Molinari Fulvio

Istria contesa

Pubblicato il: 18 luglio 2015

Nonostante la storia dell’Istria – in particolare dalla conclusione della Prima guerra mondiale fino all’esodo degli italiani – sia particolarmente complessa e controversa, Fulvio Molinari ha voluto sintetizzare il suo racconto in appena centotrenta pagine; e, almeno a una prima lettura, ci è sembrata una scelta di divulgazione apprezzabile, estranea agli opportunismi della politica: il giornalista, nato ad Orsera e triestino d’adozione, ha scritto un testo essenziale che, secondo noi, senza sconti e revisionismi, mette comunque in risalto le atrocità di coloro che, dal Golfo di Trieste al Quarnaro, hanno fatto dell’Istria una terra di conquista, contesa tra italiani e slavi, funestata da contrapposizioni nazionali e da mutevoli linee di confine. Il racconto di Molinari, difatti, pur dando conto della disgregazione dell’impero austro-ungarico plurinazionale e plurietnico, non parte da troppo lontano, ma in particolare dal primo dopoguerra e dalla politica di assimilazione fatta propria dal governo fascista nei confronti degli slavi: l’occasione di un’alleanza tra cattolici, nazionalisti e comunisti che si sarebbe rinsaldata con una resistenza armata associata a sua volta all’apposizione clandestina italiana. Leggiamo: “La saldatura tra i movimenti nazionalisti borghesi e cattolici sloveni e croati e il partito comunista resta all’ordine del giorno, come elemento di dibattito, anche negli anni successi dalla guerra partigiana e del dopoguerra, con momenti di coesione e di lacerazione anche drammatica” (pp.15).

Le conseguenze sono note, o quanto meno dovrebbero essere note: dopo l’armistizio, con l’Istria occupata dalle formazioni jugoslave, si scatenano i primi infoibamenti: “Sia a Rovigno che in tutta l’Istria elementi estremisti consumano vendette private, sotto la spinta di odi persnali o seguendo una linea di rivincita nazionalistgica che mira colpire chiunque sia portatore di valori legati alla difesa dell’identità nazionale italiana” (pp.29). Il tempo di qualche settimana e la Venezia Giulia, regione strategica, viene inizialmente riconquistata dai tedeschi, con tutto il seguito di attentati e feroci repressioni. Il corso della guerra riporterà le truppe di Tito a Trieste e Gorizia, e, prima dell’arrivo degli Alleati, ancora una volta l’occupazione vorrà dire foibe e deportazioni: in questo contesto dominato dalla vendetta e dall’odio etnico-nazionalista gli scherani di Tito tentarono di jugoslavizzare i territori italiani e non esitarono a spacciare la pulizia etnica per giustizia politica: “nazionalismo e socialismo diventeranno sinonimi nella guerra al nemico italiano” (pp.26). Un contesto dominato dal sospetto, con conseguenze quasi sempre letali: “basta una parola sbagliata, una mossa imprudente, e scatta la punizione: da ambo le parti” (pp.35). Molinari, non a caso, ricorda la figura di Matteo Bernobich, “eroe della lotta partigiana per gli uni, complice di stragi per altri (pp.37), e, dal lato delle vittime, la vicenda alle sorelle Radecchi (21, 19, 17 anni), sequestrate, violentate e poi ritrovate nella foiba di Terli.

