Roth Philip

La macchia umana

Pubblicato il: 23 settembre 2009

Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui. Nulla a che fare con la disobbedienza. Nulla a che fare con la grazia o la salvezza o la redenzione. E’ in ognuno di noi. Insita. Inerente. Qualificante. La macchia che esiste prima del suo segno. La macchia che precede la disobbedienza, che comprende la disobbedienza e frustra ogni spiegazione e ogni comprensione. Ecco perché ogni purificazione è uno scherzo. Uno scherzo crudele, se è per questo. La fantasia della purezza è terrificante. E’ folle. Cos’è questa brama di purificazione, se non l’aggiunta di nuove impurità?
America, estate 1998. Quella in cui lo scandalo Lewinsky venne a galla. E’ questo il contesto in cui si svolge tutto. E non a caso. Perché è di una mentalità puritana e perbenista che Roth ci parla. Un’America sconvolta da uno scandalo che ha tenuto banco per mesi, allacciato alla morbosità di chi nasconde meravigliosamente bene i propri scheletri, ma che si accanisce con rigore morale inappuntabile nei confronti delle scelte, anche sbagliate, compiute dagli altri.

La “macchia” è patrimonio di ognuno. Anche di Coleman Silk. Un coltissimo docente universitario, preside di facoltà presso l’Università di Athena. Umanista raffinato, persona dal grande talento e di immensa lungimiranza. La sua lunga carriera accademica viene però ad essere travolta per colpa di una parola. Una sola parola che distrugge il suo lavoro e la sua vita. Spooks. Letteralmente: spettri. Coleman Silk, riferendosi a due studenti perennemente assenti, li definisce spooks. Un termine che ha anche un’altra accezione: negro. In senso spregiativo e razzista. Coleman non poteva sapere che, in effetti, i due ragazzi che lui non aveva mia visto erano davvero studenti di colore. E da questo episodio si origina la sua rovina. Un pretesto quasi troppo debole, in verità, ma forse proprio per questo Roth lo pone enfaticamente al centro del destino del personaggio. Silk si ritrova vittima di un sistema perbenista che preferisce credere alla cattiva fede e cedere ai pregiudizi piuttosto che analizzare lucidamente i fatti e prendere atto delle ragioni più evidenti.

Eppure anche Coleman ha la sua “macchia”. Come tutti. Un segreto che tiene nascosto da cinquant’anni e che nessuno riuscirebbe ad immaginare. Un mistero che non ha conosciuto sua moglie, né i suoi figli, né i suoi colleghi. La “macchia” che Silk si è portato dentro per buona parte della sua vita è la grande menzogna che la voce narrante, alter ego di Roth, Nathan Zuckerman, ci confida e ci aiuta a scoprire con estrema maestria.

Dopo lo scandalo degli spooks, però, Coleman Silk sfida ulteriormente la morale comune iniziando a frequentare una donna molto più giovane di lui: Faunia. Lei è lontana anni luce dal professore. Ha un passato tormentato: un padre che abusava di lei, un marito reduce dal Vietnam paranoico e molesto, due figli morti per disgrazia. Una donna non bella, Faunia, quasi analfabeta, spigolosa, dura, ruvida. E di nuovo il carico invadente di chi osserva e giudica. Un uomo di più di settanta anni con una donna come Faunia? Lei approfitterà di lui? O è lui a sottomettere lei?
Ogni singolo personaggio de “La macchia umana” è un piccolo universo. E Roth lo costruisce e lo racconta con estremo talento. Accenni solo parziali ad una storia o a una figura diventano, poco dopo, motivo per aprire pagine di narrativa molto convincente. Storie che si dischiudono come scrigni. Una dopo l’altra. Tra presente e passato. Nessun passo falso. La spiegazione è nelle verità di una vita, nello svelare quegli enigmi che sono appena sotto ciò che sembra.

L’epilogo si tramuta in tragedia. Zuckerman riprende le fila dell’intero libro. E’ lui lo scrittore, lo sappiamo fin dall’inizio, ed è a lui che Silk ha chiesto di raccontare la sua storia.

Edizione esaminata e brevi note

Philip Roth è nato a Newark nel 1933. Scrittore di origine ebraica, prima di approdare alla narrativa, ha insegnato letteratura in alcune Università. Ha esordito con “Addio, Columbus”, ma il vero, autentico successo è arrivato grazie a “Lamento di Portnoy” a cui ha fatto seguito la trilogia rappresentata da “Pastorale americana” (premio Pulitzer), “Ho sposato un comunista” e “La macchia umana”. Da questo ultimo libro, tra l’altro, nel 2003, Robert Brenton ha tratto l’omonimo film che ha come protagonisti Anthony Hopkins e Nicole Kidman. In diverse opere di Roth, uno dei personaggi principali, oltre che voce narrante, è Nathan Zuckerman, alter ego dello scrittore. I libri scritti da Roth sono più di trenta, molti dei quali hanno ottenuto premi prestigiosi, mentre Philip Roth è considerato come uno degli scrittori americani contemporanei più importanti.

Philip Roth, “La macchia umana”, Einaudi, Torino, 2005. Traduzione di Vincenzo Mantovani.