Ricapito Francesco

Reportage dalla Tunisia: Viaggio nel Cuore del Paese – Parte 3 – Chott el-Djerid – Douz

Pubblicato il: 27 dicembre 2014

Mappa Tunisia

Douz, lunedì 18 agosto 2014 Ore 23:56

Il caldo del deserto che, nonostante l’ombra delle palme, arriva fino al nostro bungalow, ci sveglia abbastanza presto. L’agenzia con cui ieri abbiamo prenotato una visita organizzata ci ha detto che l’autista sarebbe venuto a prenderci alle dieci davanti al camping, abbiamo quindi tempo per la colazione e per farci una camminata tra le palmeraie. Nel prezzo del camping non è compresa la colazione, andiamo quindi in un bar vicino. Memore del caffè del giorno prima decido di astenermi dal prenderne uno e ripiego su un tè, Zoe invece se non beve caffè la mattina non riesce a svegliarsi e quindi ne ordina uno. Finita la colazione prendiamo una delle strade che iniziano perpendicolarmente alla zona turistica e che portano alle palmeraie. La strada principale, che percorriamo, è asfaltata e su entrambi i lati corrono recinti di frasche secche di palma, che delimitano i vari appezzamenti di terreno.

Alcune strade sterrate laterali portano all’interno di questi appezzamenti. Ne percorriamo una e ci ritroviamo in un piccolo spazio tra le palme che sembra essere adibito a campeggio per gli agricoltori: una specie di lenzuolo teso tra i tronchi, sotto al quale si trova qualche tappeto, funge da riparo. Per terra ci sono i segni di un focolare, qualche tanica e alcuni utensili. Sono un po’ nervoso all’idea di aggirarmi per un terreno privato senza permesso, ma le ragazze sembrano rilassate e quindi c’inoltriamo tra le palme. Troviamo una specie di sentiero e ci sembra quasi di essere in una giungla, vediamo pure qualche pianta dai bei fiori colorati. Scopriamo che uno di questi contiene una piccola banana. Nastia la raccoglie e la sbuccia. Proviamo tutti ad assaggiarla, ma il sapore è disgustoso. Quando comincio a pensare che ci siamo persi intravediamo un recinto che segna la fine dell’appezzamento, uscendo ci ritroviamo su una stretta strada sterrata. L’impressione è quella di essere in una località balneare, ci si aspetta di vedere dopo la prima curva una bella spiaggia e invece si è circondati da chilometri e chilometri di deserto. Ormai è tempo di ritornare verso il camping. Mentre camminiamo Zoe mi tira un dattero direttamente in testa e ciò scatena una guerra lampo di cinque minuti in cui i proiettili sono appunto i datteri. Dopo che un mio dattero passa fischiando a pochi millimetri dall’orecchio di Nastia decidiamo di firmare un “cessate il fuoco”, che però viene occasionalmente violato lungo la via del ritorno. Non percorriamo la stessa strada dell’andata e stavolta passiamo per un agglomerato di case che si trova tra le palme. Vediamo molte giovani donne con bambini, che ci guardano con stupore e curiosità, un paio di questi bambini ci urlano un “Hello!”. Quando arriviamo sulla strada della “zone touristique”, ritroviamo uno dei tunisini che abbiamo conosciuto il giorno precedente. Costui già ieri, dopo aver scoperto che sono italiano, mi aveva intrattenuto a lungo mio malgrado raccontandomi, in italiano, della sua vita e dei suoi numerosi amici. Oggi la storia e la logorrea sono le stesse. In verità sembra essere una persona molto gentile, onesta e piacevole, però abbiamo un autista che ci aspetta e quindi con questa scusa riusciamo a sbrigarcela abbastanza rapidamente. Il nostro autista arriva puntuale alle dieci: si tratta di un uomo sulla trentina, non grasso, ma dalla faccia paffuta, la pelle è abbastanza scura e denota origini berbere, parla inglese e quindi possiamo chiacchierare un po’, ma per fortuna non è uno di quegli autisti che vogliono fare amicizia a tutti i costi. La nostra vettura è una Toyota 4×4 bianca assai grande. La prima meta della nostra gita è una vecchia moschea poco fuori Tozeur. Si trova in uno spiazzo tra le palme e ha lo stesso stile degli edifici della Medina: mattoni a vista di colore beige chiaro molto simile a quello della sabbia.

