Sebastian Mihail

Da duemila anni

Pubblicato il: 24 luglio 2018

Ebreo, romeno e danubiano. Così si definisce l’io narrante del romanzo-diario “Da duemila anni”. Identità triplice ma univoca che tra la fine degli anni venti e i primi anni trenta del novecento, in Romania, poteva apparire poco compatibile con le regole del regime fascista del maresciallo Ion Antonescu e delle sue Guardie di Ferro. “De două mii de ani”, questo il titolo originale del libro di Mihail Sebastian, uscì per la prima volta nel 1934. Mussolini ed Hitler erano già al potere e l’antisemitismo dilagava un po’ in tutta Europa. Immediatamente dopo la pubblicazione del romanzo si scatenò un’ondata di critiche e di polemiche per via della plateale vena antisemita presente nell’introduzione dell’opera curata da Nae Ionescu, maestro, tra gli altri, di Mircea Eliade. Sebastian, ebreo, romeno e danubiano, esattamente come il protagonista del romanzo, aveva accettato di mandare comunque in stampa “De două mii de ani” pur rilevando la natura delle parole di Ionescu e la loro incompatibilità con l’essenza della sua opera.

“Da duemila anni” è scritto sotto forma di diario e si apre nel 1923, anno in cui apparve in Romania il falso documento noto come i Protocolli dei Savi di Sion. L’io narrante, al tempo, è uno studente di giurisprudenza che, da ebreo, si ritrova costantemente minacciato e discriminato. Vittima, come altri suoi compagni di studio, di aggressioni, insulti, assalti e angherie varie. L’università non è un luogo sicuro così come non sono sicure le strade di Bucarest dove non mancano mai persone che proclamano il loro odio verso gli ebrei, pronte a picchiare e vessare ogni ebreo che capiti a tiro. Un destino a cui non sfugge neppure il nostro protagonista: “Sono stato picchiato e il mondo non si ferma per così poco. […] Se piango, sono perso. Sono ancora abbastanza lucido da capirlo. Se piango, sono perso. Se è necessario, stringi i pugni, imbecille, pensa di essere un eroe, prega Dio, ripetiti che sei figlio di un popolo di martiri, sì, sì, dittelo pure, sbatti la testa contro il muro, ma se vuoi riuscire a guardarti ancora negli occhi e se non vuoi che ti cada la faccia dalla vergogna, non piangere. Ti chiedo solo questo: non piangere“.

Un ebreo che entra meccanicamente e con una certa docilità nel ruolo dell’ebreo. Si fa picchiare perché è così che funziona. Sta già scritto tutto in duemila anni di storia ebraica, perché ora dovrebbe essere diverso? Sopportare, non reagire e sopportare. Passerà anche questa come sono passati tanti altri pogrom. L’odio verso gli ebrei esiste perché è sempre esistito. Dov’è la differenza tra l’antisemitismo medievale e quello del novecento? Gli esiti sono identici, in fin dei conti. Così Sebastian fa ragionare il suo personaggio, così probabilmente pensava anche lui. Il giovane studente, convinto da Ghiţă Blidaru, un docente di economia, sceglie, ad un certo punto del suo percorso di studi, di abbandonare la facoltà di giurisprudenza e passare ad architettura. Il tempo trascorre anche sul diario e i primi anni venti diventano gli ultimi anni venti. Il nostro studente è divenuto architetto ma l’atmosfera e la storia non sono mutate. Non ci sono più studenti pronti a picchiarlo o a insultarlo in un’aula universitaria ma l’antisemitismo si respira a ogni angolo di strada e pulsa nel cuore di ogni romeno.

Il diario diviene spesso flusso di coscienza. La voce si fa sottile, profonda, penetrante. Ci si ritrova al cospetto di un’intelligenza capace di analisi acutissime, di sguardi che oltrepassano ogni apparenza, di speculazioni filosofiche che immagino essere lo specchio esatto dei pensieri più intimi di Mihail Sebastian. Riconosco il questo scrittore un talento raro, un’immensa capacità di ragionare in assoluto e di scandagliare gli aspetti più radicali e controversi di un momento storico complicato e ingovernabile. L’io narrante, pur essendo ebreo, non tollera certi aspetti dell’ebraismo e, a tratti, sembra persino giustificare e comprendere lo spirito antisemita che muove molti suoi conoscenti e amici. Non crede nel sionismo, non crede nel marxismo e le sue discussioni con amici che, al contrario di lui, sostengono queste due teorie rappresentano una lettura brillante e coinvolgente oltre che uno sguardo su previsioni di eventi e tematiche che ancora oggi coinvolgono esperti di geopolitica e non solo.

