Scanzi Andrea

Renzusconi

Pubblicato il: 6 dicembre 2017

Erano gli anni del berlusconismo trionfante e Montanelli raccontava a Tiziana Abate vicende note e meno note della sua lunga vita: «Il fatidico 10 giugno del 1940 in Piazza Venezia c’ero anch’io, in compagnia di Pannunzio. Il discorso di Mussolini fu uno dei più brutti che abbia mai pronunciato. Tutto vi suonava falso. E non meno fasulle le ovazioni che gli tributò la piazza […] Improvvisamente Pannunzio, uomo solitamente così misurato da essere giudicato insensibile, sbottò: ‘I più vigliacchi siamo io e te. Perché se nel momento in cui diceva: “Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra Patria”, gli avessimo fatta una pernacchia, si sarebbe sgonfiato tutto».[1]

Un racconto che forse intendeva alludere a vicende anche molto più recenti: non c’era più un duce, piuttosto degli aspiranti ducetti; non c’erano squadristi con l’olio di ricino, semmai maggiordomi che dispensavano comunque roba scivolosa. Insomma, si prospettava un ventennio in cui, ancora una volta, si sarebbero fatti i conti con un  salvatore della patria allergico alle regole parlamentari. Adesso, da quel fatidico 1994, ci stiamo avvicinando al termine di un trentennio che sarà ricordato per il conclamato berlusconismo, virus che ha devastato non soltanto la cosiddetta destra politica. Un berlusconismo che ora possiamo tranquillamente definire renzusconismo, sintesi invereconda di Berlusconi, l’anziano mentore pitturato, e  di “allievo ripetente”, il nipotino nativo di Rignano. In considerazione quindi di certi corsi e ricorsi storici, “Renzusconi” ci ricorda le parole di Pannunzio: a fronte di media, di presunti intellettuali, di editorialisti, di giornalisti che pericolosamente sembrano non rendersi conto del grottesco in cui sta affondando l’Italia, ecco che il libro di Scanzi potrà assolvere ad un compito necessario ma per lo più dimenticato. Ci riferiamo a quella “pernacchia” che avrebbe sgonfiato tutto.

Pernacchia nemmeno troppo virtuale che intende smontare alla radice i più recenti “storyteling”, slogan tipo “passo dopo passo”, anche grazie ad una perfida elencazione di affinità caratteriali e politiche: “Entrambi goffi di successo, caricaturali e non di rado improponibili. Entrambi venditori di pentole. Una slide qui, uno slogan là. E buon Twitter a tutti. Entrambi circondati da una classe dirigente senza arte né parte. Entrambi bugiardi seriali, compiaciuti e conclamati. Entrambi populisti come nessuno, anche se poi i populisti son sempre gli altri. Entrambi megalomani, con la fregola delle opere megagalattiche. Entrambi allergici alle correnti interne. Al dissenso. Alla Rai libera. Entrambi circondati da una corte di fedelissimi con cui spartirsi il potere. Il cerchio magico. Il giglio magico. Il nulla magico. Entrambi garantisti, ma solo quando conviene. Entrambi complottisti, ma solo se il complotto l’hanno ordito loro. Renzi e Berlusconi si somigliano così tanto da diventare una cosa sola: Renzusconi (pp.34, 35quarta di copertina).

Una fanghiglia desolante e nel contempo spassosa che il toscano Scanzi descrive da par suo, compiaciuto e disinvolto: il libro così spazia dal puro cabaret –  Crozza potrebbe prendere spunto da “Undici piccoli renziani”, ovvero ritratti impietosi di soldatini tipo Lorenzo Guerini, Mario Lavia, Patrizia Prestipino, Alessia Morani – ad una mostruosa antologia di mantra (“ce lo chiede l’Europa”, “Basta con la palude”, “Serve ottimismo”, “Sapete solo criticare”, “La volta buona”), di detti e contraddetti del Berlusconi originale e del Berluschino allievo (affinità che ormai non sorprendono più); e poi pagine tutt’altro che banali dedicate a quegli intellettuali e uomini di spettacolo – facile intuire a chi ci si riferisca – che, secondo secolare tradizione italica, si sono rivelati per quello che sono: bolliti, ipocriti ed addomesticati. Personaggi che, in questi tre anni di rottamazione fasulla e di fanfaronate infinite, nemmeno si sono azzardati ad alzare il sopracciglio di fronte a quello che Scanzi e pochi altri scrivono – giustamente – da tempo:  “Renzi – ecco la sua pericolosità politica – porta avanti quasi sempre le stesse battaglie di Berlusconi con la ‘maglietta dei giusti’. Ovvero la maglietta del Pd” (pp.17). Non a caso lo stesso (ex) Cavaliere, come ci ricorda Scanzi, un giorno disse qualcosa di vero (era evidentemente distratto): “Quello lì [ndr: Renzi] mi copia spudoratamente” (pp.175).