Intorno alla moschea ci sono le rovine, purtroppo piene di rifiuti, di altri vecchi edifici. In generale il problema della spazzatura è comune a tutta la Tunisia e, parlando con gente locale, abbiamo scoperto che la questione è sorta dopo la deposizione del dittatore Ben Alì un paio d’anni fa. Questo è forse uno dei motivi per cui se chiedete in giro, molte persone vi diranno che si stava meglio con Ben Alì, c’era meno libertà di espressione, ma almeno il paese funzionava di più. La nostra seconda meta è un po’ più lontana, dobbiamo avvicinarci a Chott el-Djerid, il grande lago salato che sarà la nostra terza destinazione. Poco prima dell’arrivo giriamo a sinistra verso un piccolo villaggio dall’aspetto abbastanza desolato. Per strada si vedono poche persone e non è un caso: sono ormai quasi le undici e la temperature qui spesso arrivano a cinquanta gradi. Perfino le numerose capre che pascolano vicino alle case ora si sono raggruppate nelle zone d’ombra. Davanti a noi vediamo delle montagne totalmente spoglie. Il nostro autista ci porta in quella direzione, la strada diventa sempre più stretta e, quando arriviamo alle pendici delle montagne, s’infila in una strettissima strada sterrata, che sale vertiginosamente verso l’alto. Il ciglio presenta numerosi segni di cedimento e in un paio di occasioni mi ritrovo a stringere fin troppo saldamente la maniglia della portiera. Alla fine del percorso troviamo una piccola moschea, costruita su una minuscola zona pianeggiante sul bordo di un canyon. Un vento rovente arriva dal lago salato, il paesaggio è veramente stupefacente, il canalone e le rocce circostanti sono tutti dello stesso colore beige chiaro e le stratificazioni delle rocce sono molto ben definite.

In lontananza vediamo la grande distesa piatta e bianca del lago salato attorno a cui corrono le zone più esterne delle palmeraie. Restiamo qualche minuto in silenzio ad osservare ammirati questo spettacolo, poi l’autista ci fa segno che è tempo di andare. Ridiscendiamo dalla montagna e ripassiamo per il piccolo paese, quando raggiugiamo la strada principale giriamo a sinistra e entriamo così in Chott el-Djerid: geograficamente parlando si tratta di una depressione lunga duecentocinquanta chilometri e larga venti per un totale di cinquemila chilometri quadrati di superficie. Il terreno è completamente ricoperto di cristalli di sale, che emerge in superficie durante le rare piogge. Data l’alta temperatura, l’acqua piovana evapora rapidamente facendo cristallizzare il sale. Una lunga strada costruita su un terrapieno e completamente dritta collega Tozeur a Kibili. La sensazione che si prova mentre si vedono le rassicuranti e verdi palme allontanarsi è di entrare in un sogno. Se a sinistra si possono ancora vedere le montagne in lontananza, a destra non c’è niente, un vuoto assoluto, non ci sono nemmeno dune o altri rilievi, tutta la superficie è piatta e si estende a perdita d’occhio. Ai bordi del terrapieno corrono strisce di cristalli di sale dal colore rosa, che rendono l’atmosfera ancora più bizzarra. Ci fermiamo per fare delle foto, non vediamo altri veicoli oltre al nostro e la strada perfettamente dritta viene interrotta solo dalla linea dell’orizzonte. Dopo essere ripartiti percorriamo qualche chilometro, all’improvviso l’autista sterza bruscamente a destra, esce dalla strada e percorre un altro chilometro. Arriviamo nei pressi di un vecchio autobus lasciato in mezzo al nulla.

