Panizza Giacomo

Cattivi maestri

Pubblicato il: 11 giugno 2017

Giacomo Panizza, il prete bresciano che da tanti anni vive in Calabria contrastando la ndrangheta e  rischiando la pelle, non è certamente un sociologo ma, leggendo il suo libro, si capisce che la frequentazione giornaliera di un contesto a dir poco difficile gli ha permesso di comprendere in profondità cosa significa “mentalità mafiosa”. Peraltro parlare di “mentalità” è forse riduttivo: come infatti scrive Goffredo Fofi nella prefazione a “Cattivi maestri”, le cosche, pur con tutto il loro retaggio di ritualità arcaiche, “sanno studiare i mutamenti sociali assai meglio – anche per scopi rigorosamente pratici – di quanto non riescano a fare, oggi, i professori di sociologia” (pp.11). Una capacità di analisi e di azione che è premessa all’esercizio dei “tre pilastri” propri di ogni mafia: la mediazione sociale, l’accumulazione delle ricchezze e l’esercizio del dominio. In questi territori che subiscono una vera e propria colonizzazione da parte delle cosche, le attività solidali di Panizza, raccontate in questo libro, intendono contrastare una socializzazione criminale purtroppo molto diffusa: risvegliare le coscienze presso certi ambienti contigui alla criminalità è interpretato come provocatorio e quindi definire “cattivi maestri” i Pino Puglisi o i Peppino Diana, che hanno mostrato la possibilità di sottrarsi ad un destino di mafia, diventa un paradosso più che comprensibile.

Risveglio delle coscienze che è educazione umana e sociale, approccio del tutto antitetico appunto agli indottrinamenti propri di “un territorio spoglio dei servizi sociali più elementari”: da qui l’impegno per dare sostanza a dimensioni culturali e civiche di ben altro tenore, ovvero “lavorare sebbene disabili, fare politica senza fare un partito, inquadrare la legalità come giustizia e non legalismo” (pp.34).

Anche la citazione evangelica (cf. Luca 12,49-53) è utile per ricordare “come nei paradossi più classici, egli [ndr: Gesù] prevede che l’annuncio dell’amore illimitato di Dio provocherà polemiche e divisioni”. E ancora una volta torna “il significato di ‘cattivi maestri’, che qui si intende a rovescio, ironicamente opposto a come l’intendono coloro che sono interessati più alla conservazione di uno status qui ingiusto e vantaggioso per alcuni, piuttosto che alla ricerca di strade di giustizia valide per tutti” (pp.40).

Un impegno non soltanto pericoloso ma possiamo immaginare anche molto faticoso nel voler contrastare  una mafiosità che “fa il paio con moralismi di basso profilo” e con una cristianità interpretata in maniera del tutto distorta. Non è un caso allora che don Giacomo Panizza abbia voluto citare un altro “cattivo maestro”, il vescovo dom Hélder Câmara, il quale “in un Brasile a economia liberale feroce, spiegava: ‘Quando aiuto i poveri dicono che sono un santo, quando chiedo perché sono poveri dicono che sono un comunista” (pp.47).

Impegno difficile e spesso incompreso questo dei “cattivi maestri”, impegnati in contesti di profonda marginalità, perché, come scrive ancora Panizza, “l’educazione mafiosa si manifesta come educazione totale in cui azioni, senso ed etica assumono le spiegazioni attribuite dai clan, da ritenere esaustive e impermeabili a interpretazioni diverse derivanti alla ragione o dalla religione o dal senso comune” (pp.75). Una pedagogia distorta che ridimensiona alcuni luoghi comuni, in primis l’idea di “un’organizzazione introversa ammantata di omertà”: “la ndrangheta è un’associazione segreta che vuole farsi conoscere da tutti,  poiché non occulta le azioni che compie – nemmeno quando fa sparire qualcuno di lupara bianca – bensì le firma e le comunica lasciando intuire quale clan possa essere il colpevole, e sfida la giustizia statale all’onere della prova” (pp.74).

Di sicuro le cosche nei confronti di don Panizza non si sono mostrate con fare prudente e sottile, pur in presenza di affermazioni ricorrenti, ripetute senza ritegno da cittadini “stranamente” distratti: “a Lamezia la mafia non esiste!” (pp.28). Un sentire, come possiamo leggere in “Cattivi maestri”, condizionato da una diffusa mafiosità culturale e che a volte ha dato luogo a situazioni grottesche. Così un padre, dopo le rimostranze di un preside riguardo suo figlio (“Signore, purtroppo suo figlio a scuole fa il prepotente con gli altri alunni”), ha pensato bene, con sberle ben assestate, di ricordare al pargolo il suo sistema pedagogico: “Che cosa ti ho insegnato io? Che queste cose a scuola non le devi fare!”; precisando: “E’ fuori che le devi fare!” (pp. 70).

Edizione esaminata e brevi note

Giacomo Panizza, prete bresciano che vive in Calabria da oltre trent’anni, ha fondato nel 1976 a Lamezia Terme la comunità «Progetto Sud». È nel mirino delle cosche dal 2002 per essere stato testimone di giustizia contro un clan mafioso e per aver preso in gestione un edificio confiscato. Da allora vive sotto protezione. Per EDB ha pubblicato “La mafia sul collo. L’impegno della Chiesa per la legalità nella pastorale” (2014).

Giacomo Panizza,“Cattivi maestri. La sfida educativa alla pedagogia mafiosa”, EDB (collana “P6 Lapislazzuli”), Bologna 2017, pag. 208. Prefazione di Goffredo Fofi.

Luca Menichetti. Lankenauta, giugno 2017