Amette Jacques-Pierre

L’amante di Brecht

Pubblicato il: 22 giugno 2011

Presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma, qualche tempo fa, ho visto una mostra intitolata “100 capolavori dallo Städel Museum di Francoforte. Impressionismo, Espressionismo, Avanguardia“. Tra le opere esposte ho potuto ammirarne alcune realizzate dai cosiddetti “artisti degenerati”. Si tratta di pittori le cui opere vennero considerate inappropriate ed indegne dal regime nazista e condannate alla distruzione. Anche l’arte di Brecht, come quella di altri letterati, poeti e drammaturghi, fu duramente avversata dal Terzo Reich tanto che l’artista, nel 1933, non ebbe altra scelta che abbandonare il suo Paese. Rimase lontano dalla Germania per quindici lunghi anni. Rientrò solo nel 1948. Ed è proprio in questo momento che prende il via il romanzo di Jacques-Pierre Amette.

Brecht e sua moglie Helene Weigel arrivano a Berlino Est. Sono attesi ed accolti con calore da tutto il Paese eppure la Stasi, la famosa organizzazione di sicurezza e spionaggio dell’ex DDR, non si fida di un uomo che ha trascorso gli ultimi anni della sua vita negli Stati Uniti. Non può permettergli di muoversi, di lavorare e di scrivere liberamente ma non può neanche impedirgli di portare avanti la sua attività teatrale, poetica ed intellettuale. Viene scelta una soluzione più sottile ed infida: la Stasi decide di introdurre nella sua compagnia una giovane ed avvenente attrice austriaca. Si chiama Maria Eich ed ha il compito di raccogliere tutte le informazioni, le parole, i progetti, le idee che il maestro elabora per poi riportarli agli agenti che le hanno affidato l’incarico.

“L’amante di Brecht” è il racconto del rapporto tutto particolare nato tra il famoso regista e uomo di teatro e la bella attrice/spia. Un legame che, come immaginabile, diviene ben presto anche rapporto carnale. Maria segue ogni passo del maestro, ne rileva ogni espressione, fotografa di nascosto tutti i documenti e tutti i testi che scrive, carpisce ogni discorso e riferisce all’agente Hans tutto ciò che può.

Maria è una tra le attrici del Berliner Ensamble ma è anche l’amante di Brecht. Amette costruisce un personaggio di enorme fascino, una donna dalla bellezza indiscutibile ma dal carattere estremamente malinconico ed indecifrabile. La Eich è sfuggente, delicata e spesso glaciale. Sembra irraggiungibile anche allo stesso Brecht che pure si affanna nel possederla appena può.

Il romanzo ruota essenzialmente attorno alla figura di Maria. Anche il personaggio del famoso drammaturgo viene lasciato un po’ in ombra. Se ne rilevano brevi descrizioni, qualche frammento privo però di reale profondità. La narrazione è essenziale e scarna: non ci sono orpelli né dispersioni di parole. I silenzi prendono sempre più spesso il posto delle parole, anche di quelle che andrebbero pronunciate con convinzione. Emblematico il sentimento che nasce, fin da subito, tra Hans e Maria e che nessuno dei due riesce ad esprimere né a dimostrare all’altro lasciando che si disperda per sempre.

Una storia dalle atmosfere rarefatte, sottili, in cui domina la penombra, quella regione di incertezze e priva di definizione in cui tutto potrebbe accadere ma in cui, alla fine, quasi nulla accade. Jacques-Pierre Amette ci avvicina al mondo dei suoi personaggi senza farceli mai assaporare pienamente, ci lascia a distanza, ci fa osservare ed ascoltare lo stretto necessario. Ci coinvolge ma non troppo. Ed immagino che sia una discrezione narrativa voluta che, personalmente, ho apprezzato molto.

Edizione esaminata e brevi note

Jacques-Pierre Amette è nato a Saint-Pierre-sur-Dives, in Normandia, nel 1943. Vive da decenni a Parigi ma rimane molto legato alla sua terra d’origine. Amette ha lavorato e lavora come giornalista, biografo, critico, narratore, drammaturgo e scrittore. Subito dopo la Laurea in Lettere fa l’insegnante ma ben presto sceglie di dedicarsi alla scrittura, attività che tuttora porta avanti. Nel 2003 il suo romanzo  “L’amante di Brecht” vince il Premio Gouncourt.

Jacques-Pierre Amette, “L’amante di Brecht”, Guanda, Parma, 2004. Traduzione di Francesco Bruno.