L’autista ci spiega che è stato usato per girare un film e che poi è stato abbandonato, oggi rappresenta una delle principali attrazioni turistiche della zona. Ormai non ha più né gomme né cerchioni, tutti i vetri sono stati rotti e tutti i sedili rimossi, in pratica rimangono il telaio e le parti in metallo. Nel complesso si tratta solo di un rottame, ma fa quasi piacere vedere qualcosa nel mezzo di questo vuoto e, anche se si tratta fondamentalmente di un rifiuto, s’inserisce molto bene nel paesaggio. Zoe decide di salire sul tetto arrugginito, vedendo che regge io e Nastia la seguiamo. Il paesaggio non cambia molto da quella posizione, vuoto in ogni direzione, ormai anche le palme di Tozeur sono appena visibili all’orizzonte. Il caldo non è così opprimente, ma ci si sente leggermente storditi da tutto questo enorme vuoto, si teme di allontanarsi troppo dalla macchina per paura che sparisca o che si tramuti in un miraggio. Il terreno presenta un sottile strato di sale sotto al quale si trova una sabbia leggermente umida, che si attacca facilmente alle suole delle scarpe. Vorremmo restare di più in questo luogo onirico, surreale, ma l’autista ci fa cenno di andare e ci fa capire che, per chi non è abituato, non è prudente rimanere qui troppo a lungo per il rischio d’insolazione. Con la sensazione di risvegliarci lentamente da un sogno particolarmente bizzarro, ritorniamo verso Tozeur. L’autista ci saluta e ci lascia davanti al nostro camping. Ancora un po’ storditi da quest’esperienza ci sediamo per qualche minuto per mangiare qualcosa. Quando partiamo dal camping sono circa le quattordici, ci dirigiamo verso la stazione dei louage: prossima destinazione Douz, un’altra oasi, dove speriamo di riuscire a trovare un modo per passare la notte nel deserto. Arrivati alla stazione vediamo che è quasi completamente vuota, i pochi autisti presenti ci dicono che per oggi non ci sono più louage, tuttavia c’è un autobus in partenza alle sedici diretto a Kebili, una cittadina a pochi chilometri da Douz. Il caldo è soffocante e decidiamo di ingannare l’attesa rifugiandoci in un bar dotato di aria condizionata. Quando torniamo alla stazione degli autobus vediamo che ci sono già altre persone in attesa. Ci sediamo sul marciapiede all’ombra di una tettoia e aspettiamo boccheggiando. L’autobus arriva abbastanza puntuale per gli standard tunisini, si tratta di un vecchio modello ancora con le marce manuali e in buona parte ricoperto di sabbia. Le persone si accalcano alle entrate per avere i posti migliori, Nastia con uno scatto fulmineo riesce a prendercene tre nel retro. La pulizia all’interno dell’autobus è la stessa che c’è all’esterno e cioè quasi nulla, il mio sedile è pure rotto e devo stare attento a non scivolare in avanti. Buona parte dei passeggeri ci guarda incuriositi, in particolare quando ci sentono parlare in inglese. Tra Tozeur e Kebili ci sono circa centoventi chilometri, la strada da percorrere è quella che passa per il lago salato e che abbiamo già visto stamattina. Anche stavolta non appena l’autobus comincia a percorrere quella lunga strada dritta abbiamo l’impressione di cadere in un sogno. L’aria rovente che arriva dai finestrini aperti ci fa capire che, nonostante sia pomeriggio inoltrato, il caldo è ancora intenso. Tutti e tre veniamo presi da un improvviso attacco di sonno. Io cerco di resistere e di tenere gli occhi aperti, perché mi sento colpevole a dormire mentre mi trovo in un posto così singolare. Proprio mentre sto per cedere al sonno, l’autista si ferma a quella che sembra una stazione di servizio nel bel mezzo del nulla: un paio di basse case dal tetto piatto e coperte da tappeti sono affiancate da un altro edificio in cui si trovano i bagni.

