Barbara Schiavulli, nella “Conclusione” del suo romanzo, è molto esplicita e pessimista: “Sono una che è assolutamente contraria alla violenza e che crede fortemente che Israele e Palestina non saranno mai in grado di mettersi d’accordo da soli. Né oggi, né fra trent’anni, quando a governare ci saranno i ragazzini di oggi, che sicuramente, da una parte e dall’altra, non godono di un ambiente positivo in cui crescere“. Una consapevolezza amara ma estremamente concreta che, evidentemente, nasce dai fatti che ha vissuto in prima persona. La giornalista e scrittrice ha cercato di immaginare un dialogo tra una palestinese e un israeliano perché, spiega, “non si rispondono tra di loro, ma ognuno per sé” e quindi, alla fine, non comunicano mai. La sua scrittura è veloce e serrata, quindi gode di quell’immediatezza e di quella agilità che apprezzo sempre. La narrazione si appoggia a vicende collaterali che, forse, hanno una proporzione a mio avviso inadeguata rispetto alla vicenda principale ma, alla fine, “Le farfalle non muoiono in cielo” si è rivelata una lettura gradevole ed interessante.

Edizione esaminata e brevi note

Barbara Schiavulli è nata a Roma nel 1972. Ha studiato lingue orientali a Venezia ed è divenuta una giornalista e reporter di guerra. Scrive e collabora con diverse testate giornalistiche, programmi radiofonici e televisivi. Ha seguito i conflitti israelo-palestinese, afgano ed iracheno. E’ autrice de “Le farfalle non muoiono in cielo”, edito da La Meridiana nel 2005, e “Guerra e guerra. Una testimonianza” pubblicato per Garzanti nel 2009.

Barbara Schiavulli, “Le farfalle non muoiono in cielo“, Edizioni La Meridiana, Molfetta (BA), 2005.

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