Donalisio Fabio

Ambienti saturi

Pubblicato il: 26 novembre 2017

In questa raccolta di poesie “Ambienti saturi” di Fabio Donalisio la prima cosa che spicca è la concisione, come se ci fossero molte cose da dire ma poco spazio per dirle. O forse le molte cose aleggiano intorno al poeta come mosche che vanno scacciate, per esperire una sintesi diversa. Ciò conferisce a questi versi una stralunata eleganza, una freddezza un po’ “acida”, come si legge in una nota di presentazione della casa editrice Amos edizioni. È un’atmosfera rarefatta, con la poesia che, se denuncia la saturazione degli ambienti, non intende saturare il lettore con eccessi verbali. Poesia misurata in cui s’incontrano citazioni, detournement, in un postmoderno collage letterario che ci ripropone alcuni versi di Montale, per esempio, riutilizzandoli in chiave di resti psichici.

Il tono è stilisticamente sobrio, antibarocco, direi, le rime, spesso interne al verso, usate in maniera moderna, la consapevolezza della onnipresenza della morte non dà origine a lamenti ma a versi gelidi, quasi altezzosi, nella loro dimensione gnomica vissuta forse con distacco, sicuramente con nonchalance. Non c’è solennità in questi versi ma una sorta di understatement. Basti pensare ai titoli delle sezioni: vestibolo, cucinino, ripostiglio, zona notte, gli ambienti saturi, appunto, di una casa che è anche una mente,  quella dell’autore, la cui visione è realistica, ben poco onirica, mi sembra, e non c’è neppure il vezzo lirico di ricamare su fiori e affini perché “terra è una cosa dei tempi/ remoti” quando i vuoti e i pieni si bilanciavano, “ora è soltanto peggio”. La libertà è definita “feroce” e “sparita”, non serve raccontare, descrivere o spiegare, l’unico senso è che “noi non ci saremo” e in ogni caso desideriamo solo la fuga da una realtà percepita come insostenibile.

L’io scompare in questi versi dove la perdita di senso dei nostri tempi produce un’angoscia sottile, contro cui i resti sonnambolici dell’io combattono una battaglia che s’intuisce persa e la poesia non salva, è a sua volta traccia di una sparizione, di un vuoto di significato che si riproduce in ogni gesto. Alcuni versi sono dialoghi mancati fra nessuno e una sua ombra. Vengono in mente alcune intuizioni di Bigongiari sulla poesia oggettiva in cui l’io, feticcio della poesia lirica, viene a mancare e si annega allora nel paesaggio o, come in questo caso, in una dimensione dove la parola sembra sgretolarsi nell’urto con un allucinato non senso. Il poeta raccoglie e mette insieme frantumi, probabilmente memore di Eliot, consapevole che l’unità è spezzata. Gli ambienti saturi sono trincee in cui si mormora qualcosa prima di sparire. La guerra è onnipresente, è la parola chiave del nostro tempo.

Poesia per nulla altisonante, che nasconde quello che dice e dice in un soffio, dove si percepisce una leggerezza che, però, è inquietante: è la forma di un radicale svuotamento, una raschiatura di concetti, levigati come inservibili ossi di seppia. Poesia in cui la parola non si arrende comunque alla saturazione di senso e  di immagini, che svuota il mondo di reali significati, non si declama, non grida, non strepita ma si trasforma in un monito segreto, un ammonimento al fondo, forse, disperato. Poiché “siamo in guerra”, anche se ce lo nascondiamo. Se c’è un limite è la mancanza di calore, “dar fuoco al verbo”, come scrive Donalisio, è un’operazione che non gli riesce bene come forse vorrebbe.

Donalisio propone una poesia moderna, contemporanea, algida, mostrando indirettamente la disgregazione e la violenza di accumulo dei nostri tempi. Se la lirica è “imbellettare i cadaveri” come nelle parole di Carmelo Bene (riferite in realtà a tutta l’arte del Novecento), qui si ha un assaggio di una poesia che rifiuta recisamente quest’operazione e opta per la lucidità priva di onirismi e trucchi da prestigiatore. Poesia lucida come uno specchio in cui per paradosso si finisce per sparire. Da qui l’idea di freddezza come calcolo di scrittura che a tratti, però, spegne un po’ le possibilità infuocate dell’immaginazione.

La nota finale è interessante e merita di essere riportata pressoché integralmente:

“Nelle pagine che presumibilmente avete letto è concrezionato
materiale linguistico di varia – a tratti dubbia – provenienza.
Non se ne adontino i cultori dell’originale. Il riciclaggio è
parte del processo. Il lettore collochi, qualora ne sentisse la
necessità, tale linguaggio nel tempo e nello spazio.
Ogni altro riferimento a persone o cose realmente esistite è
puramente impossibile.”

Edizione esaminata e brevi note

Fabio Donalisio è nato nel ’77 a Savigliano, in provincia di Cuneo. Vive a Roma, dove insegna.  Poeta, ha pubblicato miti logiche (2007), la pratica del ritorno(2012) nulla di più e  nulla di meno (2013) Ambienti saturi (2017).

Fabio Donalisio, Ambienti saturi, Amos Edizioni, settembre 2017

Pordenone legge 

Poetarum Silva 

Minima & Moralia

Lankenauta, novembre 2017, Ettore Fobo