Per chi vuole c’è la possibilità di acquistare dei souvenir, l’atmosfera è veramente surreale e viene voglia di pizzicarci per essere sicuri di non stare dormendo. Il viaggio dure circa due ore e mezza, una volta superato il lago salato attraversiamo qualche sperduto paese dall’aspetto abbandonato. Il numero di persone che si vedono per strada è quasi nullo e, quando stiamo per arrivare a Kebili, comincio a cercare con lo sguardo qualche albergo o qualche struttura turistica. Non vedo nulla di tutto ciò e, una volta scesi nella piazza principale non sappiamo da che parte andare e cosa fare. Chiedo ad un passante dove si trova la stazione dei louage e ce la indica, per fortuna non è molto lontana. Quando arriviamo ci dicono che i louage per Douz partono da un’altra stazione a dieci minuti di cammino. Passiamo per quella che sembra essere la Medina, dove anche in questo caso tutti ci guardano con espressioni stupite. Arriviamo ad un’altra piazzetta dove vediamo un paio di louage in attesa: chiediamo al guidatore ed è il posto giusto. Al centro della piazzetta c’è una fontana non funzionante con al centro una specie di scultura con tentacoli, che sembra non avere nessun motivo di trovarsi là. Aspettiamo venti minuti e poi il louage si riempie, in poco più di mezz’ora percorriamo i trenta chilometri che separano Douz da Kebili. All’esterno la quantità di sabbia che vediamo aumenta esponenzialmente, ci stiamo nuovamente avvicinando ai limiti del deserto.

Douz, conosciuta anche come “la porta del Sahara”, era in passato un centro fondamentale per le carovane, che la usavano come zona di sosta. Oggi è uno dei principali punti di partenza per le escursioni turistiche nel deserto. Capiamo subito che le occasioni non mancheranno: non appena scendiamo dal louage un ragazzo ci avvicina e ci propone una notte nel deserto con gita su dromedario e cena inclusa. Istintivamente rifiutiamo, abbiamo infatti deciso che prima di considerare eventuali offerte è più prudente andare nella zona turistica. Per questo prendiamo un taxi, lo paghiamo la bellezza di cinque dinari tunisini (circa due euro e mezzo), uno sproposito per gli standard locali, e già questo ci fa capire che siamo in un luogo più abituato ai turisti. Il taxi ci lascia ad un incrocio deserto da dove vediamo solo un paio di grandi hotel di lusso ed un bar dall’aspetto tristissimo. Ci avviciniamo al bar per prendere dell’acqua e ci guardiamo a vicenda stupiti e smarriti non sapendo bene cosa fare. In verità non sapevamo cosa aspettarci di trovare a Douz, non avevamo un piano preciso, di certo però non pensavamo di finire nel mezzo di questo nulla. Quando ci stiamo quasi rassegnando a tornare in centro per trovare un albergo, arriva la nostra occasione: il barista, vedendo noi poveri turisti smarriti all’evidente ricerca di qualcosa, ha chiamato un suo amico, un giovane sui venticinque, dalla pelle abbastanza scura per gli standard tunisini e che porta una bandana nera, il quale senza tanti preamboli ci propone il suo programma: gita in cammello, cena e notte in un camping in mezzo al deserto e infine trasporto in macchina il giorno successivo fino al centro di Douz. Nastia e Zoe sembrano entusiaste, io invece sono dubbioso: costui potrebbe benissimo portarci nel deserto e poi lasciarci là dopo averci preso zaini e tutto. Il ragazzo dice di chiamarsi Salvatore, parla un po’ di italiano e pure un po’ di russo, non vuole dirci il prezzo di questa gita e insiste per portarci in uno degli alberghi là vicino per sederci e parlare con calma. C’incamminiamo verso quello che sembra un albergo di lusso a cinque stelle appena costruito, Salvatore fa un cenno alle guardie all’esterno e, come se nulla fosse, entriamo con lui nella hall dell’albergo, dove ci sediamo ad un tavolino. Qui con calma ci rispiega il programma e alla fine ci propone il prezzo di quaranta dinari a testa (venti euro circa). Ci sembra ragionevole e accettiamo. Salvatore allora si mette a chiamare un suo amico per organizzare tutto. Mentre aspettiamo vediamo numerosi ospiti dell’albergo che si preparano per una gita nel deserto: intere famiglie, i cui componenti sono spesso in sovrappeso, si apprestano a un’esotica gita in cammello che racconteranno a tutti gli amici, ad ognuno viene fornita una sciarpa e un vestito tradizionale, quasi come se fosse Carnevale. Nell’attesa che chiamino Salvatore per dirgli che i dromedari sono pronti, conversiamo un po’ con lui, che però sembra particolarmente interessato a Nastia: è risaputo che gli arabi hanno una passione per le bionde. Il nostro nuovo amico cerca di stupire Nastia con qualche parola in russo, ma lei, pur sorridendo accondiscendente, non sembra interessata alle sue attenzioni. Alla fine Salvatore ci fa cenno che è ora di andare, usciamo e saliamo sull’auto di un suo amico, che ci porta a quello che sembra il punto di partenza di tutte le gite con i dromedari. Ci sono almeno un centinaio di questi animali legati in file di quattro o cinque su cui vengono fatti salire i turisti. Ogni piccola carovana è preceduta da una guida locale. La nostra è un vecchio uomo con una camicia blu e una sciarpa bianca legata intorno alla testa a mo’ di turbante.

