Travaglio Marco

Montanelli e il cavaliere

Pubblicato il: 30 settembre 2006

Certo, per un direttore di giornale, avere sottomano un Travaglio, che su qualsiasi protagonista, comprimario e figurante della vita politica italiana è pronto a fornirti su due piedi una istruttoria rifinita nel minimo dettaglio è un bel conforto.
Ma anche una bella inquietudine.
Il giorno in cui gli chiesi se in quel suo archivio, in cui non consente a nessuno di ficcare il naso, ci fosse anche un fascicolo intitolato al mio nome, Marco cambiò discorso” (dalla prefazione di I.M. al “Il pollaio delle libertà” – Vallecchi 1995).

Su una cosa sia gli estimatori che i detrattori di Marco Travaglio possono concordare: il “novello Wishinsky de’ noaltri” o si ama o si odia; sono pochi che ne possono apprezzare le qualità e nel contempo criticarne la scarsa, scarsissima, inesistente indulgenza.
“Montanelli e il cavaliere – storia di un grande e di un piccolo uomo” è un volume che non smentisce la fama del nostro cronista giudiziario (il titolo è di per sé eloquente).
Questa volta però le sue “attenzioni” sono rivolte ad avvenimenti forse poco noti ai più.
Lo sappiamo bene che in Italia si legge poco, al più un solo quotidiano, ed invece si guarda molta televisione; per di più la gens italica, tanto facile a repentine quanto fugaci indignazioni (vedi tangentopoli), non si distingue per una memoria particolarmente brillante: una tendenza alla smemoratezza che fa la felicità dei nostri onorevoli.
In questo caso però, il libro di Travaglio, nel raccontare gli anni convulsi tra il 1993 e il 2001 che videro il decano dei giornalisti al centro di furibonde polemiche politico-editoriali, poco aggiunge a quanto poteva sapere, ad esempio, il sottoscritto, che era stato lettore del Giornale prima e della Voce poi.
Le pagine di “Montanelli e il cavaliere” riportano ampi brani di editoriali, le dichiarazioni dei vari Emilio Fede, Sgarbi e supporter assortiti, tutti i detti e contraddetti presto dimenticati; e, in apertura, le intercettazioni telefoniche tra Craxi, Berlusconi, Biazzi Vergani ed altri comprimari, tra il 1983 e il 1994, trascritte dalla Guardia di Finanza e fatte proprie nel processo contro Marcello dell’Utri, dal 1996 imputato per concorso esterno in associazione mafiosa: qualcosa che rende la più nota versione dei fatti, del “complotto” montanelliano, convertito al comunismo o al più rincoglionito, decisamente più problematica; per usare un termine dal sapore cerchiobottista.
Forse meglio lasciare la parola direttamente al Travaglio della prefazione per capire la “filosofia” che ha animato la sua opera: “Molti trovarono contraddittorio che Montanelli, dopo aver passato la vita a denunciare il pericolo comunista, la concludesse denunciando il “regime” della destra. Non capivano e non capiscono che era rimasto lo stesso: un liberale autentico.
Solo un liberale autentico può avvertire le minacce alla democrazia da qualunque parte provengano: dal conformismo di sinistra anni Settanta, dalla partitocrazia corrotta anni Ottanta, dall’affarismo berlusconiano anni Novanta (che non a caso raccolse tanti epigoni del comunismo e della lotta allo “Stato borghese”). Nel Paese delle culture autoritarie dominanti – dal familismo amorale al cattolicesimo controriformista, dal fascismo al comunismo, dall’extraparlamentarismo rivoluzionario all’aziendalismo illegalitario – solo una ristretta élite liberale è riuscita a pesare fin da subito la carica eversiva del monopolio televisivo e del partito dell’impunità che si fanno governo e Stato. Contro questo virus antidemocratico Montanelli fu il primo, tra i liberali, a levare la voce, smoccolando contro l’amata-odiata borghesia nazionale che già stava riparandosi sotto l’ala protettrice del nuovo “uomo forte”.