Affermazione che però non deve far pensare ad un Berlusconi particolarmente contrariato. È vero che i due hanno avuto scaramucce – teoricamente rimangono schieramenti avversi – ma chi ha memoria, chi magari ha avuto la sfortuna di leggere negli anni le enews renziane, sa bene che le affinità poi vincono sulle frecciatine  del momento: “I due si cercano. Si attraggono, si respingono. Si somigliano. Si pigliano” (pp.175). A onor del vero il nostro autore, pur dedicando il suo pamphlet all’osceno ibrido tra pregiudicato e spregiudicato, sa delineare bene anche quei tratti di personalità e di attitudine politica che differenziano mentore e allievo. Differenze che, tra l’altro, non sembrano avvantaggiare l’allievo. Scanzi, nelle vesti di analista politico, evidenzia come Berlusconi fosse capace almeno di federare i suoi scherani, mentre il venditore di pentole giovane risulta più a suo agio nel dividere e, come fanno i bimbi-bomba, nel “portarsi via il pallone”, soprattutto quando perdono.

Noi avremmo aggiunto che se lo spregiudicato può risultare anche più deleterio dell’anziano ed esperto pregiudicato è forse perché Berlusconi, campione interplanetario di conflitto d’interessi, degli ideali politici non gliene è mai fregato nulla, è “sceso in campo” per farsi gli affari suoi e quindi anche le sue leggi ad personam sono in qualche modo state delimitate da interessi aziendali particolari. Altra faccenda con lo spregiudicato provincialotto che non può fare a meno della politica e che, al fine di foraggiare la sua rete di famigli e di assicurarsi un potere almeno ventennale (ora probabilmente solo di evitarsi il ritorno a Rignano e di trovarsi un lavoro), si fa costruire roba come l’Italicum e come l’ancor più obbrobrioso “Rosatellum”. In ogni caso Scanzi quando scrive del “politico sopravvalutato e fanfarone, arrogante e vendicativo” riesce a cogliere aspetti, antipatia compresa, che appunto ne fanno, come da titolo, un “allievo ripetente che (non) superò il maestro”. Salvo poi dover considerare un possibile record negativo: il rischio, tutt’altro che paradossale, che, per la tenuta delle istituzioni italiane, una volta venuta meno anche solo la parvenza di una decente opposizione politica, di fatto risulti più pericolosa una banda di arroganti e ignoranti fanfaroni affamati di potere rispetto ai già sperimentati partiti liberal-menefreghisti, quelli nobilitati da radici culturali tipo Vittorio Mangano e Dell’Utri.

Un terrificante scenario di mediocrità, in sostanza un vero e proprio “lombrosario”, come scrive Travaglio in prefazione, che però Scanzi riesce efficacemente a ritrarre con lo spirito di un moderno Conte Mascetti – la toscanità dell’autore si coglie tutta – facendosi accompagnare in questo viaggio nel nulla renziano, sempre “con agio atarassico” (cit.), da un multiforme Nardella e da altri raccattati non si sa dove.  

[1] Indro Montanelli, Tiziana Abate, Soltanto un giornalista, Rizzoli, Milano 2002, pp. 90.

Edizione esaminata e brevi note

Andrea Scanzi, (Arezzo, 1974)  giornalista e scrittore italiano. Laureato in Lettere nel 2000 con una tesi sui cantautori della prima generazione. Giornalista dal 1997, ha cominciato a scrivere per il Mucchio Selvaggio. Successivamente ha collaborato con Il Manifesto, Il Riformista, L’Espresso, Rigore, MicroMega, Tennis Magazine, etc. Su La Stampa scrive dal 2005 al 2011, per poi passare al Fatto Quotidiano. Ha vinto il premio Sporterme 2003, il Coni 2005, e il Durruti 2010. Il primo libro pubblicato è stato l’autobiografia di Roberto Baggio, dei cui testi Scanzi è stato fra i curatori. Poi ha pubblicato con Limina, PeQuod, Giunti, Mondadori e nel 2011 Feltrinelli, con I cani lo sanno. Porta in tournée nel 2011 lo spettacolo teatrale Gaber se fosse Gaber, da lui scritto e interpretato.

Andrea Scanzi,“ Renzusconi. L’allievo ripetente che (non) superò il maestro”, PaperFIRST, Roma 2017, pp. 177. Prefazione di Marco Travaglio.

Luca Menichetti. Lankenauta, dicembre 2017