Pincio Tommaso

Il dono di saper vivere

Pubblicato il: 22 novembre 2018

“Il dono di saper vivere” è stato un regalo dall’amico Andrea Consonni che qui ringrazio. Un libro di cui ho atteso l’arrivo per diversi giorni e che ho iniziato a leggere sicura di potermi affezionare, incantare e sorprendere come solitamente mi capita leggendo Pincio. Dopo aver terminato, però, quel che mi rimane è una certa costernazione. Qualcosa ne “Il dono di saper vivere” non mi ha convinta. Sarà per via di una mescolanza di generi letterari che si incrociano e si sovrappongono in maniera quasi caotica, sarà per via di quel Caravaggio che c’è ma non come avrebbe potuto, sarà per via di un garbuglio di filosofia minima, biografia artistica e narrativa che, nel complesso, non mi sembra abbiano avuto il potere di creare un’opera organica e trascinante. Ci sono numerose e ottime pagine scritte in maniera eccellente, questo è lampante e non poteva essere altrimenti considerando il talento dell’autore, ma parlando del libro nel suo complesso posso dire di averlo trovato scollato, imbastito ma non architettato per essere ciò che probabilmente è divenuto. Come se Tommaso Pincio non fosse stato in grado di controllare e coordinare la materia di cui avrebbe voluto scrivere e, ad un certo punto, avesse scelto di soccombere lasciandosi fagocitare dalla sostanza stessa del suo narrare, arrivando lì dove non avrebbe mai immaginato al principio.

“Il dono di saper vivere” è un romanzo abortito. E non c’è nulla di male. L’idea, tra l’altro, ha la sua validità e il suo vigore. La voce narrante che ci accompagna fino a pagina 78 è quella di un uomo che si trova in prigione condannato per un omicidio di cui si dichiara innocente. Nella sua cella, impilati a terra tra il tavolo e il sedile delle deiezioni, i libri che l’avvocato gli regala con costanza ma che lui non legge. In realtà una delle poche cose che sembra occupargli la mente è un proverbio russo pronunciato per caso dall’avvocato: “Serba il vestito da che è nuovo e l’onore fin da giovane“. Una frase apparentemente di poco conto che risuona nelle orecchie dell’uomo molto più spesso di quanto vorrebbe. “In cella sono sempre nudo, l’abito se ne sta per conto proprio, al posto suo, giacca e pantaloni riposti come ho detto. Ma basta un niente – e anche questo ho detto – perché mi ci caschi l’occhio e mi impantani in pensieri inutili e domande oziose“. Della sua esistenza prima della reclusione sapremo abbastanza: studi d’ordinanza, Accademia di belle arti, un primo impiego come venditore di telefax e un lavoro presso una galleria d’arte nel centro di Roma, reclutato da un soggetto inquieto e inquietante che tutti conoscono come l’Inestinto, convinto assertore del fatto che gli artisti siano dei succhiasangue pronti a vampirizzare il mondo e quindi pronti a non estinguersi mai.

Dov’è Caravaggio in tutto questo? Me lo sono chiesta anche io in diversi momenti, sono sincera. Caravaggio è nel volto del recluso, così simile a quel “Bacchino malato” che i compagni di classe hanno riconosciuto a prima vista deridendolo per via dell’innata indole malinconica. Caravaggio è sulle banconote da centomila lire guadagnate dall’uomo grazie alla sua prima vendita e osservate fissamente per ore. Caravaggio è in via della Pallacorda luogo in cui uccise un uomo e luogo in cui si trova la galleria d’arte in cui il nostro lavora. Caravaggio è in un quadro del suo maestro romano Cavaliere d’Arpino presente in galleria. Caravaggio è nelle storie che lui racconta ai rarissimi avventori stranieri per affascinarli e convincerli ad acquistare. Caravaggio è persino nella semi fandonia dell’uomo che un giorno, quasi per scherzo, dichiara di essere impegnato nella stesura di un libro sul geniale pittore lombardo. “Il soggetto era, se possibile, più triviale della pretesa di scrivere un libro. Riguardava la vita e forse l’opera di un pittore maledetto fra i più adorati dalle masse, anzi del più adorato dei pittori, maledetti e non; quello conosciuto con il nome del posto da cui veniva e in cui era cresciuto, un borgo insignificante abitato da gente flemmatica, in pratica l’esatto contrario di lui“.

I segni sono molti e l’uomo sembra riconoscerli come una sorta di predestinazione. Le premesse ci sono, c’è da aspettare il colpo di scena che consenta a ogni elemento di trovare esattamente la sua dimensione. In realtà il colpo di scena arriva ma ha una valenza destabilizzante: alla voce narrante del recluso si sostituisce quella di Pincio. Una frattura che conduce il lettore da un limite all’altro della letteratura. Pincio si frammenta: era specchio invertito di se stesso per poi rientrare ad essere solo se stesso. “A un tratto ho capito che il libro era un fallimento completo, che non avrei mai dovuto iniziarlo. In effetti, come è tipico di ogni vero errore, la sensazione che mi stavo cimentando in un’impresa maledetta ha aleggiato fin da subito senza che io la considerassi per quel che davvero era e come meritava“. Dunque il romanzo è dichiarato fallito e al suo posto si insinua una materia che, in realtà, non ha né forma né ordine né una vera categoria d’appartenenza. Pincio entra nella “maledizione di dover raccontare” e ci offre una propria versione di sé a cui si permette di far combaciare le versioni che di Caravaggio i racconti altrui ci hanno consegnato.

Caravaggio è pittore amatissimo adesso. Eppure il suo nome è stato dimenticato per secoli. Personaggio rissoso e odiato da molti, è morto male così come male ha vissuto, come scrive uno dei suoi massimi detrattori. E ha vissuto male perché privo di quel dono di vivere che in molti, beati loro, possiedono per semplice dote di nascita. Un disagio d’esistere che Pincio sente proprio da sempre e che lo fa somigliare al pittore milanese più di quanto faccia il malinconico Bacchino malato della Galleria Borghese.

Edizione esaminata e brevi note

Tommaso Pincio (vero nome Marco Colapietro) è nato a Roma nel 1963. Pincio ha esordito come fumettista ed è arrivato alla scrittura solo più tardi. Il suo primo romanzo “M.” è stato pubblicato nel 1999 da Cronopio. L’anno successivo è arrivato “Lo spazio sfinito” (Fanucci) e nel 2002 “Un amore dell’altro mondo” (Einaudi) in cui viene raccontata in maniera molto originale la vita di Kurt Cobain, leader dei Nirvana. Negli anni successivi, Tommaso Pincio ha pubblicato “La ragazza che non era lei” (Einaudi), “Gli alieni. Dove si racconta come e perché gli extraterrestri sono giunti fra noi” (Fazi), “Cinacittà. Memorie del mio delitto efferato” (Einaudi), “Hotel a zero stelle. Inferni e paradisi di uno scrittore senza fissa dimora” (Laterza), “Pulp Roma” (Il Saggiatore), “Acque Chete” (Mirror), “Panorama” (NN Editore), “Scrissi d’arte” (L’Orma editore) e “Il dono di saper vivere” (Einaudi). Tommaso Pincio collabora anche con riviste e quotidiani.

Tommaso Pincio, “Il dono di saper vivere”, Einaudi, Torino, 2018.

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