E difatti dagli editoriali di Montanelli, riportati nel volume di Travaglio non si legge una particolare indulgenza nei confronti dell’ex editore: “Questa non è la destra, questo è il manganello. Gli italiani non sanno andare a destra senza finire nel manganello”; “Certo l’eversore in Italia è chi le regole non le ha mai rispettate e le leggi non le ha mai applicate. Non chi tenta di ripristinare la legalità. Ma vallo a spiegare a queste parodie di liberali: tutti discorsi inutili, tempo sprecato”; “Ha l’allergia alla verità, una voluttuaria e voluttuosa propensione alle menzogne. “Chiagne e fotte, dicono a Napoli dei tipi come lui”.
In merito al “tradimento” degli ideali di destra lasciamo ancora la parola al nostro: “Passato per una ventina d’anni per fascista e negli ultimi dieci per comunista, me la rido di entrambe le etichette….Ancora?! Ma è così incredibile per i lettori italiani, compresi quelli che mi vogliono bene (figuriamoci gli altri) che quando un editore dice del suo giornale (…): “Voglio entrare in politica e il “Giornale” deve schierarsi a favore di questa politica”; è così incredibile che un giornalista “libero” (come io credo di avere diritto di essere considerato) se ne vada?”.
Ancora più eloquente è un colloquio tra il giornalista fucecchiese, ormai giunto al momento di una severa autocritica, ed il giovane allievo:
Domanda: gli esperti di marketing dicono che bisogna sempre far leva sui sentimenti elementari: la speranza e la paura.
Risposta: E’ così e riflette l’immensa vigliaccheria e l’opportunismo della borghesia italiana.
Quando il pericolo comunista c’era davvero ed era forte, fino agli anni Settanta, la nostra borghesia cercava il compromesso. Poi, a muri crollati, si sono scoperti ferocemente anticomunisti. E ci credono pure.”
“Con “La Voce”, omaggio al tuo Prezzolini, sei andato alla ricerca di una borghesia moderata, di una destra liberale, ma non l’hai trovata”
“Calcolavo di portarmi dietro e tre quarti dei lettori del “Giornale”. Ma quei tre quarti erano molto più a destra di me. Sono stato un simbolo dell’anticomunismo, mi chiamavano il fascista.
Ma il mio anticomunismo era liberale. Il loro era ed è fascismo mascherato”.
“Sei stato accusato di aver scritto per risentimento personale nei confronti di Berlusconi, dopo la vicenda del “Giornale”:
“M’incazzo soltanto quando Berlusconi mente sui nostri rapporti. Lui vorrebbe niente meno far credere alla gente che, mentre io dirigevo il “Giornale”; cospiravo per dirigerne un altro.
Pensa che invenzioni pur di non ammettere la banale verità.
Mi ha fatto fuori perché non ero tipo da dirigere un giornale di partito, tanto più ch’ero fortemente contrario alla sua discesa in campo e glielo avevo detto a chiare lettere”.
Dalle pagine di “Montanelli e il cavaliere” appare in tutta evidenza non soltanto la sua concezione di una destra “risorgimentale”, perciò assolutamente minoritaria ed innocua, ma soprattutto il pessimismo cosmico del giornalista toscano: “Ma gli italiani al futuro non credono e nemmeno al resto, per la verità. Sono cattolici che non credono all’esistenza di Dio. Me lo spiegò tanti anni fa don Giustino Fortunato, ma avevo solo 22 anni e non la capii”.
Questa la sintetica struttura del volume:
Prefazione di Enzo Biagi
Introduzione
Prologo
1. Divorzio senza matrimonio
2. Un giornale in minigonna
3. Prove tecniche di regime
4. Libera giustizia in libera informazione
5. Spegnete quella Voce
6. 1995-2000 Indromassaggi
7. Il Paese dei manganelli

