Ricapito Francesco

Reportage dal Senegal: Saint-Louis e la Langue de Barbarie – Parte 1

Pubblicato il: 26 dicembre 2016

Introduzione

Essere volontario del servizio civile non ti lascia troppo tempo libero per viaggiare. Gli impegni sono tanti, le cose da fare ancora di più e le giornate sembrano non bastare mai.

Mbour, dove ha sede la CPS, presso la quale lavoro, è situata in un’ottima posizione centrale e sono molte le destinazioni che si possono raggiungere per passare un fine settimana.

Ancora freschi di arrivo e in piena fase di adattamento – siamo arrivati solo un mese fa – insieme alle mie colleghe Giada e Lavinia abbiamo deciso di avere bisogno di qualche giorno lontani dai numerosi problemi di tipo lavorativo e così la scelta è caduta proprio su Saint Louis e la vicina Langue de Barbarie la prima è considerata tra le più belle città non solo del Senegal ma di tutta l’Africa occidentale e la seconda è un’affascinante striscia di terra tra il mare e la foce del fiume Senegal. Un viaggio breve, semplice, ma non per questo meno intenso e come sempre ricco d’insegnamenti.

Giorno 1:

Il primo giorno Salvio, il nostro coordinatore, ci lascia al Croisement Saly, l’incrocio tra la Route Nationale 1 e la strada asfaltata che dalla periferia di Mbour porta sulla costa, a Saly. Da questo svincolo partono i taxi collettivi per le città più importanti, tra cui anche Thiès, nostra tappa intermedia.

Una cosa che abbiamo capito subito qui a Mbour è che è difficile non farci notare: tre bianchi, di cui due ragazze, con zaini, borse e l’aria spaesata. Pochi secondi siamo già assaliti dai tassisti: quello che va a Thiès è un tizio piuttosto giovane, ci propone 5000 franchi, il prezzo standard. Non sta provando a fregarci e questo già è un buon segno. La maggior parte delle volte i prezzi per i toubab, come vengono chiamati i bianchi in Senegal, sono più alti e bisogna quindi contrattare per ottenere il prezzo normale o almeno non uno troppo alto.

L’auto è in condizioni piuttosto buone se paragonata alla media locale, anche se il sedile davanti dove mi siedo io è particolarmente basso e mi sembra quasi di essere a livello del terreno. All’interno l’auto è decorata con vari portafortuna, tra cui l’immancabile santino di Cheikh Amadou Bamba: morto nell’ormai lontano 1927, fondatore della confraternita musulmana muride e ancora oggi figura più venerata di tutto il Senegal. Il nostro tassista invece indossa uno sgargiante boubou rosso: questo è un tradizionale vestito maschile composto da pantaloni piuttosto larghi ed una sorta di giacca che arriva alle cosce e a mezze maniche.

Si parte e come al solito il traffico della nationale non lascia scampo a nessuno: oltre ad auto private, autobus e taxi collettivi, il vero problema sono i camion; giganteschi, carichi fino all’inverosimile e spesso in condizioni pietose, trasportano merci lungo tutto il paese e spesso fino in Mali e in Mauritania.

Arrivati al villaggio di Sindia lasciamo la nationale e giriamo a destra, verso l’entroterra. Il paesaggio diventa più ondulato e la vegetazione s’infittisce. Qualche baobab spezza la linea dell’orizzonte, sulla quale s’intravede un grande stabilimento industriale. Anche qui i camion imperversano e oltre a rallentarci sollevano pure quantità impressionanti di polvere. L’aria condizionata in auto non è immaginabile e il caldo ci obbliga a tenere i finestrini aperti con conseguente inalazione forzata della suddetta polvere. Dopo circa mezz’ora entriamo a Thiès, capoluogo dell’omonima regione e terza città più grande del Senegal dopo Dakar e Touba. Il nostro sgargiante tassista ci lascia ad un incrocio, da qui noi proseguiamo fino alla gare routière.

Come in ogni paese del mondo, la zona della stazione è trafficata e brulicante di umanità. Qui però per noi è veramente impossibile non attirare l’attenzione. Siamo gli unici bianchi in vista e così molti passanti ci salutano, i tassisti ci chiedono dove vogliamo andare e i venditori ambulanti arrivano a bizzeffe. Raggiungiamo il parcheggio dei sept place e troviamo quello che va a Saint Louis: i sept place sono il mezzo di trasporto più utilizzato per i viaggi medio lunghi e si tratta di vecchie Peugeot modificate con una seconda fila di sedili dietro a quella originale. Pur non essendo molto veloci sono in genere piuttosto affidabili e soprattutto economici. Il loro problema principale è che la fila aggiuntiva è piuttosto stretta e se si è più alti di un metro e settanta è fisicamente impossibile sedersi in maniera normale. Stavolta per fortuna ci sono ancora posti liberi nella fila centrale.

