Politkovskaja Anna

Proibito parlare

Pubblicato il: 24 giugno 2011

Ho dovuto interrompere spesso la lettura di questo libro. Ho dovuto riprendere spesso fiato. Sospendere. Perché leggere gli articoli che compongono “Proibito parlare” è un’esperienza emozionale piuttosto forte. Cronaca schietta, diretta, puntuale. La Politkovskaja era una giornalista, non una letterata. Al centro di ogni pezzo c’è la ricerca della verità, quella spesso nascosta, infangata, contaminata, annientata dal sistema nazionale russo, dal suo esercito, dai suoi funzionari, dai suoi burocrati.

La Cecenia è protagonista della stragrande maggioranza degli articoli qui raccolti. La strage di Novye Aldy (2000), nei pressi di Groznyi, apre la sequela di orrori: in poche ore, i soldati federali appartenenti al ministero della Difesa e a quello degli Affari interni anno barbaramente ucciso cinquantacinque persone. La pagina più tragica, scrive la Politkovskaja, della seconda guerra cecena. Una guerra “cristallizzata” che procede tra rapimenti e rappresaglie, uomini picchiati selvaggiamente e corpi spariti nel nulla. I federali di solito non consegnano i corpi, i kadyrovcy invece, conoscendo le rigide regole cecene secondo le quali la colpa degli assassini si moltiplica se non si riconsegna almeno il corpo, cercano di lasciare i cadaveri “in luoghi visibili”.

I nomi dei responsabili sono lì, scritti nero su bianco sulle pagine della “Novaja Gazeta”. Nomi, cognomi, indirizzi, responsabilità, accuse. Li leggo, li hanno letti. E’ per questo che Anna Politkovskaja è stata uccisa, il 7 ottobre 2006, nell’androne del palazzo in cui viveva. Ha denunciato in maniera inappuntabile i massacri, gli scempi, le vergogne e le colpe di chi, invece, avrebbe potuto e dovuto garantire la legalità, la sicurezza e la giustizia.

Tra le pagine più forti ci sono quelle dedicate a due degli episodi di terrorismo più inquietanti del nostro secolo: le stragi del teatro Dubrovka (23-26 ottobre 2002) e della scuola di Beslan (1-3 settembre 2004).

Alla radice di entrambe le stragi l’odio: io temo l’odio. Si accumula sempre di più ed è fuori controllo. Il mondo, per lo meno, ha escogitato su quali leve giocare per avere la meglio sui capi dell’Irak e della Corea del Nord, ma nessuno potrà mai scoprire i percorsi delle vendetta personale. Davanti a questo il mondo è del tutto indifeso. Nel teatro Dubrovka sono morte circa 200 persone (il numero esatto è ancora in dubbio). La stessa Politkovskaja ha partecipato ai colloqui con i sequestratori ceceni per favorire il rilascio di alcuni ostaggi. Ed è lei a raccontare il dopo. Non parla direttamente di ciò che è avvenuto al Nord-Ost, ma lo lascia raccontare da chi è sopravvissuto ai misteriosi gas utilizzati dalle forze speciali russe prima di procedere con il blitz. Quel gas maledetto che ha asfissiato gran parte degli ostaggi. Famiglie annientate, madri devastate, bambini soffocati. A distanza di anni non c’è chiarezza, non c’è verità. Le versioni si moltiplicano e le incongruenze tra le testimonianze di chi era in quel teatro e le versioni ufficiali di Putin e del Governo sono incredibili. Le indagini non hanno ancora portato a nulla. E chi è sopravvissuto non ha ottenuto nessuna spiegazione, nessuna giustizia.

La scuola n. 1 di Beslan, cittadina dell’Ossezia del Nord, inizia regolarmente ogni 1 settembre. Anche in quel tragico 2004. Genitori e bambini sono pronti per dare avvio alla cerimonia di apertura dell’anno scolastico. Circa 1200 persone, però, vengono prese in ostaggio da un gruppo di 32 (forse) terroristi: separatisti ceceni e fondamentalisti islamici. E l’orrore di un paio di anni prima, quello del teatro Dubrovka, si ripete. Stavolta però la maggioranza degli ostaggi sono bambini. Tantissimi bambini. Ammassati in una palestra per tre giorni, sotto la minaccia delle armi e di cariche esplosive disseminate ovunque. Anna Politkovskaja lascia raccontare i presenti, i sopravvissuti, i genitori che hanno perso i loro figli. C’è chi non ha riavuto indietro nulla. Nemmeno un cadavere. L’irruzione delle forze armate russe si è conclusa con l’uccisione dei sequestratori e di 186 bambini. Un numero altissimo, un numero impossibile da sopportare. Un’ecatombe. E la vita di chi è sopravvissuto non è stata tutelata in alcun modo. La Politkovskaja è spietata e chiara: nessun sostegno psicologico, nessun aiuto, niente. Lo Stato è inesistente. C’è chi ha preferito il suicidio, c’è chi non è più uscito da casa, chi non riesce a rimanere in luoghi affollati senza impazzire, chi sogna ogni notte i detonatori e i volti coperti dei sequestratori.
I Russi odiano i Ceceni. Apertamente, spudoratamente. Le due stragi hanno segnato la storia russa e non solo. Infatti nell’ultima parte di “Proibito parlare” la giornalista si sofferma sulla “Russia oggi”, sui suoi contrasti, sulle sue anomalie, sulle sue menzogne.

Leggere questo libro procura indignazione e anche sofferenza. Un mondo che sembra distante da noi ma che, in realtà, non lo è poi così tanto. Le parole della Politkovskaja hanno scosso e scuotono tuttora e cozzano violentemente contro la reticenza di uno Stato che continua a somigliare fin troppo ad un regime totalitario.

Edizione esaminata e brevi note

Anna Mapeza, questo il nome da nubile di Anna Stefanovna Politkoskaja, è nata a New York il 30 agosto 1958. I suoi genitori erano due diplomatici ucraini che lavoravano per l’ONU. Anna studia giornalismo presso l’Università di Mosca ed inizia a lavorare presso il giornale Izvesija nel 1982. Passa poi a scrivere, come cronista, per la Obšèaja Gazetae, dal 1999 fino al 2006, anno in cui viene uccisa, scrive per la Novaja Gazeta.I temi principali dei suoi articoli sono legati per lo più alla guerra cecena, alle problematiche degli stati dell’Inguscezia e del Daghestan. Le sue posizioni fortemente critiche rispetto a Vladimir Putin e al sistema di governo e di polizia, la costringono a rifugiarsi per qualche tempo a Vienna. La giornalista viene uccisa con dei colpi di pistola il 7 ottobre 2006,mentre stava rincasando. I funerali si sono svolti il 10 ottobre, ma nessun rappresentante del Governo russo ha preso parte alla cerimonia. A tutt’oggi non si conoscono i nomi degli esecutori né dei mandanti dell’omicidio della Politkoskaja.

Anna Politkoskaja, “Proibito parlare”, Mondadori, Milano, 2007. Prefazione di Adriano Sofri.