Per chi conosce bene quanto accaduto una decina di anni fa – ripeto – nulla di particolarmente inedito (salvo le citate intercettazioni), tanto più che sono frequenti i brani dai volumi di Cervi-Biazzi Vergani, Mazzucca e Orlando, che ovviamente la raccontano in maniera molto diversa: una sorta di Rashomon all’italiana.
Si ripercorrono le prime polemiche del 1993, i primi contrasti in redazione, l’abbandono del Giornale, che già era stato sorpassato a destra dall’Indipendente di Feltri, agli esordi pro-mani pulite, i virulenti attacchi di Sgarbi (quel critico d’arte già onorevole F.I. e, negli ultimi mesi, protagonista di contatti con l’Udeur, i Repubblicani Europei, il movimento di Lombardo, la trombatura con il Centro sinistra-Lista consumatori e poi tra gli aspiranti assessori della polista Letizia Moratti), Previti, il decreto Biondi, la fondazione della Voce, le manovre di Gianni Locatelli, la serrata improvvisa dello stampatore Luca Colasanto (poi candidato per Forza Italia), la chiusura del quotidiano, gli ultimi anni del Montanelli furioso, le minacce ricevute dopo la dichiarazione di voto per il centro-sinistra; per poi finire con il deprecato coro di prefiche alla morte del giornalista.
Ad onor del vero i flagellati non sono soltanto gli zelanti ammiratori dell’ex premier: non mancano strali nei confronti di qualche esponente dell’intellighentia di sinistra, come quell’Asor Rosa, che è stato lì lì per diventare ministro nel Prodi-bis (qualcuno di conoscenza ha detto “pericolo scampato, la Divina Provvidenza ci ha fatto la Grazia”).
Quello che semmai risulta carente nel libro di Travaglio, e che poteva risultare più interessante per chi non è digiuno della “Montanelli – connection”, sono le vicissitudini degli ex collaboratori del giornalista toscano, spesso e volentieri protagonisti di sorprendenti ribaltoni che hanno fatto invidia ai nostri (dis)onorevoli; ovvero da “montanelliani” d.o.c. ad antiberlusconiani e poi di nuovo filoberlusconiani, oppure da liberali di destra al tempo del “Giornale” e poi fin troppo indulgenti verso la sinistra radicale: pensiamo a Bacialli, Mazzucca, Orlando, Cervi.
Soprattutto, proprio per il fatto che il libro è incentrato su vicende editoriali ed umane, non dovete pensare in un qualcosa che sia totalmente in linea al più noto e recente “Le mille balle blu”, quello sì un volume realmente devastante e distruttivo, una sorta di virtuoso ibrido tra il Lovercraft del Mito di Tchutulu e i Totò e Peppino dei fratelli Caponi e dove invece i riferimenti a talune marachelle, a qualche parola in libertà, ai bilanci Finivest, al Lodo Mondatori, All Iberian, Medusa Cinema, Diritti televisivi, Caso Sme Imi-Sir, Mills, Vittorio Mangano, Telecinco, legge sul falso in bilancio, rogatorie internazionali, ex Cirielli, Pecorella, le varie prescrizioni che ne sono conseguite, risultano pervasivi e scopo principale del pamphlet.
“Montanelli e il cavaliere” non è affatto un libro adatto a tutti i palati, inutile sottolinearlo.
Chi vive la politica e la vicende del nostro paese con quel fare facilone e smemorato, dal civismo traballante, motivo dei tanti strali montanelliani, lo troverà un qualcosa di superfluo, insignificante, se non irritante.
Idem coloro che, dal versante comunista o post-comunista, hanno l’immagine del Montanelli granitico filo-occidentale e uomo di destra, anche se di una destra minoritaria, che rifugge populismi e demagogia, che di fatto non esisteva e non esiste (è la sola parola destra che per tanti è demoniaca), visto che, a parte le contingenti strumentalizzazioni sul “compagno Indro”, la sinistra riformista non è che sia sempre ben compresa dalle e nelle viscere dell’elettorato cosiddetto progressista; per non parlare della immarcescibile casta dei cosiddetti intellettuali sinistrorsi, fino all’ultimo schifati dal nostro fuchecchiese.
Non parliamo poi di chi simpatizza per l’ex premier-operario-imprenditore-presidente-cantante (seguono altri 50 mestieri): qui non si gioca di fioretto ma con artiglieria pesante.
Ripeto: non così distruttivo come il citato “Le mille balle blu”, ma ugualmente adatto solo per soggetti predisposti.
Che altro aggiungere?
Onestamente l’ho letto in un fiato e non ho avuto problemi di sorta.
Sarà stato il caso o chissà che altro.

Edizione esaminata e brevi note

Montanelli e il cavaliere – pagine 496 – Garzanti

Recensione già pubblicata nel maggio 2006 su ciao.it

Luca Menichetti.  Lankelot, settembre 2006