Gli anni successivi, ossia i primi anni trenta, non sembrano annunciare nulla di buono in Romania. In molti attendono una “rivoluzione” che stravolga il sistema e che, soprattutto, elimini in via definitiva gli ebrei. Illuminante e magnifica la conversazione tra il protagonista e Mircea Vieru nella parte conclusiva del diario-romanzo. Vieru esprime la sua intolleranza “romena” nei confronti degli ebrei: “C’è uno spirito ebraico irritante da cui devo difendermi. Nella stampa, nella finanza, nell’esercito, dappertutto percepisco la sua oppressione. Se il nostro organismo statale fosse resistente, non mi importerebbe un granché. Ma non lo è. È peccaminoso, corruttibile e debole. Ed è per questo che devo lottare contro gli agenti della decomposizione“. Un discorso insano e folle che, nel corso della storia, in tanti hanno compiuto, appoggiato, condiviso e che in troppi compiono, appoggiano e condividono anche oggi. Ma la risposta dell’io narrante si fa sferzante e lucidissima: “Non solo credo che l’antisemitismo si possa spiegare, considero anche che gli ebrei siano i soli colpevoli. Vorrei solo che riconoscessi che l’essenza dell’antisemitismo non è né di ordine religioso, né di ordine politico, né di ordine economico. Credo che la sua essenza sia semplicemente metafisica. Non ti spaventare. Gli ebrei hanno l’obbligo metafisico di essere detestati. Questo è il loro ruolo nel mondo. Perché? Non lo so. È la loro maledizione, il loro destino. […] Se fosse possibile sterminarci, sarebbe una cosa buona. E sarebbe tutto sommato facile. Ma nemmeno questo è possibile. Il nostro obbligo di esistere sempre nel mondo è corroborato da tante migliaia di anni che, come ben sai, non sono state affatto compassionevoli. E allora bisogna accettare – e io l’accetto – questa alternanza di massacro e pace, che scandisce il ritmo della vita ebraica. Individualmente, ciascun ebreo può chiedersi tutto intimorito cosa deve fare. Fuggire via, morire, suicidarsi o battezzarsi. Problema di disposizione personale, nella quale rientrano infinite sofferenze, ovviamente, che tu che sei un uomo sensibile non ignori di certo; ma resta un “problema di disposizione personale”. Dal punto di vista collettivo, invece, esiste una sola via: l’attesa, la sottomissione al destino. E non credo che questo significhi disertare la vita. Anzi, credo che sia un ritorno alla biologia, coscienti del fatto che la vita continua al di là di tutte queste morti individuali che appartengono anch’esse al ciclo della vita, così come rientra nel ciclo della vita la caduta delle foglie per un albero, la morte di un albero per un bosco, la morte di un bosco per la flora terrestre“.

Edizione esaminata e brevi note

Mihail Sebastian, pseudonimo di Iosif Hechter, è nato a Brăila, in Romania, nel 1907 da una famiglia ebraica. Ha studiato giurisprudenza presso l’Università di Bucarest ma è attratto fin da giovane dalla scrittura e dalla letteratura. Amico di importanti talenti del tempo come Emil Cioran, Mircea Eliade e Nae Ionescu, Mihail Sebastian è autore di diversi romanzi e di testi teatrali. Vittima delle legge antisemite emanate in Romania durante il regime di Antonescu, Sebastian fu costretto a vivere in una baraccopoli. Morì investito da un camion dell’Armata Rossa che aveva appena occupato la Romania il 29 maggio del 1945 a soli 38 anni. In Italia le sue opere sono ancora poco note. A Fazi Editore il merito di aver provveduto a tradurre e pubblicare “Da duemila anni”, un libro uscito nel 1934.

Mihail Sebastian, “Da duemila anni“, Fazi Editore, Roma, 2018. Traduzione di Maria Luisa Lombardo. Titolo originale “De două mii de ani” (1934).

Pagine Internet su Mihail Sebastian: Wikipedia / Yivo encyclopedia