I dromedari ci aspettano pacifici seduti per terra, io prendo il primo, Zoe il secondo e Nastia il terzo. C’è vento e quindi, oltre alle sciarpe, ci mettiamo pure gli occhiali da sole per proteggere gli occhi dalla sabbia. Una volta che siamo tutti e tre sui nostri dromedari, la guida fa uno strano verso con la bocca e il mio dromedario si alza bruscamente, seguito dagli altri due. Non è un caso se i dromedari vengono chiamati “navi del deserto”: la sensazione è proprio quella di trovarsi su una barca in mezzo al mare. In principio non sembra così scomodo, ma già dopo dieci minuti si comincia a sentire qualche ammaccatura sul posteriore e, se si è maschi, anche da qualche altra parte. L’istinto porta a stringere le gambe intorno al torace del dromedario per paura di cadere e questo crea un afflusso di acido lattico verso le cosce, che dopo un po’ si traduce in un tremolio indisciplinato dei muscoli. Zoe sembra la persona più felice del mondo sul suo dromedario, Nastia pare un po’ più preoccupata. Ormai il sole sta tramontando, ci dirigiamo a destra di un’oasi a tre o quattro chilometri di distanza. Il dromedario di Zoe ogni tanto si affianca al mio e sembra volermi sorpassare, il mio per tutta risposta si piega regolarmente in avanti per afferrare qualche raro ciuffo d’erba dal terreno. Tiro fuori la macchina fotografica, ma fare foto perfettamente dritte da un dromedario è un’impresa decisamente difficile e l’unica alternativa è farne tante finché la legge dei grandi numeri non farà in modo che almeno qualcuna sia dritta. Superiamo, come fosse una montagna russa, qualche piccola duna. Dopo circa quaranta minuti la guida si ferma e ci fa scendere per una breve sosta. Ormai è quasi buio, ma riesco comunque a fare qualche ultima foto. Il mio dromedario all’improvviso comincia a rotolarsi allegro e beato nella sabbia, appoggiandosi senza tanti complimenti sul mio zaino che era legato su un suo fianco. Zoe afferma che ognuno ha il dromedario che si merita. Dopo essere ripartiti percorriamo ancora mezzo chilometro prima di arrivare al camping, che si trova sulla destra dell’oasi ed è composto da un paio di bassi edifici, uno con la cucina e una sala da pranzo, l’altro con i bagni e le docce e da quattro tende berbere con quattro letti ciascuna. Intorno al camping corre un recinto ormai quasi del tutto sommerso dalla sabbia, l’impressione generale è che si tratti di un posto abbandonato, l’unica traccia della presenza umana è una fioca luce che esce dalle finestre della cucina. La nostra guida ci fa scendere, ci saluta e se ne va. Un uomo con un lungo vestito tradizionale esce dalla cucina, provo a parlargli in francese, ma non mi risponde, ci fa cenno di seguirlo e ci porta alle tende, ci mostra la nostra. A quanto pare per questa notte siamo gli unici ospiti. Approfittiamo degli ultimi raggi di luce per uscire dal recinto del camping e sederci in silenzio sulla sabbia ancora calda ad osservare il paesaggio. Le prime stelle brillano già e si ode solo il vento passare tra i rami secchi dei radi cespugli. Quando è ormai buio decidiamo di approfittare delle docce. L’uomo che ci ha mostrato le tende ci ha acceso un paio di candele nei bagni dal momento che non c’è corrente elettrica. Sono alquanto sorpreso dal fatto che ci si possa fare una doccia nel mezzo del deserto e rimango meravigliato quando scopro che l’esigua quantità d’acqua della doccia è salata. Una volta che siamo tutti e tre freschi e puliti, ci