Lasciamo gli zaini nel bagagliaio e ci sistemiamo, nell’attesa che arrivi qualcun altro per riempire l’auto. Io aspetto fuori, appoggiato alla portiera e naturalmente attiro subito l’attenzione: i primi ad arrivare sono i talibé, uno dei problemi più controversi del Senegal contemporaneo: si tratta di bambini che i genitori affidano ad una daara, una scuola coranica, gestita da un marabout, che poi li manda per le strade a mendicare in modo da mantenere la scuola e loro stessi. Se una volta questa pratica era affiancata da un parallelo insegnamento del Corano da parte del marabout, oggi non è raro che questi bambini vengano sfruttati per altri lavori e anche abusati. Proprio in seguito alla scoperta di abusi in alcune daara, il governo senegalese ha cercato di prendere misure al riguardo ma l’usanza è profondamente radicata nella società e gli interessi economici che toccano la sfera religiosa sono sempre una materia delicata in Senegal. I talibè quindi continuano a scorrazzare per le strade, con i loro vestiti laceri, spesso senza scarpe e con solo dei barattoli di plastica per raccogliere le offerte. Ovviamente i bianchi sono per loro quelli da cui è più facile ottenere qualcosa e quando ne vedono uno arrivano in massa, dimostrando anche una certa insistenza. Dare una moneta al povero bambino africano, impolverato, vestito di stracci e che ti guarda supplichevole viene quasi automatico e doverlo mandare via senza niente sembra veramente terribile. Bisogna però capire che dandogli dei soldi si contribuisce al perpetrarsi del fenomeno e non è nemmeno una garanzia del fatto che si stia aiutando la povera creatura.

Con un paio di talibè al fianco sono preda anche dei venditori ambulanti, volendo uno potrebbe tranquillamente venire a fare la spesa nelle gare routière: mandarini, banane, arachidi, merendine, caffè, sacchettini d’acqua (si l’acqua qui si vende anche in sacchetti), accendini, camicie, fazzoletti, c’è veramente di tutto.

Finalmente arrivano gli ultimi tre passeggeri: un militare, una ragazza molto elegante ed un anziano signore con un lungo vestito bianco ed un cappellino dello stesso colore che sembra uscito da una foto del XIX secolo. Tutti e tre sono oltre il metro e ottanta e devono letteralmente incastrarsi per poter entrare. Il signore in particolare è costretto a tenere le gambe sollevate per la mancanza di spazio, mi fa pena e l’educazione mi direbbe di cedergli il posto, cosa che però non riesco a fare, troppa paura non reggere più di tre ore in quella posizione. Dopo aver caricato due grandi casse, di cui una sul portabagagli, possiamo finalmente partire.

Usciamo dal traffico di Thiès e poi la strada è un lungo e monotono serpente diritto che ogni tanto attraversa qualche centro abitato, regolarmente costellato di dossi, l’unico modo per evitare che gli automobilisti vadano troppo veloci nelle zone più popolate, i semafori infatti non sarebbero rispettati. Ogni tanto l’autista si ferma, per far benzina, per consegnare dei bigliettini ad un tizio lungo la strada che credo sia una specie di controllore e per prendersi qualcosa da mangiare. Ogni volta che ci fermiamo l’auto viene circondata da signore che vendono arachidi, mandarini o sacchettini d’acqua. La loro tattica di marketing è molto interessante: vendono tutte le stesse cose e quindi fanno a gara a chi arriva prima a nostri finestrini e anche se declini l’offerta continuano a sbatterti con insistenza la merce davanti alla faccia, quasi per farti cambiare idea.

Sono quasi duecento i chilometri che separano Thiès da Saint-Louis. Si capisce che stiamo andando verso nord perché il paesaggio diventa man mano più desertico. Non tanto la vegetazione quanto la terra, che passa dal beige della costa ad un rosso più acceso. Anche il caldo sembra più intenso ed essendo io di fianco al finestrino mi sembra quasi di essere davanti ad un phon acceso. Di fianco alla strada corre anche una vecchia ferrovia ormai abbandonata, vecchio lascito coloniale.

Dopo tre ore e mezza senza mai una vera pausa finalmente arriviamo. Ho le gambe addormentate e mi sento pieno di polvere. Il signore dietro di me, che per tutto il viaggio è stato con le gambe sollevate senza dire una parola, esce tranquillamente e si allontana camminando normalmente, è proprio vero che non siamo abituati a certe scomodità.