Territori ancora una volta alla mercé della violenza comunista quando, a seguito della Conferenza di Parigi, l’Italia fu costretta a cedere Fiume, Zara, le isole del Quarnero, quasi tutta l’Istria, con Trieste costituita in Territorio libero. Una cessione di sovranità che diede il via libera ai Tribunali del popolo, all’O.Z.N.A., consentì nuove epurazioni, nuovi infoibamenti e uno speculare esodo e controesodo (numericamente molto più contenuto): da un lato oltre duecentomila istriani e dalmati che lasciarono la loro terra e si rifugiarono in quella che comunque era la loro patria, accolti come “fascisti” soltanto perché esuli; dall’altro lato gli italiani che partirono alla volta della Jugoslavia perché abbagliati dalla prospettiva di una nuova società e spesso ricambiati con l’internamento nei campi di concentramento di Tito (che intanto aveva rotto i ponti con l’Unione Sovietica stalinista). Più in particolare: “Il nuovo regime sembra agire a due livelli […] Ma accanto all’esercito entrano subito in funzione anche gli uomini dell’O.Z.N.A., la polizia segreta, che hanno piena autonomia e rispondono direttamente alle loro centrali di Belgrado, Zagabria e Lubiana. E’ l’O.Z.N.A. (“un vero Stato nello Stato”) che effettua la maggior parte degli arresti ed esegue sentenze capitali con processi, quando si celebrano, che nulla hanno di giuridicamente garantito” (pp.45). Arresti in massa (con tanto di furti) e uccisioni – superfluo ricordarlo – anche e soprattutto di patrioti italiani che con il fascismo non avevano nulla a che fare. Pensiamo alla fine violenta di Mario Blasich, Giuseppe Sincich, Nevio Skull, oppure ad esponenti del CLN italiano come Bergnaz e Celliut e ad altri noti antifascisti, colpevoli di essere italiani e tacciati quindi di essere “nemici del popolo”. Intanto, in presenza di una violenza pianificata che combinava totalitarismo comunista e radicalismo etnico-nazionalista, gli abbagli degli stalinisti italiani producevano innumerevoli danni. In tal senso la figura dell’antifascista Antonio Budicin, giustamente ricordato da Molinari, risulta emblematica: “il suo arresto avviene a Pisino. L’accusa che gli viene rivolta è quella di essere un nemico del popolo, spia dell’O.V.R.A., agente U.S.A. e traditore della classe operaia. La vicenda suscita enorme scalpore: la gente di Rovigno si chiede come possa essere considerato spia fascista uno che ha fatto anni e anni di carcere e di confino e ha combattuto nelle file partigiane” (pp.59). Riuscito a fuggire in territorio controllato dagli alleati, Budicin non troverà alcuna solidarietà dal parte dei vecchi compagni e fu costretto a sfuggire alla miseria emigrando a Buenos Aires. Fu “riabilitato” solo nel 1974, due anni prima di morire, dopo aver inviato al PCI una serie di memoriali: “un provvedimento tardivo” nei confronti di un vecchio combattente che, come scrive nel suo diario, fu “straziato dal disprezzo dei comunisti italiani dopo la sua fuga dall’Istria” (pp.60).  E’ quello che capitò a decine di migliaia di istriani, dalmati, fiumani perché esuli dal “paradiso socialista” e che il titolo del libro di Jan Barnas ha sintetizzato efficacemente: “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani”.

Le conclusioni di Molinari, dando atto di un certo disgelo nei rapporto bilaterali tra Italia e Jugoslavia, non sono comunque troppo rassicuranti, fermo restando che la prima pubblicazione di “Istria contesa” risale al 1996 e probabilmente da allora il testo non è stato sottoposto a particolari revisioni: “emergono nuove tensioni nazionali, tutte interne al sistema socialista jugoslavo, che si confondono e si sovrappongono con il confronto politico” (pp.131). Da lì a poco la mattanza che ha coinvolto la Serbia, la Croazia, la Bosnia, il Kosovo e tutte le terre in precedenza dominate dal regime di Tito, a quanto pare non proprio il miglior preludio di un paradiso in Terra.

Edizione esaminata e brevi note

Fulvio Molinari, (Orsera, 1937 – Trieste 2011) giornalista e scrittore, è nato sulla costa istriana e ha lascialo il suo paese all’età di otto anni, riparando con la famiglia in barca fino a Trieste. Come inviato del TG 1 Molinari ha percorso i paesi dell’est europeo, la Germania e l’Austria, ma ha lavorato sopratutto nell’ex Jugoslavia, seguendo la lunga agonia di Tito, le visite di Stato, i grandi rivolgimenti politici e sociali e la guerra in Slovenia, Croazia e Bosnia. È stato anche fra i primi giornalisti occidentali ad entrare in Albania, da dove ha firmato decine di corrispondenze.

Fulvio Molinari, “Istria contesa. La guerra, le foibe, l’esodo”, Ugo Mursia Editore (collana “Testimonianze tra cronaca e storia”), Milano 2015, pp.148.

Luca Menichetti. Lankelot, luglio 2015