sediamo al tavolo posto sotto la tettoia davanti alla porta della cucina. Siamo affamati e Salvatore ci aveva detto che nel programma era prevista anche la cena. Dopo circa venti minuti Salvatore arriva in macchina con un amico, c’è infatti una strada sterrata che collega il camping alla vicina oasi, con sé ha pure una borsa-frigo. Subito si siede vicino a Nastia e ci chiede com’è andato il nostro giro in dromedario. Finalmente ci viene servita la cena, prima ci viene portata una zuppa rossa abbastanza piccante a base di cipolle e di qualche altra verdura, come secondo piatto arriva un’immancabile cous-cous che qui in Tunisia è il piatto più comune. Tutto è molto buono e mangiamo con gusto, cercando però di non abusare troppo dell’acqua che ci rimane. Meglio essere prudenti. Finita la cena Zoe e Nastia mi dicono che c’è una sorpresa per me. Cerco di indovinare di cosa si tratta, ma non ne ho proprio idea e alla fine mi arrendo. Salvatore allora si avvicina con la borsa-frigo e ce ne svela il contenuto: due bottiglie di vino e tre lattine di birra. Non so bene come e quando, ma Zoe, dopo aver deciso che dovevamo celebrare a dovere la nostra ultima notte di viaggio, di nascosto ha chiesto a Salvatore se poteva portarci qualcosa da bere. In verità sospetto che entrambe abbiano voluto ringraziarmi a modo loro per aver avuto la bella pensata di venire qui invece di visitare la costa. Insieme alla borsa-frigo ci spostiamo là vicino, sul ciglio di una piccola duna, ci sediamo per terra e apriamo la prima bottiglia: un vino bianco tunisino di discutibile qualità, ma in che quel momento sembra il vino migliore del mondo. Sopra di noi il cielo è uno spettacolo straordinario: non ci sono luci artificiali nel raggio di chilometri e il numero di stelle visibili è infinito, perfino la Via Lattea è incredibilmente nitida. Con calma finiamo la prima bottiglia, Salvatore comincia ad essere fastidioso nel suo tentativo di far colpo su Nastia, decidiamo allora di far finta di andare a letto, ma portiamo con noi l’altra bottiglia di vino e le birre. Come avevamo già deciso di fare appena arrivati, prendiamo due materassi dalle tende e li piazziamo all’aperto, ci sistemiamo comodi e apriamo la seconda bottiglia di vino. La situazione è veramente bizzarra: siamo solo noi tre, brilli in mezzo al deserto del Sahara in un camping in cui siamo arrivati praticamente per caso a bordo di dromedario, sotto un cielo stupefacente. Non possiamo fare a meno di ridere e di brindare alla nostra avventura. Alla fine della seconda bottiglia di vino sento di avere molto sonno, Zoe invece sembra voler restare sveglia ed è intenta a cercare le costellazioni che conosce. Nastia ogni tanto sparisce e ritorna senza che noi ce ne accorgiamo. Io e Zoe ci apriamo una lattina di birra, mentre Nastia dichiara di essere ubriaca, di essere felice e di voler ballare. Si mette così a saltellare tra le tende. Zoe dichiara: “Houston, abbiamo una Nastia ubriaca”. Varrebbe la pena stare svegli tutta la notte, ma alla fine tutti e tre cediamo al sonno e ci addormentiamo. Spira un vento fresco, non fa caldo ma nemmeno così freddo come mi aspettavo, le lenzuola che abbiamo trovato nella tenda bastano per tenerci al caldo. Zoe e Nastia si distendono ai miei lati e così io mi ritrovo con capelli in faccia da ogni parte in cui mi giri.

Per approfondire:

http://it.wikipedia.org/wiki/Chott_el-Jerid

http://it.wikipedia.org/wiki/Douz

Francesco Ricapito, Dicembre 2014