L’isola di Saint-Louis si trova a qualche chilometro dalla gare routière, ma ci andremo solo domani, oggi vogliamo andare alla Langue des Barberies: una striscia di terra tra l’oceano e la foce del fiume Senegal, creando così una piccola laguna dichiarata Parco Nazionale già dal 1976 per via dei numerosi uccelli che qui vengono a riprodursi.

Troviamo un tassista che come primo prezzo propone la bellezza di dodicimila franchi, circa diciotto euro. Contrattando arriviamo a cinquemila, che sono comunque più del previsto. Percorriamo quindici chilometri verso sud. Il paesaggio si fa improvvisamente più desolato, attraversiamo numerose pozze d’acqua adibite a saline e finalmente arriviamo a destinazione: lo Zebra Bar, un campement, ossia una sorta di campeggio con bungalow, che ci è stato caldamente consigliato dal nostro coordinatore. La casetta che ci danno è effettivamente molto carina e ha pure l’acqua calda. Palme e manghi rendono il campement piacevolmente ombreggiato e a pochi metri c’è la spiaggia che dà sulla laguna.

Senza indugiare ulteriormente ci cambiamo e andiamo a distenderci sulla sabbia. Dall’altra parte della laguna, a poche centinaia di metri c’è la Langue de Barbarie: fino al 2003 questa striscia di terra era effettivamente collegata al continente, poi però venne scavato un canale largo quattro metri che doveva servire a prevenire possibili inondazioni a Saint Louis. Un’idea che si rivelò poi essere pessima: il canale cominciò ad allargarsi a dismisura arrivando a ottocento metri di larghezza, causando l’allagamento di numerosi villaggi e resort turistici, cambiando anche i fragili equilibri dell’ecosistema locale e rendendo quella che una volta era una penisola, una vera e propria isola.

L’acqua non è molto invitante: il terreno è molle e la sabbia scura. Cammino per almeno cinquanta metri e la profondità è ancora solo di mezzo metro. Decido di non proseguire e torno indietro. Sul bagnasciuga si vedono moltissimi granchi, i più numerosi sono i granchi violinisti, facili da riconoscere perché il maschio ha una chela comicamente più grande dell’altra.

Restiamo in panciolle fino al tramonto. Ogni tanto davanti a noi passa una piroga di pescatori, una si ferma a raccogliere le reti gettate probabilmente stamattina. Un paio di cani che giocano tra di loro ci fanno compagnia e nel frattempo dal mare si alza un vento fresco e carico di salsedine che ci fa dimenticare tutta la polvere inalata durante il viaggio.

La cena ha orari molto poco senegalesi, alle diciannove siamo già a tavola. Non è strano se si considera che il campement è gestito da una coppia svizzera. L’essere qui collide un po’ con le nostre idee e soprattutto con il mio ambito di lavoro, quello del turismo sostenibile. Senza cercare scuse, sono convinto che serva conoscere tutti gli aspetti del proprio settore di lavoro e le strutture gestite da espatriati in Senegal sono molto diffuse e soprattutto frequentate. Detto ciò, ci permettiamo l’alterigia di credere di essere dei turisti più consapevoli rispetto alla rumorosa tavolata di francesi di fianco a noi e soprattutto ci scandalizziamo nel vedere che una bottiglia d’acqua qui costa la bellezza di 1500 franchi, circa due euro e mezzo ed il triplo rispetto al prezzo normale.

Il piatto del giorno prevede calamari cotti con verdure lesse. Buono ma non eccezionale. Alle venti abbiamo già terminato e non ci dispiacerebbe andare a letto. Una bambina piuttosto molesta, probabilmente figlia dei gestori, sale in braccio a Giada e ci resta per una buona ora. Io mi allontano e cerco un po’ di quiete disteso su una specie di altalena rotonda appesa a dei rami e da cui si vede un bello scorcio di cielo stellato. Non c’è la luna stasera e si vede perfino la via lattea. Scendo fino alla spiaggia e vicino alla riva, dentro l’acqua vedo minuscole luci intermittenti simili a lucciole. Dapprima penso che si tratti del riflesso delle stelle ma poi capisco che deve essere una qualche specie di pesce. I due cani di questo pomeriggio prima mi fanno compagnia continuando il loro gioco ed urtandomi le gambe di tanto in tanto.

Riusciamo ad arrivare fino alle ventidue e poi cediamo alla stanchezza. Abituati come siamo al nostro rumoroso quartiere di Mbour, sentire solo il suono delle onde ci fa addormentare quasi subito.

Links:

https://en.wikipedia.org/wiki/Langue_de_Barbarie

https://en.wikipedia.org/wiki/Talibe

Francesco Ricapito – Dicembre 2016