Lupacchini Otello

Impronte criminali

Pubblicato il: 18 ottobre 2015

Quando è stata scoperchiata la fogna di Mafia Capitale nei comuni cittadini, a quanto pare, ha prevalso innanzitutto lo sconcerto. Poi, com’è normale, è seguita l’indignazione o, in alcuni casi, la difesa d’ufficio dei propri beniamini; ma c’è da credere che davvero molti siano stati presi in contropiede, ignari del cosiddetto “mondo di mezzo” e di tutti i parassiti che il sistema Carminati aveva generato. In realtà gli osservatori più attenti sono sempre stati ben consapevoli che a Roma, ormai da anni, o per meglio dire da decenni, c’è stata un’abnorme crescita del crimine organizzato. Da qui “cruente faide al suo interno, usura, riciclaggio, infiltrazioni di capitali di provenienza illecita, grandi arricchimenti bagnati di sangue”, che hanno finito per modificare la logica e il funzionamento stesso dell’economia legale. Allora si capisce perfettamente perché una delle parole chiave del libro “Impronte criminali” è “sottovalutazione”, con piena consapevolezza che nella Città della “grande bellezza” si tende a metabolizzare tutto e a dimenticare con altrettanta velocità. Otello Lupacchini, l’autore, invece vorrebbe rispondere ad una logica del tutto diversa, dove la conoscenza del passato, soprattutto quella più imbarazzante e turpe, è condizione per poi interpretare correttamente quanto accade nel presente e cosa probabilmente accadrà nel prossimo futuro. Le “impronte” del titolo sono chiaramente quelle dei più celebrati delinquenti che hanno insanguinato Roma negli ultimi cinquant’anni e che, visto quanto accaduto più di recente, sembra proprio abbiano lasciato il segno: un libro che procede per brevi ritratti, una sorta di florilegio disorientante di grandi crimini e di grandi criminali. In poco più di cento pagine il magistrato Lupacchini racconta storie di malavita a dir poco complesse, con protagonisti assassini e fuorilegge che negli anni si alleano, si allontanano e poi si ritrovano per ammazzarsi oppure per allearsi nuovamente. Una narrazione che quindi richiede grande attenzione anche in virtù dello stile dell’autore, non a caso magistrato, caratterizzato da un procedere che non sembra estraneo al linguaggio denso che caratterizza i motivi di fatto contenuti in una sentenza.

Complessità o meno è comunque un dato di fatto che i delinquenti citati da Lupacchini siano innumerevoli, a partire da Vanni Fucci (“Un intrigante personaggio, che di taluni moderni banditi anticipò le gesta”) per poi subito approdare agli anni sessanta del secolo scorso con “Il re dei marsigliesi” Albert Bergamelli e, a seguire, con Danilo Abbruciati, Sergio Maccarelli “er pugile”, Gianni Nardi, Mariano Castellani “er bavosetto”, i componenti della Banda della Magliana e tanti altri fuorilegge noti e meno noti. Un elenco che via via si arricchisce di personaggi non propriamente identificabili come semplici banditi da strada. Pensiamo ad Antonio Giuseppe Chichiarelli, “oscuro ed anonimo pittore falsario della malavita romana”, o meglio ancora a Domenico Balducci, noto come “Mimmo er Cravattaro”, con alle spalle una carriera molto particolare: “da ex strozzino di borgata e imprenditore d’assalto e rentier di successo, perfettamente coerente rispetto allo stereotipo del nuovo imprenditore mafioso, ma neppure concepibile, al di fuori del rosea degli usurai di Campo de’ Fiori, il cui commercio veniva alimentato dai denari provenienti da organizzazioni mafiose e sodalizi terroristici di destra” (pp.39). Oppure la figura inquietante del professor Aldo Semerari, finito decapitato dopo una vita professionale passata, secondo gli inquirenti, tra perizie compiacenti in favore di criminali, impegno politico stalinista prima e nazifascista poi. E poi ancora il tema ricorrente della sottovalutazione, in particolare nel capitolo “Alle origini del mito della Banda della Magliana”: “Nonostante l’abnorme crescita della criminalità; nonostante il cruento riesplodere della faida interna alla Banda della Magliana; nonostante ‘il preoccupato allarme’ della Commissione parlamentare antimafia che ‘richiama(va) l’attenzione del Parlamento e del Governo su una situazione certamente pericolosa’, gli ambienti polizieschi romani, inspiegabilmente, continuavano a ispirare una vulgata tesa alla programmatica sottovalutazione della pericolosità della Banda della Magliana e, più in generale, delle infiltrazioni mafiose nel tessuto sociale e nei rapporti con gli apparati amministrativi della Capitale: ancora nell’ottobre del 1991, il Prefetto di Roma Carmelo Caruso […] dichiara che ‘se la mafia è intesa come una foresta che soffoca le città, a Roma ci sono solo alcuni alberi'” (pp.113). Ammesso e non concesso che nel 1991 la situazione fosse così rosea c’è da pensare allora che questo tipo di foresta cresca davvero molto in fretta. Certo è che Lupacchini ha le idee piuttosto chiare: in merito alle vicissitudini giudiziarie che investirono la più nota banda criminale della Capitale tra il 1981 e il 1987, scrive esplicitamente di “macroscopico caso di disattenzione selettiva” e di “inadeguatezza dell’opus investigante” (pp.114). Del tutto coerenti le parole del magistrato che troviamo nell’intervista al Tempo (14 marzo 2014) ripresa alla fine del volume quale ventiduesimo ed ultimo capitolo, “Vi racconto come è cambiata la capitale del crimine”: “La soluzione vera è ridare a questa città la consapevolezza del cancro che la sta consumando, ma che si preferisce ignorare perché occhio non vede e cuore non duole. Il morto ammazzato, la donna violentata e uccisa, l’insicurezza individuale fanno breccia sull’opinione pubblica. Al contrario, la situazione di disfacimento del tessuto economico – sociale per effetto di infiltrazioni di capitali di provenienza illecita e che finiscono per modificare gli algoritmi dell’economia non inquinata, non fa breccia. Usura, riciclaggio, condizionamento dell’economia legale, grandi arricchimenti, talvolta bagnati di sangue. Tutto finisce nel calderone e Roma è purtroppo una città che metabolizza tutto” (pp.122).”.

Edizione esaminata e brevi note

Otello Lupacchini, in magistratura dal 1979, impegnato da sempre sui fronti caldi della criminalità organizzata, comune, politica e mafiosa. Si è occupato tra l’altro degli omicidi del PM Mario Amato, del banchiere Roberto Calvi, del prof. Massimo D’Antona, della strage di Bologna e della Banda della Magliana. Autore di “Banda della Magliana”, per la Koinè Nuove Edizioni. Ha, inoltre, pubblicato per citata casa editrice: “In Pessimo Stato” (eBook), “Il ritorno delle Brigate Rosse”, e coautore con Max Parisi, di “Dodici donne un solo assassino”.

Otello Lupacchini, “Impronte criminali”, Koinè Nuove Edizioni (collana “Storia e Storie”), Roma 2015, pp. 128.

Luca Menichetti. Lankelot, ottobre 2015